Riforme Istituzionali
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La Stampa - 27-09-2002
 

E poi dicono federalismo

Massimo Luciani

E passato quasi un anno, ormai, da che una riforma «federalista» della Costituzione è entrata in vigore.

Era una riforma, quella, che prometteva una trasformazione radicale non solo degli equilibri fra le istituzioni, ma anche dei rapporti delle istituzioni con i cittadini, grazie ad un decentramento di poteri politici e di responsabilità amministrative senza precedenti nella storia del nostro paese.
E passato quasi un anno, appunto, ma non si può certo dire che quella trasformazione si sia realizzata.

Un esempio: basta scorrere un anno di Gazzetta Ufficiale per rendersi conto che lo Stato ha continuato spesso e volentieri a legiferare con la stessa tecnica che usava prima, come se nulla fosse accaduto.

In una sentenza recente, anche se in un rapido passaggio, la Corte Costituzionale aveva chiarito che nelle materie di competenza comune dello Stato e delle Regioni la legge statale deve limitarsi a stabilire i principi fondamentali, perché ormai la normativa di dettaglio è riservata alla periferia.
Eppure, di questa autolimitazione del legislatore statale non ci sono, ancora, grandi tracce. Le Regioni, a loro volta, o almeno molte di loro, non hanno ancora saputo mettere in campo la progettualità politica che sarebbe stata richiesta dalla logica della riforma, sicché molto è rimasto ancora immutato.

Su tutto, comunque, gravano le incognite del quadro economico e fiscale. Il Presidente della Camera, giustamente, ha detto che il federalismo costa.

Proprio per questo è urgente il completamento del quadro normativo, con una più chiara ripartizione di risorse e competenze fra Stato, Regioni, Enti locali.
Finché questo non avverrà, comunque, è indispensabile che tutti i livelli di governo agiscano con quel metodo di cooperazione che è la vera forza dei modelli federali che funzionano.
Il confronto tra Governo Regioni ed Enti locali che si è aperto in questi giorni, non potrà certo essere una passeggiata, ma, in questa fase economica così delicata, a nessuno dei protagonisti converrà fare come i polli di Renzo. Che non hanno fatto una bella fine.


 
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