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Riforme.net  - 9 marzo 2026
 
Il nuovo Consiglio Superiore della Magistratura: Uno e Trino

 Franco Ragusa

Per affrontare al meglio l'esame dei nuovi articoli della Costituzione che modificano l'Ordinamento giudiziario, al voto con il referendum del 22-23 marzo, è il caso di iniziare con una domanda: "Comprereste una macchina usata con la promessa, se acquistata, che verranno sostituite tutte le parti danneggiate, ma solo secondo il giudizio e le scelte del venditore?"

Il radiatore sarà sostituito? Con uno nuovo o usato? Originale o compatibile? E le gomme, di quale marca? ecc. ecc.
Che ci azzecca questa premessa con la revisione costituzionale?
Tanto!
Così tanto che è sufficiente fare le stesse domande per due degli articoli della Costituzione modificati.

Volete voi un'Alta Corte Disciplinare, senza però sapere come verranno composti i collegi giudicanti, quello di prima istanza e quello per l'appello? (Art. 105)
Volete voi due Consigli superiori della magistratura, giudicante ed inquirente, senza però sapere come verranno sorteggiati i membri togati e quelli laici? (Art. 104)

Per rispondere a queste domande, il venditore ha pensato bene di rinviare ad un successivo intervento legislativo ... dopo l'acquisto.
Come se suddividere un singolo Organo di rilievo costituzionale, l'attuale CSM, in tre distinti Organi con funzioni diverse, non fosse già abbastanza come salto nel buio. Aggiungiamoci anche un po' di cambiali da sottoscrivere in bianco.
Basterebbe soltanto questo per votare No al referendum.
Ma più di questo, il combinato disposto delle singole modifiche.

Nel precedente approfondimento-editoriale si è affrontato il tema della separazione delle carriere leggendo i numeri, cercando di capire se, veramente, dati alla mano, sia questo il problema principale da risolvere dal lato dell'interesse dei comuni cittadini.
Se non marginalmente, non si è entrati troppo nel vivo riguardo alle possibili conseguenze di una magistratura dove Pm e Giudici diventino corpi separati.
Per farlo, oltre ai numeri citati, è necessario leggere nell'insieme il come questa separazione si realizzerà.

In primo luogo salta agli occhi il paradosso di un "ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere" (art. 104 Cost), la Magistratura, che non decide i componenti dei tre organi a garanzia dell'autotutela formalmente garantita. Lo stesso non sarà, come vedremo, per i componenti cosiddetti laici.
Tutti i membri togati dei due nuovi CSM, giudicante e requirente, infatti, verranno estratti a sorte "tra i magistrati giudicanti e i magistrati  requirenti", secondo le procedure previste dalla legge.
Estratti a sorte anche i membri togati dell'Alta Corte Disciplinare, sei magistrati giudicanti e tre requirenti, "tra  gli appartenenti alle rispettive  categorie  con  almeno  venti  anni  di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano  svolto funzioni di legittimità".

Per l'ex Pm di mani pulite, Antonio di Pietro, nulla di così scandaloso e lesivo dell'autonomia della magistratura: "Un magistrato può chiedere l'ergastolo per un imputato, ma non può decidere i trasferimenti dei colleghi"?
La frase ad effetto fa però finta di non vedere che mentre ad un "ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere" non si consente di scegliere o selezionare il meglio al proprio interno, alla parte politica, il Parlamento, è consentito espressamente di poter selezionare un elenco di "professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio".
E per quale motivo, in questo caso, i soli requisiti non sono sufficienti per partecipare alla lotteria dei membri laici?
Si stanno costituendo tre organi di rilievo costituzionale a tutela dell'autonomia e dell'indipendenza della Magistratura, con anche il contributo dei membri laici, o dei luoghi di scontro tra il Potere Esecutivo e la Magistratura?
Potrà sembrare un'obiezione oziosa e non fondata, ma non lo è, tanto più non sapendo quanto sarà ampio il bacino selezionato dalla parte politica, dettaglio di non poco conto per il quale la revisione, appunto, rinvia ad una legge futura.

Se il sorteggio sarà tra pochi selezionati dal Parlamento, è evidente che la casualità dell'estrazione verrà vanificata dalle scelte della maggioranza parlamentare. E dato che la maggioranza parlamentare è anche espressione del Governo, eccola qui la prima stortura degli equilibri costituzionali: da un lato l'Esecutivo che di fatto determina la componente laica; dall'altro lato una lotteria.
Un Ministro della Giustizia, quindi, che decide dell'organizzazione della macchina giudiziaria e al quale viene mantenuta la facoltà di promuovere l'azione disciplinare, forte di un Potere esecutivo meglio rappresentato all'interno dei tre organi sostitutivi dell'attuale CSM.

I sostenitori della revisione a questo punto obietteranno che, in ogni caso, alla componente togata è stata mantenuta una forte rappresentanza rispetto a quella che potrebbe essere condizionata dalla politica: due terzi i togati, un terzo i cosiddetti laici, le stesse proporzioni dell'attuale CSM.
Ma non si può più far riferimento all'attuale CSM, tenuto conto che tutte le competenze non risiedono più nel medesimo Organo, bensì suddivise tra i due CSM, giudicante e requirente, e l'Alta Corte Disciplinare.
Ai primi due spettano "le assunzioni, le  assegnazioni, i trasferimenti, le  valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei  riguardi dei magistrati", all'Alta Corte compete "La giurisdizione disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari, giudicanti e requirenti", cioè la materia più importante ai fini della tutela dell'indipendenza della Magistratura.
Ma con quali equilibri la revisione costituzionale ha disegnato quest'Alta Corte?
Mantenute le stesse proporzioni?
Assolutamente no.
Quindici membri, tre dei quali scelti dal Presidente della Repubblica, tre estratti a sorte sulla base di una lista selezionata dal Parlamento, nove togati estratti a sorte (sei tra i giudicanti; tre tra i requirenti).
A presiedere questo nuovo Organo, un componente scelto tra i non togati.
Ora, a pensar male si fa peccato, ma mettiamo che alle prossime elezioni la futura maggioranza parlamentare riesca ad avere i numeri per scegliere non un Presidente sopra le parti, bensì un Presidente dalla propria parte (la maggioranza di centrodestra ha appena depositato il testo di una nuova legge elettorale ... solo una coincidenza?), il peso dell'Esecutivo all'interno dell'Alta Corte, grazie appunto al potere di scelta del "Presidente di parte", verrebbe oltremodo ampliato.
A questo squilibrio c'è da aggiungere l'indeterminatezza riguardo la composizione dei collegi giudicanti, da definire con una legge futura, nonché un primo e secondo grado, e qui siamo alla madre di tutti i paradossi, tenuti da giudici diversi che, però, frequentano lo stesso spogliatoio (si fa ovviamente riferimento alle metafore sportive tanto care sostenitori del sì: "Il giudice deve essere l’arbitro della partita, non il compagno di spogliatoio del pm").
Il nuovo articolo 105 prevede, infatti, che "Contro le sentenze emesse dall'Alta Corte in prima istanza è ammessa impugnazione, anche per motivi di merito, soltanto  dinanzi alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata".

Per completare il quadro, si deve infine tornare a quanto approfondito nel precedente editoriale, a quei numeri che dimostrano che per i cittadini il problema non è la separazione delle carriere (su 100 procedimenti aperti dai Pm, più della metà muore prima e non finisce davanti ad un Giudice; soltanto 14, dei 100 iniziali, terminano con una condanna), bensì l'alto numero di procedimenti avviati a fronte di una macchina organizzativa che non ha i numeri per sostenerli.
Ad ulteriore conferma, inoltre, che siamo di fronte ad un falso problema, puntuali giungono le continue dichiarazioni della Presidente del Consiglio Meloni contro le decisioni dei giudici, favorevoli agli imputati, che le "impediscono di governare".
Il giudice terzo che non fa da "passa carte" è un ostacolo da rimuovere, meritevole di una vera e propria campagna intimidatoria da parte di quella politica che vuole imporre il cosa e il come giudicare.

Il tema della separazione delle carriere, quindi, che si rivela per quello che si è deciso di rappresentare, al di là di ogni evidenza e contraddizione tra quanto proclamato e quanto desiderosi di realizzare.
Un pretesto di facile presa in tempi di spettacolarizzazione di quanto avviene nei tribunali, con un solo e unico scopo: giustificare una revisione costituzionale in grado di stravolgere i pilastri a tutela della separazione dei poteri.


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