Riforme Istituzionali
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Corriere della sera 17-06-2006
 
Ciampi: voterò no. Il Polo lo attacca
 
Referendum, Berlusconi: alle urne contro il governo
Bossi rilancia: le vie sono due, federalismo o secessione
 
Carlo Azeglio Ciampi scende in campo e si schiera con il fronte del no nella battaglia referendaria del 25 e 26 giugno. Un intervento, il suo, che suscita le aspre reazioni di esponenti della Casa delle libertà che lo accusano di avere gettato la maschera, di non essere più imparziale e di essersi schierato apertamente con l’Unione. Il centrosinistra lo difende apertamente, anche se a sinistra si comincia diffondersi il timore di non riuscire a farcela nella consultazione popolare di fine mese. Una preoccupazione della quale si fanno interpreti il manifesto e il governatore diessino della Toscana, Claudio Martini. Ieri un editoriale sul giornale comunista - intitolato «La paura del 25 giugno» - sottolineava che nonostante «le spacconate di Bossi la partita è aperta». Un’impressione avvalorata anche da Martini: «La vittoria del sì non sarebbe un buon segnale, indebolirebbe il quadro politico e potrebbe riaprire la discussione sulla fase politica appena avviata». Questi, è vero, sono ragionamenti sul futuro. E di futuro parlano Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. «Una delle ragioni fondamentali - dice l’ex premier - per votare sì è quello di dire no al governo Prodi. Un sì, quindi, contro l’Italia del no». Insomma è la sua conclusione: «Se vincono i no ci sarà una pietra tombale sull’ammodernamento dello Stato». Anche Bossi si proietta oltre il 25 giugno. «Ci auguriamo che passi il sì, se passa almeno al Nord, avremmo il diritto di andare ovunque, anche all’Onu, per invocare maggiore libertà per il nostro popolo». Per il Senatur «Ciampi ha perso un’occasione». Ecco perché, ricorda, la scelta è: «O il federalismo o altrimenti la secessione, che però è pericolosa, perché implica azioni che sapete bene. Vogliamo la libertà che per non essere una parola priva di significato deve diventare federalismo». In ogni caso, colpiscono lo parole dell’ex Capo dello Stato. «Non ho difficoltà a rispondere - spiega - convinto come sono della validità di fondo dell’impianto e degli equilibri della nostra Costituzione. Andrò a votare e voterò per il no». Questa è anche la propensione di tutti i senatori a vita, a eccezione di Sergio Pininfarina.
Dure le reazioni del centrodestra. Per il leghista Castelli «Ciampi è diventato il presidente solo di metà degli italiani». L’azzurro Renato Schifani rileva che «quando è in difficoltà la sinistra manda in campo i senatori a vita». Il leghista Roberto Maroni si domanda: «Come si fa a non essere conservatori a 86 anni?». Per Ignazio La Russa (An) «ormai il voto di Ciampi vale come quello dell’ultimo deputato eletto». L’Unione difende il presidente emerito. Il verde Alfonso Pecoraro Scanio parla di «attacchi indecenti che mostrano mancanza di rispetto per la democrazia». Anna Finocchiaro (Ds) rileva che la scelta per il no di Ciampi è coerente con le sue prese di posizione sulla necessità di difendere le istituzioni e attacca il centrodestra per le critiche «irrispettose e ingenerose». Nonostante l’ incomunicabilità, Piero Fassino rilancia il dialogo: «Dopo la vittoria del no siamo pronti ad aprire il confronto per approdare a riforme che diano un assetto stabile al Paese».

Lorenzo Fuccaro



Corriere della sera 17-06-2006
 
«Basta con la smania di liquidare tutto»
 
Contrario a riforme radicali anche dell’Unione
 
Si era imposto qualche mese di silenzio assoluto. E, per proteggere il suo ritiro, faceva respingere anche i tanti inviti a convegni, dibattiti, lauree honoris causa che i commessi di Palazzo Giustiniani hanno già cominciato a recapitargli nello studio da senatore a vita. Una scelta, quella della laconicità e del profilo basso, che gli pareva indispensabile nella fase di passaggio da presidente in carica a «emerito» della riserva repubblicana. Ma quando giovedì ha letto le dichiarazioni di Bossi, con la minaccia di percorrere «vie non democratiche» se il risultato del referendum dovesse bocciare la riforma costituzionale del Polo, allora Carlo Azeglio Ciampi ha deciso di intervenire. Il 25 giugno si presenterà alla scuola Mazzini, quartiere Trieste, dove è registrato fra gli elettori e voterà «no». Lo ha fatto sapere pubblicamente ieri, a costo di esporsi alle critiche del centrodestra, bisbetiche e velenose come la bordata di fischi riservatagli un mese fa, quando in Senato votò l'atto di nascita del governo Prodi.
Eppure i Gasparri, i Maroni, i Bondi e i Calderoli, che si sono assunti l'onere di sparare ad alzo zero contro un ex capo dello Stato da loro stessi più volte lodato in quanto «super partes» e non a caso ancora forte di altissimi indici di popolarità, non dovrebbero essere davvero stupiti.
Ciampi, infatti, non ha mai nascosto la propria fedeltà alla Carta costituzionale, facendo affiorare seri dubbi sulla cosiddetta «devolution» leghista - integrata da parecchie aggiunte del centrodestra - che ne modifica 52 articoli. Ha difeso in infinite circostanze il «pactum societatis» scritto 60 anni fa, ricordando anche nell'ultima celebrazione del 25 aprile che quel testo è stato per lui una «stella polare», quasi una «bibbia laica». E non ne ha fatto solo una questione di coerenza generazionale con le ragioni fondative sulle quali i «padri costituenti» trovarono l'intesa. Dal suo punto di vista, che è poi quello degli altri presidenti emeriti (tanto che potrebbero formare, magari insieme a quello in carica, Napolitano, una sorta di influente partito trasversale), questa riforma altera e stravolge l'equilibrio fra poteri dello Stato. Rappresenta un rischio troppo grande.
Insopportabile. Che nessun alibi di «modernizzazione» giustifica. Di più. Carlo Azeglio Ciampi è talmente convinto della «validità e attualità» della nostra Magna Charta da giudicare superficiale e sbagliata la pretesa di rottamarla. «Meglio smetterla con la smania di liquidare tutto. L'Italia ha bisogno di essere amministrata, e amministrata bene: si pensi a questo, piuttosto», ripete in questi giorni a chi va a trovarlo. Insomma: resta favorevole a piccoli ritocchi e rettifiche funzionali, non a un disinvolto engeneering che modifichi l'impianto stesso della Costituzione. Ciò che vale oggi per la riforma del centrodestra come, domani, per una di analoga profondità che fosse pianificata dal centrosinistra. L'altra sua remora, infine, riguarda il metodo per lavorare sulla Carta: non a colpi di maggioranza, come ha fatto il governo Berlusconi (e, nella legislatura precedente, quello di centrosinistra con il titolo V), ma costruendo una larga condivisione.
 
Marzio Breda

Indice "Rassegna Stampa e Opinioni" - 2006
 
Speciale "Referendum costituzionale" 2006
 
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