Gli interventi di "Riforme istituzionali"

N 5 - 27/07/96
Gianni Ferrara da il manifesto
Princìpi violati

LA GRANDE STAMPA tace, complice non certo inconsapevole. Qualche opinionista, sedicente liberal, avverte che può anche non bastare il misfatto che sta per compiersi. Tocca a un giornale come questo levare la voce in difesa dei princìpi su cui si fonda la repubblica. E non è la prima volta che accade nei tempi bui della storia di questo paese che a suonare in tempo l'allarme sia la sinistra critica e alternativa.

Di che si discute e si decide dunque in questi giorni al senato ed alla camera? Certo, si discute di procedura che è materia esoterica per il grande pubblico. Ma definirla tale è nascondere che ogni procedura comporta attribuzione d'esercizio del potere, riconoscimento o compressione dei diritti singoli e collettivi.

E' vero, si tratta dei diritti dei deputati e dei senatori. Ma è altrettanto vero che gli effetti risultanti dall'esercizio di questo potere ricadono sulle donne e sugli uomini di questo paese. Sarà la forma di governo a essere decisa, che non è mai questione solo di chi governa. E' sempre questione che ricade su chi è governato, sui suoi diritti che possono risultare potenziati o compressi. Tanto compressi quanto più mistificanti riusciranno ad essere gli strumenti sofisticati che sono già stati approntati e impacchettati in nome della "riforma costituzionale".

Va aggiunto che scegliere una procedura può anche comportare la predeterminazione dell'esito dell'operazione. Accade quando la si decide non in via generale e preventiva ma per il caso specifico. E' esattamente di questo tipo quello che si sta per decidere in questi giorni. Ed è aggravato dal fatto che la regola per la revisione della Costituzione c'è, ed è in vigore. E' la super norma. La si usa, quindi la si riconosce come tale. Ma la si modifica e non per confermarne la ragion d'essere che è quella della garanzia per la generalità dei cittadini. Ma per incidere proprio sulle garanzie, per anticipare l'esito delle deliberazioni, assemblarle e blindarle.

Blindarle e renderle intangibili dal potere del corpo elettorale. Al corpo elettorale si preclude di scegliere. Se vuole mangiare la minestra di suo gusto, dovrà deglutire anche l'intruglio che rifiuta.

Questa è la logica del referendum "confermativo". Il referendum lo si vuole, e lo si precostituisce per la conferma di quando si sta per architettare. E' esattamente l'opposto di quanto prescrive l'articolo 138 della Costituzione che prevede sì il referendum ma come appello al popolo rivolto dalla minoranza parlamentare o da 500mila elettori o da cinque consigli regionali avverso il deliberato parlamentare, non per farlo deglutire ma per farlo rifiutare. Invece no. Si è stravolto il senso della super norma e si converte un potere di garanzie e di controllo in strumento di manipolazione plebiscitario.

Ma c'è altro che inquieta. E' stato asserito che detto tipo di referendum è necessario per legittimare una nuova Costituzione che non può essere fatta per pezzi. L'affermazione è sconcertante. Può dimostrare due cose sole, ambedue gravissime. O che non si è capito cosa sia la revisione costituzionale, attività per definizione incompatibile con la formazione di una nuova Costituzione. O invece che siamo di fronte a una dichiarazione rivelatrice di un intento inconfessabile: quello di rendere la commissione bicamerale la sostituta dell'assemblea costituente predisponendo mode e forme di un colpo di stato soft. Perché colpo di stato sarebbe l'assemblea costituente secondo la migliore dottrina costituzionalistica, pur nel dissenso dell'onorevole D'Alema la cui abilità tattica non riesce a comprendere la sapienza giuridica contemporanea.

Vogliamo credere, e ci batteremo per questo, che quello che abbiamo eletto il 21 aprile di quest'anno sia invece e dimostri di essere il parlamento di una Repubblica democratica.