Gli interventi di "Riforme istituzionali"

N 25 - 01/10/96
Da il manifesto
"D'Alema costituente"


di Aldo Garzia

Lo dice Vacca, che scopre le prossime mosse del leader pds. E parte l'iter dei 12 referendum promossi dalle regioni

- ROMA
Se la commissione bicamerale dovesse mancare l'obiettivo, credo che D'Alema appoggerà l'ipotesi di un'assemblea costituente". Lo dice Giuseppe Vacca, direttore dell'Istituto Gramsci, "consigliere" del segretario del Pds, in un'intervista alla rivista Il Patto che fa capo all'inaffondabile Mario Segni.

E' una bombetta che segue di poche ore le polemiche sulle intenzioni di D'Alema dopo il varo della finanziaria (è in conflitto con Prodi e Veltroni? vuole riprendere il dialogo col Polo per svincolarsi dal rapporto troppo stretto con Rifondazione?). La precisazione di Botteghe oscure ("Ha parlato a titolo strettamente personale") non serve ad attutire l'effetto delle annotazioni di Vacca: "Nel giro di due o tre mesi si vedrà cosa si può fare con la bicamerale, dopo di che si cercherà di pilotarne l'esito. Uno dei primi atti di D'Alema segretario fu la proposta della costituente: dovette fermarsi, perché ci fu una mezza rivolta. Ma, in questi mesi, ha sempre lasciato la porta aperta alla costituente". Il segretario, dicono al Pds, è fuori di sé: non ha gradito l'esternazione di Vacca.

Per tutto il pomeriggio si susseguono le prese di posizione di Forza Italia e Alleanza nazionale: se D'Alema la pensa come dice Vacca, venga allo scoperto e ridiscutiamo l'iter delle riforme. Si arrabbiano i popolari di Gerardo Bianco, strenui difensori della bicamerale. L'effetto dell'intervista del direttore dell'Istituto Gramsci è micidiale: il senato non ha ancora votato, in seconda lettura, la legge che istituisce la bicamerale; tutti i giochi sulle riforme costituzionali potrebbero riaprirsi di colpo.

Non si tratta dell'unico siluro della giornata politica contro palazzo Chigi. All'orizzonte ci sono nuove grane sul fronte delle riforme istituzionali. La principale è quella dei 12 referendum "federalisti" promossi da alcune regioni (Lombardia, Veneto, Piemonte, Calabria, Puglia, Toscana e Val d'Aosta), anche se non tutte appoggiano l'intero pacchetto referendario. I quesiti, corredati dalle delibere votate dalle singole assemblee regionali, sono depositati da ieri presso la Corte di cassazione. "Si tratta di referendum abrogativi di leggi ordinarie. Dopo il parere della Cassazione, toccherà alla Corte costituzionale esprimere il giudizio definitivo sul carattere omogeneo e univoco dei quesiti. E' molto probabile che dalla Corte venga il via libera", dice Carmelo Ursino che ha seguito questa iniziativa dall'osservatorio del Centro riforma dello stato. A suo parere, "c'è solo una sovrapposizione simbolica con i futuri lavori della commissione bicamerale".

Eppure la previsione più attendibile è che ci ritroveremo a votare tutti questi referendum (o parte di essi, se ci saranno iniziative legislative ad hoc che ne ridurranno il numero) tra il 15 aprile e il 15 giugno del '97. Ed è probabile che giungeranno in porto anche alcuni dei 20 referendum promossi da Marco Pannella sui temi più svariati (anche questi quesiti giacciono in Cassazione).

Cosa chiedono le regioni che vogliono farci votare in primavera? Si va dall'abrogazione dei ministeri del turismo, dell'agricoltura, della sanità, dell'industria fino ai compiti di indirizzo e coordinamento dello stato in alcune materie. Nel mirino dei referendum ci sono pure i segretari comunali e provinciali e il sistema dei controlli sugli atti amministrativi delle regioni e dei comuni. I popolari sono furiosi contro questa iniziativa, che ha tra i promotori anche la Toscana presieduta dal pidiessino Vannino Chiti e non solo regioni governate dal centrodestra. "Spingere con i referendum il federalismo? E' invece un atto di sfiducia verso il nuovo parlamento e la bicamerale", dice Bianco.

La Quercia sfodera fair play. "I referendum proposti da alcune regioni rappresentano un utile stimolo al processo di riforme costituzionali e si integrano con l'azione già avviata dal governo", ribatte Pietro Folena. Per lui, "è significativa la naturale convergenza che si è determinata tra regioni che hanno governi di segno politico opposto: la stessa convergenza che auspichiamo si determinerà nella bicamerale, il cui lavoro - di fronte a un'iniziativa dal basso - non potrà che trarre più forza".



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