Riforme Istituzionali
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La Stampa 25-04-2003
 
GISCARD «Ecco la mia proposta per un'Europa più forte»
 
Quando sono rientrato da Atene mi sono detto: è arrivato il momento di affrontare la questione della riforma delle istituzioni dell'Unione. I capi di Stato e di governo ci hanno chiesto di finire il nostro lavoro il 20 giugno. E il tempo stringe. La mia proposta ha suscitato discussioni? Senza discussioni non c'è nemmeno una Costituzione. Soltanto il mantenimento dello status quo. Ma l'Europa ha bisogno di diventare più europea, più forte e più democratica. Tutto quello che ho proposto ha un solo obiettivo: migliorare la solidità del sistema che di problemi ne ha tanti e li ha appena mostrati nella crisi irachena». Valéry Giscard d'Estaing, in un'intervista ai maggiori quotidiani europei, comincia a spiegare così la mappa del potere che ha disegnato per la Grande Europa e che ha già sollevato tante polemiche.

Presidente, nella nuova divisione dei poteri c'è chi vede uno squilibro a favore dei governi e di quelli dei Paesi più grandi soprattutto. La sua è un'Europa degli Stati?

«Le reazioni che ho ascoltato finora mi sembrano eccessive e impulsive. E' evidente che in Europa ci sono almeno tre anime. C'è un gruppo, numeroso, che non vuole alcun cambiamento. In questo gruppo ci sono anche i nuovi Stati membri che entrano in una realtà che gli è stata descritta come meravigliosa e non capiscono perché cambiarla. C'è un altro gruppo, meno numeroso, ma con radici storiche forti, che insegue un'idea molto più audace: un'Europa federale con trasferimento del maggior numero di competenze alla Commissione europea. Poi c'è il gruppo centrale che è senza dubbio il più numeroso, che qualche volta non si esprime apertamente - anche nella Convenzione è così - e che cerca il migliore equilibrio tra l'esercizio delle competenze nazionali da parte degli Stati membri e la gestione comune delle competenze trasferite all'Unione. Questa è anche la mia strategia, il senso del mio progetto che mira a far vivere l'Europa e a farla progredire nei prossimi 50 anni».

Ma guidata da chi?

«La novità della Costituzione è che crea un quadro istituzionale unico. Non più pilastri, non più campi riservati. E' il quadro istituzionale che assicura la coerenza, l'efficacia e la continuità delle politiche per raggiungere gli obiettivi dell'Unione. In questo quadro ci sono sette istituzioni: il Parlamento, il Consiglio europeo, il Consiglio dei ministri, la Commissione, la Corte di giustizia, la Banca centrale, la Corte dei conti. E non è un caso che il Parlamento, come nella Costituzione degli Stati Uniti il Congresso, è al primo posto: arriva prima dello stesso Presidente».

Nella sua proposta, tuttavia, la figura nuova è proprio il Presidente stabile del Consiglio europeo: il super-presidente...

«Se in francese e in tutte le altre lingue dell'Unione ci fosse stato l'equivalente del termine inglese chairman, lo avrei chiamato chairman. Il presidente stabile del Consiglio europeo presiede i lavori, li prepara, presenta un rapporto al Parlamento dopo ogni vertice. Ma non ha un potere personale. Coordina. Nel Consiglio sono i 25 capi di Stato e di governo che decidono. Il presidente non ha nemmeno diritto di voto. Come il presidente della Commissione che, pure, partecipa ai lavori del Consiglio e non vota. Il compito principale del presidente del Consiglio europeo è di assicurare la continuità. L'Europa ha affrontato la crisi irachena sotto quattro presidenze: è cominciata con la Spagna, poi la Danimarca, la Grecia e adesso l'Italia. Questo sistema crea difficoltà».

Eppure molti Paesi si oppongono alla presidenza stabile. C'è un documento a 18 contrario. La Commissione Prodi ha criticato il suo progetto. Come troverà una base di consenso?

«Preferisco non commentare le critiche. Ma ricordo che la Commissione ha dato il suo contributo alla Convenzione e che molte sue proposte sono state accolte. E tra i Paesi contrari bisogna distinguere le posizioni. Il primo ministro danese, Rasmussen, alla fine del suo mandato di presidente disse che si era reso conto di persona quanto fosse necessaria una presidenza stabile. E la Danimarca è tra i Paesi che vengono classificati contrari. La discussione nella Convenzione inizia ora».

Nel presidium cíè stata battaglia sulla sua proposta?

«Cíè stata discussione. Ci sono state delle modifiche concordate. E alla fine cíè stato anche un ampio consenso. Che non mi sembra poco in un organismo di 12 persone, più uno che sono io, 13».

Chi sceglierà il presidente del Consiglio?

«Sarà eletto dal Consiglio stesso. Cioè dai 25 capi di Stato e di governo. A maggioranza qualificata. E se avrà cariche nazionali dovrà lasciarle. Un altro dei punti deboli del sistema attuale è che il presidente di turno della Ue è spesso, come giusto, anche alle prese con i suoi problemi nazionali».

Come sarà assicurata la parità tra gli Stati membri che era garantita dalla rotazione delle presidenze?

«E' soltanto il presidente del Consiglio europeo che resta in carica per due anni e mezzo, con un mandato che può essere rinnovato una volta. Il principio della rotazione rimane. Anche il Consiglio europeo potrà decidere di creare nel suo seno un direttivo composto da tre membri scelti secondo un equo sistema di rotazione. Un'altra novità del progetto è che il Consiglio europeo, formato dai capi di Stato e di governo, e il Consiglio dei ministri diventano due istituzioni separate. Le presidenze dei Consigli dei ministri nella mia proposta ruotano ogni anno. Anche se non saranno più rotazioni automatiche. Ma saranno decise tenendo conto degli equilibri politici e geografici: grandi, piccoli, medi, del Nord, del Sud, dell'Est. Non ci saranno Paesi che presiederanno tutto».

Nella bozza c'è una drastica riduzione del numero dei Consigli dei ministri «tematici». Come funzionerà il nuovo sistema?
 

«Il progetto prevede quattro Consigli. Affari generali che si occuperà, per fare degli esempi, anche di Trasporti o di Cultura. Affari esteri, che sarà presieduto dal nuovo ministro degli Esteri dell'Unione. Affari economici e finanziari. Giustizia e sicurezza. A questi consigli parteciperà un rappresentante per ciascuno dei Paesi membri e soltanto questo rappresentante avrà il diritto di voto. Nel caso del Consiglio Affari generali, quando saranno in discussione temi specifici, il rappresentante potrà essere affiancato da due specialisti a livello ministeriale. Ma a votare sarà sempre il rappresentante unico».

Si voterà a maggioranza? Sparirà l'unanimità?

«I Consigli dei ministri decideranno secondo la nuova regola della maggioranza qualificata che significa una maggioranza di Stati che rappresenti anche il 60% della popolazione. Il Consiglio europeo, invece, deciderà per consenso. Consenso non vuol dire unanimità, ma non è nemmeno un voto a maggioranza. Non mi sembra che ci siano ancora le condizioni per passare al voto a maggioranza nel Consiglio dei capi di Stato e di governo».

E la Commissione?

«Sarà più forte, perché mantiene l'esclusiva dell'iniziativa legislativa che è, poi, esercitata da Parlamento e Consiglio. Perché è confermata la sua piena indipendenza. E perché il suo presidente sarà eletto dal Parlamento. Questa novità gli assicurerà un prestigio maggiore».

Ma chi designerà il presidente della Commissione?

«Come avviene ora, sarà il Consiglio dei capi di Stato e di governo a indicare una personalità al Parlamento che si dovrà esprimere con un voto a maggioranza semplice. E se il presidente designato non ricevesse la fiducia del Parlamento, il Consiglio ne dovrà proporre un altro, entro un mese, che avrà sempre bisogno del voto della maggioranza del Parlamento».

Qualcuno ipotizzava che il presidente della Commissione potesse essere scelto direttamente dal Parlamento...

«E chi lo avrebbe indicato? In ogni Paese, anche in Italia, c'è qualcuno che propone una personalità e il Parlamento vota, decide. Quello che abbiamo introdotto è proprio il voto del Parlamento che può bocciare una scelta del Consiglio: questo, mi sembra, eserciterà una pressione forte che adesso non c'è».

Un punto contestato della sua proposta è la riduzione del numero dei commissari. I 25 Paesi membri volevano averne almeno uno...

«Ogni Paese membro proporrà una lista di tre persone. E una dovrà essere una donna. 25 Paesi per tre candidati fanno 75 nomi tra i quali il presidente della Commissione sceglierà 13 commissari, senza criteri di nazionalità, ma per competenza. Il presidente avrà anche la facoltà di nominare fino a un massimo di altri 13 commissari delegati. E potrà decidere quanti vicepresidenti avere: uno, comunque, sarà il nuovo ministro degli Esteri dell'Unione che sarà scelto dal Consiglio con l'accordo del presidente della Commissione».

Il ministro degli Esteri è la novità più condivisa. Ma quali saranno i suoi compiti reali?
 

«Contribuirà all'elaborazione di una politica estera comune. Che deve essere definita dal Consiglio europeo, naturalmente. E il ministro agirà in quanto mandatario del Consiglio, lo rappresenterà in missioni, incontri contatti. Presiederà il Consiglio dei ministri degli Esteri e questo contribuirà molto alla costruzione di una reale unità d'azione tra i Venticinque».

Facciamo un'ipotesi di fantapolitica: la crisi irachena non adesso, ma nel 2005. Come si sarebbe comportata l'Europa all'Onu?

«La politica estera comune è un processo che non si realizza in una notte. Per una rappresentanza unica alle Nazioni Unite, poi, c'è un discorso di struttura e uno operativo. Nelle istituzioni internazionali finanziarie siamo già arrivati a una rappresentanza unica per la zona euro. Nelle istituzioni più politiche, siamo all'inizio del percorso. La rappresentanza comune è un obiettivo della seconda fase della nuova Europa. Ma l'importante è imboccare la strada giusta». 


Indice "Rassegna Stampa e Opinioni" - 2003
 
 
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