| Discussione generale Ddl di revisione
Costituzionale: Senato - 15 novembre 2005 (seduta del
mattino)
Fonte: Senato |
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BASSANINI (DS-U). Signor Presidente,
colleghi, come noto, le Costituzioni moderne assolvono a due funzioni fondamentali.
La prima è quella di definire nelle linee generali l'architettura
istituzionale, organizzare la democrazia, oggi si dice "garantire la governabilità";
cioè delineare istituzioni capaci di risolvere i problemi del Paese
e di tutelare effettivamente i diritti dei cittadini, in coerenza con i
princìpi e i valori della Carta costituzionale e con le scelte dell'elettorato
(o della maggioranza di esso). Una democrazia debole, inefficace e inefficiente
nel far fronte a questi compiti perde legittimazione. Abbiamo bisogno di
istituzioni democratiche forti; ma la forza della democrazia sta nella
sua effettiva rappresentatività, nel consenso e nella partecipazione
dei cittadini senza i quali, alla lunga, le decisioni prese rischiano di
non poter essere attuate.
Vi è però una seconda funzione
delle Costituzioni democratiche moderne non meno essenziale della prima.
È quella di riconoscere e sancire nel loro contenuto essenziale
i fondamentali diritti civili, economici e sociali che spettano ad ogni
persona umana e gli inderogabili doveri di solidarietà che da ciascuno
debbono essere osservati, e di definire le regole generali della competizione
democratica; di dare la certezza che la dignità umana, i diritti
e le libertà, le regole democratiche fondamentali non sono in balìa
delle alterne vicende della competizione politica.
Per queste ragioni, le Costituzioni non
sono destinate a cambiare, come può avvenire per le leggi ordinarie,
ad ogni cambio di maggioranza. La stabilità delle Costituzioni e
la loro supremazia servono a dare a tutti, anche alle minoranze, anche
agli sconfitti della competizione elettorale, la certezza che i diritti,
le libertà, le regole democratiche fondamentali non sono alla mercé
del vincitore dell'ultima competizione elettorale.
Per questo, in quasi tutte le grandi democrazie
si è ritenuto e si ritiene che le leggi di revisione costituzionale
debbano essere il prodotto di larghe intese, di una ampia condivisione
tra maggioranza e opposizione. È una conseguenza coerente di questa
esigenza di stabilità, del ruolo di garanzia dei diritti e delle
libertà di tutti e della certezza delle regole democratiche che
è proprio delle Costituzioni democratiche (o, se preferiamo, liberaldemocratiche).
Nelle ultime legislature, in Italia, si
è tuttavia proceduto o tentato di procedere alla adozione di riforme
costituzionali sostenute dalla sola maggioranza. Ma un Paese non può
vivere e crescere se le regole fondamentali della convivenza comune cambiano
ad ogni cambio di maggioranza. L'erosione della stabilità costituzionale
registrata in Italia in questi anni rappresenta probabilmente uno degli
elementi del clima di insicurezza e smarrimento che prevale nel Paese ed
uno dei fattori della sua crisi. Per ciò, recuperare il valore della
stabilità costituzionale, della certezza delle regole, delle libertà
e dei diritti è uno dei compiti che avevamo e abbiamo davanti.
Due missioni dunque, due funzioni fondamentali
delle Costituzioni democratiche. Ma questo testo fallisce entrambi questi
obiettivi, fa fare alla nostra democrazia straordinari passi indietro su
entrambi questi due terreni fondamentali, quelli su cui si misurano la
forza, il valore e l'efficacia di una Costituzione.
Avevamo e abbiamo un problema di ristabilimento
della stabilità e della supremazia della Costituzione. Nella cosiddetta
Prima Repubblica, esso era assicurato da due fattori. Il primo era il procedimento
aggravato di revisione costituzionale (doppia lettura, maggioranza assoluta
in seconda lettura, referendum oppositivo o confermativo quando la legge
di revisione non avesse raggiunto la maggioranza dei due terzi in seconda
lettura), un procedimento che fu ritenuto sufficiente all'Assemblea costituente
in presenza di due condizioni: da una parte, la scelta allora effettuata,
approvando l'ordine del giorno Giolitti, per un sistema elettorale proporzionale;
dall'altra, la forte e radicata convenzione costituzionale, condivisa dalle
forze politiche allora esistenti, che le modifiche alla Costituzione che
tutte avevano concorso a definire e approvare dovessero necessariamente
essere condivise, dovessero essere comunque approvate a larga maggioranza.
Queste due condizioni sono venute meno:
è stato adottato, del tutto legittimamente e opportunamente (la
stessa Assemblea costituente non aveva costituzionalizzato, proprio per
questo, il sistema elettorale), un sistema elettorale maggioritario; e
sono entrate sulla scena forze politiche che non hanno concorso a elaborare
e approvare la Costituzione repubblicana e che non si sono ritenute compartecipi
della convenzione costituzionale per la quale ciò che era stato
stabilito come legge suprema della nostra convivenza doveva essere modificato
solo sulla base di una larga e condivisa convinzione sulla necessità
delle modifiche da apportare.
In questa condizione, è evidente
che uno degli scopi fondamentali da perseguire, insieme a quello di dare
alla Repubblica istituzioni democratiche più efficaci o di garantire
più efficacemente la governabilità del nostro sistema democratico,
era quello di ricuperare la supremazia, la stabilità della Costituzione,
la certezza e la garanzia dell'intangibilità dei diritti e delle
libertà; dunque, di rafforzare il sistema delle garanzie, a partire
da una riflessione sull'adeguamento della procedura di revisione costituzionale
delineata dall'articolo 138, la quale, venuti meno quei due presupposti,
merita di essere riconsiderata alla luce anche dei procedimenti assai più
aggravati che molte altre democrazie utilizzano per le riforme costituzionali,
al fine di garantire che diritti, libertà, regole democratiche non
siano in balia delle maggioranze del momento, non siano uno degli oggetti
in discussione in relazione all'esito delle competizioni elettorali.
Nessun passo è stato fatto in questa
direzione dal testo al nostro esame. Esso, anzi, da una parte indebolisce
in diversi punti il sistema delle garanzie; dall'altra, determina un vulnus
al principio della condivisione, delle larghe intese, della necessaria
convergenza l'approvazione delle modifiche costituzionali: un vulnus assai
più grave di quello che fu inferto con la legge del 2001, con l'approvazione
del nuovo Titolo V. Infatti, quel precedente, che è comunque un
precedente discutibile, presentava comunque caratteristiche diverse.
Il testo che allora fu approvato nasceva
da una elaborazione comune nell'ambito della Commissione bicamerale per
le riforme istituzionali, uscì da quella Commissione con un'approvazione
a larghissima maggioranza; e fu, fino all'ultimo, sostenuto, anzi patrocinato,
da una larga maggioranza bipartisan nel sistema istituzionale nel suo complesso,
del quale fanno parte anche le istituzioni territoriali (Regioni, Province
e Comuni), che appoggiavano nel 2001 l'approvazione della riforma del Titolo
V indipendentemente dalle opinioni politiche dei titolari delle cariche
di vertice dei governi regionali e locali.
Questa è la prima ragione della
nostra opposizione: se due sono le funzioni fondamentali delle costituzioni
democratiche, la riforma al nostro esame fallisce nel compito di adeguare
il nostro sistema costituzionale alle modifiche intervenute nella Costituzione
materiale sul terreno decisivo della garanzia della supremazia della stabilità
della Costituzione e quindi sul terreno della intangibilità dei
diritti, delle libertà e delle regole democratiche.
L'obiettivo, però, viene mancato
anche sul terreno della governabilità, dell'adeguamento del sistema
delle istituzioni, alle esigenze della nostra epoca: il testo che ci viene
sottoposto registra, sotto questo profilo, pesanti passi indietro rispetto
all'attuale Carta costituzionale. Lo si vede, per cominciare dagli aspetti
più semplici, nella riforma del procedimento legislativo: il nuovo
articolo 70 non potrà che provocare la paralisi dell'attività
legislativa, non solo per la confusa distribuzione di competenze decisionali
deliberative tra Camera e Senato, ma anche perché non contiene una
disposizione che consenta di risolvere il problema della competenza deliberativa
sulle leggi che disciplinano materie diverse inesplicabilmente intrecciate
tra loro, a partire dalla legge finanziaria; per queste, la soluzione proposta
(«spacchettare» il testo legislativo) è qualche volta
utilizzabile, ma per lo più del tutto inutile ed impraticabile,
proprio perché ci sono discipline che non consentono una rigida
suddivisione per materia.
Quanto alla forma di Governo e al ruolo
di Primo Ministro, da un lato, registriamo una eccessiva concentrazione
di poteri in capo al Premier, rischiando peraltro di mettere in un oscuro
cono d'ombra il ruolo del Parlamento e soprattutto della Camera politica,
la Camera dei deputati. Dall'altro, il testo colloca il Primo Ministro
in una posizione pericolosamente debole, attribuendo potenzialmente ad
una piccola frazione di parlamentari della sua maggioranza il potere di
decidere le sorti della legislatura e dello stesso Governo, quindi in qualche
modo di esercitare una influenza condizionante sulla maggioranza, sul Governo
e sull'intero Parlamento; alla sola condizione che questa frazione della
maggioranza disponga - per così dire - di un elettorato di nicchia
disposto a sostenere anche le rivendicazioni identitarie più estreme,
anche a costo di far cadere la legislatura e di mettere in crisi la maggioranza
e la governabilità del Paese.
Questa evenienza è accentuata dalla
legge elettorale che ci viene ora proposta e che rischia di operare in
parallelo con il nuovo assetto costituzionale, perché - come è
evidente - diminuisce la forza di condizionamento delle coalizioni sulle
componenti delle singole coalizioni. Il ritorno anticipato alle urne, con
la nuova legge elettorale, metterà infatti assai meno a rischio
la rappresentanza parlamentare di forze che abbiano rotto, la solidarietà
di coalizione, rispetto a quanto non avvenga con la legge elettorale vigente.
Questo testo riduce inoltre il ruolo del
Parlamento in modo inaccettabile. Abbiamo bisogno di Governi forti controllati
da Parlamenti forti; ma, nella riforma che viene proposta, la Camera dei
deputati è perennemente soggetta al condizionamento e alla minaccia
di scioglimento da parte del Primo ministro, che non incontra alcun limite
nell'esercizio del potere di imporre alla Camera, con la questione di fiducia,
un'alternativa secca: o la Camera vota, a scatola chiusa, il testo proposto
dal Premier oppure va incontro all'inevitabile scioglimento anticipato
della Camera.
Quanto alle modifiche del Titolo V e della
forma dello Stato, questo testo rivela alcuni punti deboli di eccezionale
rilevanza, innanzitutto con l'attribuzione di poteri legislativi esclusivi,
peraltro costruiti in modo confuso. I colleghi della maggioranza mi devono
spiegare come convivranno la competenza legislativa esclusiva del Parlamento
nazionale in materia di tutela della salute e la competenza legislativa
esclusiva dei legislatori regionali in materia di assistenza e organizzazione
sanitaria. L'unica risposta che abbiamo avuto è la distinzione fra
prevenzione e cura delle malattie, distinzione che - com'è noto
- è stata superata circa quaranta o cinquanta anni fa e che non
può essere seriamente riproposta.
A parte gli effetti che avrà questa
confusione nella distribuzione delle competenze esclusive, e la probabile
moltiplicazione di conflitti e controversie di fronte alla Corte costituzionale
in misura ancora maggior di quanto non avvenga con l'attuale assetto, non
c'è dubbio che questo testo si ispira ad un principio non compatibile
con l'esperienza e la storia dei sistemi federali. A differenza dei sistemi
confederali, i sistemi federali non prevedono in alcuna parte al mondo,
neppure negli Stati Uniti, l'esistenza di competenze legislative del tutto
esclusive attribuite alle istituzioni politiche territoriali.
Voglio ancora una volta ricordare il caso
emblematico della sanità. Nella Costituzione degli Stati Uniti la
sanità è competenza legislativa degli Stati; non c'è
una parola nella Costituzione federale che l'attribuisca al Congresso degli
Stati Uniti. Ma questo non ha impedito al Congresso di approvare importanti
programmi federali in materia sanitaria come Medicare e Medicaid e di finanziarli
con fondi federali. Chi si opponeva, il partito repubblicano, non ha mai
invocato l'illegittimità costituzionale di queste disposizioni,
ma ha solo motivato la sua opposizione politica ad un'estensione dell'intervento
pubblico in materia sanitaria.
Con questo testo si perde un'occasione
che avevamo a portata di mano: quella di riscrivere la parte più
controversa del Titolo V, cioè l'articolo 117; la si sarebbe potuta
cogliere, ricorrendo ad una larga intesa tra le forze politiche su un testo
più semplice e più condivisibile che, sul modello della legge
fondamentale di Bonn, prevedesse un adeguato elenco di materie riservate
alla competenza del Parlamento nazionale e che, per tutto il resto, attribuisse
la potestà legislativa alle Regioni, ferma restando tuttavia la
potestà del Parlamento di intervenire con proprie leggi anche in
quelle materie, a tutela dell'unità giuridica ed economica dell'ordinamento
e dell'universalità dei diritti costituzionali dei cittadini.
Una formula semplice ed insieme duttile,
che avrebbe consentito di eliminare molte controversie perché avrebbe
chiaramente identificato una possibilità di intervento del legislatore
nazionale quando le esigenze di coesione del Paese lo richiedessero.
In ogni caso, signor Presidente, questo
testo, come si è visto, fallisce tutti e due gli obiettivi fondamentali
di ogni seria operazione di revisione costituzionale. Il Parlamento lo
approverà. Ma noi confidiamo nel fatto che i cittadini italiani,
nella loro saggezza, con il referendum lo bocceranno e restituiranno così
al Parlamento ed alle forze politiche democratiche il compito, fallito
ahimè in questa legislatura, di delineare, sulla base di un aperto
confronto e col metodo della larga condivisione, le riforme necessarie
per adeguare la nostra Carta costituzionale ai mutamenti intervenuti nel
mondo e nella nostra Costituzione materiale. Per avere una Costituzione
che, in coerenza con i suoi princìpi e valori, garantisca sempre
meglio la certezza e l'intangibilità dei diritti, delle libertà
e delle regole democratiche, e delinei un sistema di istituzioni più
efficace e moderno, garantendo la governabilità del Paese. (Applausi
dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Fassone. Ne ha facoltà.
FASSONE (DS-U). Signor Presidente,
signor Sottosegretario, colleghi, mi guardo intorno e lo spettacolo che
offre l'Aula mi induce a sconforto: stiamo celebrando, o meglio voi state
celebrando - noi lo stiamo soffrendo - l'ultimo atto di un percorso parlamentare
che porterà ad un grandioso stravolgimento della Costituzione ed
in Aula sono presenti pochi senatori dell'opposizione, quasi nessuno della
maggioranza.
È vero che è martedì,
segmento settimanale poco frequentato, è vero che siamo in discussione
generale, da voi intesa come inutile liturgia da consumarsi come sfogatoio
dell'opposizione prima di giungere al momento che conta, quello in cui
i vostri numeri brutalizzeranno i nostri argomenti e la democrazia delle
quantità potrà finalmente celebrare i suoi fasti; è
vero tutto questo, ma è comunque la riforma della Costituzione,
la riforma della lex fundamentalis, del patto tra cittadini e del patto
tra generazioni, le tavole scritte dopo i grandi tornanti della storia,
dopo le guerre quando gli uomini depongono i fucili ed intorno al fuoco
decidono quale sarà il futuro loro e dei loro figli: la Costituzione,
testamento di 100.000 morti, come disse Calamandrei.
Ed invece c'è il deserto in Aula.
Perché questo accade? Credo di poter dare questa spiegazione che
almeno è la mia personale: noi, senatori dell'opposizione, siamo
rassegnati al risultato, ammaestrati da cinque anni di inutili argomenti;
voi, senatori della maggioranza, siete sicuri del risultato ma nello stesso
tempo imbarazzati perché sapete che questa non è una riforma
della Costituzione, nonostante quello che sta scritto nell'epigrafe del
disegno di legge, perché le riforme della Costituzione si fanno
quando vi è l'adesione di tutti o quasi tutti intorno a qualcosa
di comune, perché la Costituzione non è una legge qualsiasi:
è fatta di una pasta speciale che ben pochi forni possono cuocere.
L'azione costituente è cercare
questo qualcosa di comune. Il Parlamento, ricordiamolo, non è un
potere costituente, ma un potere costituito, e infatti l'articolo 138 parla
di revisione della Costituzione, non di rifacimento, non di stravolgimento,
non di spregio della Costituzione! La vostra non è stata la ricerca
di questo qualcosa di comune, tant'è che non è comune nemmeno
a voi tutti. È stata la ricerca consapevole, accanita, rovinosa
del contrario di questo qualcosa di comune. È stata la ricerca di
piegare l'avversario con un colpo di maggioranza assestato con forza costituzionale,
un atto di Governo rinforzato.
In questo caso, con questo stile, con
questo obiettivo non c'è nemmeno materia costituzionale, ma semplicemente
lotta costituzionale, una lotta e un risultato prodotti da questi rapporti
di forza oggi esistenti. Dunque, una Costituzione - se mai dovesse essere
promulgata - destinata a durare quanto durano questi rapporti di forza,
e quindi ad essere superata con l'auspicabile disgelo della prossima primavera.
Altro che testamento dei 100.000 morti: questo è il regolamento
del vostro condominio!
Tutte queste cose vi sono note. Sapete
che con grandissima probabilità il referendum cancellerà
questo prodotto, eppure lo volete, anche se ciò credo che avrà
pesanti ripercussioni politiche ed elettorali. Lo sapete e lo volete.
Volete ancora una volta fare una riforma
contro. È incredibile che vogliate fare la riforma della scuola
e dell'università contro i docenti, la riforma dell'ordinamento
giudiziario contro i magistrati, la riforma della Costituzione contro il
parere di quasi tutti i costituzionalisti; eppure la volete! Questo perché
usate la Costituzione non come quel patto di cui ho detto, ma come una
clava contro l'avversario ed una merce di scambio tra di voi, e questo
non è certo garanzia di un futuro costituzionale! Perché
voi dovete accontentare la Lega, lo ha detto onestamente anche il presidente
Pastore: la Lega Nord ha esercitato una forte pressione perché ha
fatto della devolution - la cosiddetta devolution che mi rifiuto di chiamare
con questo nome - l'ultima bandiera simbolica per ritardare il suo tramonto,
l'ultima autoconsolazione prima dell'autoemarginazione politica.
Pagate questo pedaggio per dare ossigeno
ad un Governo in asfissia di consensi e vi infilate in un gioco infantile
e rovinoso che potrei chiamare il gioco dei cubetti. Sappiamo che i bambini
molto piccoli sono soliti cercare di costruire una torre con dei cubetti
e, siccome non sono esperti della statica, arrivati al terzo, quarto cubetto
messo su in qualche modo, la torre crolla ed è esattamente quello
che capita nel vostro disegno di riforma costituzionale. Quale è
il primo cubetto, quello che facilmente sta in piedi perché è
il primo? E' quello del regionalismo esasperato: potestà legislativa
esclusiva in materie delicatissime, madre del patchwork più bizzarro.
E subito un altro condomino si sente in
dovere e in diritto di collocare il suo cubetto per cui Alleanza Nazionale,
paladina della centralità dello Stato, sostiene, e non affatto a
torto, la necessità di un Senato federale forte - e non ritorno
sulle infinite difficoltà che ci sono state nel costruirlo - per
raccordare, contenere e armonizzare la polverizzazione regionale. Allora
abbiamo costruito una Camera asimmetrica - il che va bene - ma in cui uno
dei due rami non è legato con rapporto fiduciario al Governo.
A questo punto, però, il Senato
federale forte, sciolto dal rapporto fiduciario con il Governo può
intralciare l'azione del medesimo. Ed ecco allora il terzo cubetto: Forza
Italia, paladina della centralità del Governo e, soprattutto, del
Capo del Governo, del Primo ministro, appoggia il terzo cubetto e così
il Senato viene espropriato della sua competenza anche nelle materie in
cui ha l'ultima parola, e assistiamo a quella sorprendente antinomia di
cui all'articolo 70, comma quarto, secondo il quale quando il Governo ritiene
che le proprie modifiche ad un disegno di legge sottoposto all'esame del
Senato siano essenziali per l'attuazione del suo programma chiede al Presidente
della Repubblica un'inusitata autorizzazione a presentarsi al Senato ed
a illustrare le sue motivazioni per chiedergli di assecondarlo.
Se il Senato non lo fa, il disegno di
legge viene tranquillamente e brutalmente trasmesso alla Camera la quale,
evidentemente più sicura perché legata dal rapporto fiduciario,
lo approverà. Quindi non solo avete disegnato una sorta di ircocervo,
perché il Senato o è davvero la Camera delle Regioni, o è
Camera legislativa, o non lo è; non solo avete creato un sistema
di ripartizione di competenze farraginoso e inestricabile, in quanto da
una simulazione effettuata sembra che circa il 40 per cento delle leggi
approvate sarebbe di incerta, incertissima attribuzione all'una o all'altra
competenza, ma alla fine il Senato è non soltanto esposto all'alternativa
tipica «o acconsenti o ti sciolgo»: è puramente e semplicemente
messo da parte.
Ormai, però, la torre è
prossima a crollare perché, se si può espropriare il Senato,
non si può espropriare la Camera, e se la Camera dicesse di no allora
ecco il quarto cubetto, quello che fa crollare tutto. Non basta spostare
il disegno di legge là, perché anche la Camera potrebbe non
essere disponibile ad assecondare il Primo ministro; da qui la minaccia
di scioglimento, sulla quale si è mille volte tornati, ed ecco l'artificiosa
costruzione di una mozione di sfiducia che di fatto non potrà mai
produrre il risultato cui è preordinata, perché basta un
manipolo di fedelissimi del Primo ministro per non raggiungere la maggioranza
all'interno di quella espressa dalle elezioni.
Dunque, il Parlamento viene di fatto espropriato,
ma chi di prepotenza ferisce di prepotenza perisce: infatti la sterilizzazione
totale dell'opposizione, se da una parte mette il Parlamento a disposizione
del Primo ministro, dall'altra pone il Primo ministro nella soggezione
delle ali estreme, perché basterà che anche un piccolo segmento
della maggioranza non voti la fiducia e, siccome non può essere
in alcun modo surrogato da un'opposizione totalmente sterilizzata come
infetta, nemmeno il 95 per cento della Camera potrebbe salvare il Primo
ministro. Questo è il risultato che raggiungerete: la torre dei
cubetti infantilmente edificata crollerà per la vostra stessa dinamica.
Non mi soffermo oltre: oggi non parlo
evidentemente a una maggioranza che non c'è, parlo a coloro che
possono sentire. I 100.000 morti non possono più protestare, ma
i milioni di vivi lo possono fare. Quel popolo che voi esaltate a parole
e misconoscete nei fatti si farà sentire tra pochi mesi e cancellerà
questo sfregio al testamento e voi che stoltamente lo avete voluto. (Applausi
dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e Verdi-Un. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Tessitore. Ne ha facoltà.
TESSITORE (DS-U). Signor Presidente,
la storia del costituzionalismo, ossia di quella che può definirsi
la "tecnica della libertà", e la storia delle Costituzioni, ossia
dei tentativi di tradurre in norme e in comportamenti politici la tecnica
della libertà, possono riassumersi nel confronto, che spesso è
stato una contrapposizione, tra due princìpi: quello della legalità,
vale a dire la determinazione delle forme garanti dell'ossequio a criteri
formali dei rapporti sociali e politici, e quello della legittimità,
vale a dire l'elemento riguardante il fondamento (morale, etico) della
legge.
Ciò significa che le Costituzioni,
qualsiasi forma di Costituzione, riguardano e non possono non riguardare,
fino al punto da esserne condizionate, i presupposti sociali, economici,
ideologici, in una parola culturali (nel senso ampio e pieno della parola),
di uno spazio - possiamo dire uno Stato, una Nazione, un popolo - e di
un tempo - possiamo dire la temperie sociale, economica, ideologica, culturale
vissuta da un popolo, da una Nazione, da uno Stato -. Credo stia in ciò
la constatazione storica secondo la quale le Costituzioni, nel senso della
formalizzazione dei processi dottrinali del costituzionalismo, sono state
quasi sempre il risultato di eventi straordinari e, talvolta dolorosi e
drammatici, come rivoluzioni, le guerre, le radicali trasformazioni.
Non ho bisogno di fare richiami storici.
Mi limito a ricordare che, nel nostro Paese, periodi determinanti delle
Costituzioni sono quelli del triennio 1796-1799, ossia quello legato alle
trasformazioni indotte dalla Rivoluzione francese, e poi quello della rivoluzione
liberale del Risorgimento e, ancora, quello della rivoluzione democratica
della Resistenza ad un regime dittatoriale responsabile di una guerra totalitaria.
Questa dialettica tra legalità
e legittimità, in qualche misura, si ritrova anche in un altro contrasto
che caratterizza i processi costituenti ed anche il nostro, quello tra
Costituzione come formalizzazione e quindi cristallizzazione dei princìpi
fondamentali e Costituzione materiale e cioè il rispetto e la canalizzazione
della dinamica propria delle forze sociali nell'ordinamento giuridico e
politico.
La nostra Carta costituzionale fu ed è
un tentativo di conciliazione tra il sistema statico della conservazione
di norme originarie e il sistema dinamico degli stessi princìpi
originari in quanto tenuti a rispettare, non staticamente e formalisticamente,
l'adeguamento di tali princìpi alle esigenze della condizione sociale,
economica, ideologica della gente, del popolo, della Nazione che confluiscono
in uno Stato.
Ciò significa, venendo all'oggi,
che una revisione della nostra Carta costituzionale è un'esigenza,
potrei dire una necessità. Ma, ecco il punto: perché ciò
si dia, bisogna porsi nella condizione non dirò di risolvere e neppure
di rispondere del tutto esaurientemente, ma almeno di individuare, di capire,
di interpretare i bisogni, le esigenze degli individui che compongono la
nostra gente, la nostra società, la quale è, un po' come
tutte ma più di tante altre, una società pluralistica, che
ha dato luogo ad una struttura pluricentrica, come elemento caratterizzante
la nostra storia, quella storia che è alla base, con tutte le sue
fratture, rotture, drammi (ma anche conquiste, successi, vittorie), della
nostra Carta costituzionale e del nostro Stato democratico e repubblicano.
E allora la domanda è: questa proposta
di revisione (e lo dico, come si vedrà, problematicamente) soddisfa
questa condizione? Temo proprio di no e lo temo a partire dalla definizione
di ciò che ci sta dinanzi. Che cos'è ciò che viene
proposto? L'esercizio di un potere costituente o l'esercizio di un potere
di revisione? Vale a dire, è una nuova proposta di Costituzione
o una modifica della Costituzione vigente, che però impone il rispetto
delle linee essenziali dell'ordinamento, ossia - si badi bene - della Costituzione
materiale, non della Costituzione formale e statica? Sono convinto che
quanto ci viene proposto non è né l'una cosa, né l'altra
ed è perciò un pasticcio.
Una Costituzione, una revisione di tanta
consistenza quale quella che viene proposta, 57 articoli, l'intera seconda
parte della nostra Carta costituzionale, cioè proprio quella relativa
all'effettuazione dei princìpi fondamentali costituenti, per dir
così, non può, non avrebbe dovuto prescindere, per la forza
delle cose, dalla ricerca del confronto più ampio e articolato,
della discussione più franca, spregiudicata e libera delle idee
e delle interpretazioni delle idee e delle valutazioni delle idee. E ciò
qui, ora, non cinquant'anni fa.
La nostra Costituzione, quella per fortuna
ancora vigente, che mi auguro lo sia ancora a lungo, specie dinanzi a sgorbi
o pasticci come questo proposto, fu il prodotto di discussioni difficili,
talvolta drammatiche, di scontri durissimi, ma fu approvata con il 90 per
cento dei voti. Sta in ciò, con tutte le difficoltà, i ritardi,
forse persino i tradimenti che ne hanno fatto la storia, la sua capacità
di governare un Paese in sviluppo, profondamente trasformato da società
prevalentemente agricola, quale era alla fine della guerra, in un Paese
industriale e moderno, quale è divenuto e quale è, e per
di più, a sua volta, in profonda trasformazione, che può
determinare il suo ulteriore sviluppo, o purtroppo, come sembra avvenire
oggi per pochezza della classe politica che lo governa, il suo declino.
Domando: può essere capace di esprimere
e consolidare tutto quanto ho fin qui accennato la «revisione»
della Costituzione che è stata discussa - si fa per dire - e votata
dal Senato con tempi contingentati, senza risposte articolate alla più
parte delle osservazioni avanzate, bensì con una contrapposizione
di accuse e di modeste giustificazioni, del tipo dell'ostinato, generico,
impreciso richiamo alle presunte colpe del centro-sinistra, quando - io
credo sbagliando, almeno nelle forme - approvò affrettatamente la
riforma del Titolo V (peraltro solo una piccola parte della seconda parte)
della Costituzione? Credo proprio di no, anche perché non ha senso
rispondere con un errore all'errore commesso da altri, ammesso che tale
sia stato quello del centro-sinistra.
E vengo a qualche aspetto particolare.
Il rafforzamento, per tanti versi probabilmente
necessario, del ruolo (non voglio dire del potere) del Presidente del Consiglio
è veramente compatibile con i principi del pluralismo, dell'indefettibilità
dell'opposizione parlamentare, addirittura della stessa maggioranza parlamentare,
garantita dalla forma del nostro Stato e dalla nostra Costituzione quale
resta nella sua prima parte? Non credo.
Ancora: l'indebolimento delle funzioni
e del potere del Presidente della Repubblica è coerente con le funzioni
che la Costituzione formale e materiale gli affida, ossia non solo quello
di mediatore neutro tra Parlamento e Governo, ma quello ben più
ampio di garante dell'ordinamento statale che si esprime nella sua possibilità
di decretare lo scioglimento anticipato delle Camere, di veto sospensivo
nella promulgazione delle leggi, di autorizzazione alla presentazione delle
proposte di legge governative, di nomina di un terzo dei giudici costituzionali,
addirittura - sia pure in forme assai limitate - di legislatori, quali
sono, a tutto titolo, senza essere convalidate dal voto e dal giudizio
popolare, i senatori a vita? Credo proprio di no. Ciò significa
non revisione, ma scardinamento, sostituzione della Carta costituzionale.
Ancora, ed è un punto gravissimo:
è conforme al principio dell'unità e dell'interesse nazionale
(che non è un principio retorico o di bandiera) il pasticciato sistema
della cosiddetta devoluzione, che non si capisce bene cosa sia, se l'instaurazione
di un regime regionalistico (e non lo è quando si affidano alle
Regioni poteri come quelli relativi alla sicurezza, alla salute, alla formazione)
o un regime federale, che, come si sa, è cosa diversa perché
è una forma di limitazione dei poteri in modo non orizzontale ma
verticale, che significa mettere in discussione la forma fondamentale del
Governo parlamentare e della separazione dei poteri, garantiti della prima
parte della Costituzione?
Potrei continuare con l'accenno a norme
più particolari come il Senato delle Regioni, un vero pasticcio
che intacca anche il principio fondamentale dell'uguaglianza formale e
sostanziale dei cittadini, consentendo l'eleggibilità solo ad alcuni.
In conclusione, mi limito ad una sola
osservazione: sono convinto che il nostro Paese sia caratterizzato da una
forte identità nazionale, fatta di cultura, religione e lingua,
e da una debole identità statale. Una Costituzione che voglia rispondere
ai bisogni della nostra società in nome delle esigenze della sicurezza,
della solidarietà e dell'amicizia, che sono i principi fondamentali
della società di oggi e della nostra Costituzione repubblicana e
democratica (che non a caso ripudia la guerra, vuole realizzare l'armonia,
il pluralismo interno ed esterno), deve rafforzare e non indebolire l'identità
statale. Ecco cosa significa l'interesse nazionale, al di là della
retorica: non infiacchire l'identità nazionale.
Questa proposta di modifica della Costituzione
ha la straordinaria capacità di indebolire, fino a smarrire, l'identità
statale e l'identità nazionale del nostro popolo, condannandolo
perciò ad un irreversibile declino. Per questo è un pasticcio,
un pasticcio pericoloso che non merita di essere approvato e che - ne sono
sicuro - sarà cancellato dalla volontà popolare, lasciando
però in piedi le tensioni che provocherà se sarà approvato
e che del resto ha già pericolosamente provocato.
Le forze politiche di questa maggioranza
tracotante saranno severamente giudicate per questo loro gravissimo errore,
un vero misfatto. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Zavoli. Ne ha facoltà.
ZAVOLI (DS-U). Signor Presidente,
onorevoli colleghi, non aggiungerò nulla a quanto detto sconsolatamente
e desolatamente dal collega Fassone a proposito di quest'Assemblea che
è non sorda né grigia, ma certamente vuota. Ci sconforta
molto prendere la parola su una questione di tale gravità in queste
condizioni, quando ormai si è consumata la speranza di poter influire
dai nostri banchi su una decisione che non conta solo per ciò che
vale di per sé, ma anche perché rappresenta l'estrema prova
che la maggioranza affronta per rimanere unita o spezzata.
Prendere la parola, dicevo, in questo
scampolo di tempo che i Regolamenti ci offrono è come certificare
che una grande questione politica, civile, etica è sul punto di
entrare nella nostra storia nazionale non attraverso la dialettica, e quindi
la ricchezza, di un reciproco confronto, ma grazie a quella che de Tocqueville
- cui non si potrà certo imputare di offendere la democrazia - ha
chiamato la "dittatura della maggioranza", non intendendo ovviamente mettere
in causa i suoi sacrosanti diritti, ma richiamandosi al pericolo che la
logica dei grandi numeri sia in grado di prevalere comunque - anche quando
siano in gioco valori essenziali - senza che ad essi corrisponda il contributo
di chi può fornire motivi di riflessione, indurre interrogativi,
modificare certezze.
Sono dell'idea, signor Presidente, onorevoli
colleghi, in verità semplice, che "se ti parlo per ciò stesso
ti cambio", e altrettanto accade a me "se sei tu a parlarmi": intendo dire,
con queste parole, che non si esce mai indenni da una controversia se essa
viene affrontata con il dialogo, cioè con la volontà di capire
anziché di negare. Ma ciò non è accaduto. Noi siamo
qui, a votare una legge decisiva per la tenuta della coalizione di centro-destra,
tanto che il Premier stesso, avvezzo ai numeri - alla loro fermezza, ma
anche al loro nomadismo - ha rinviato un viaggio in Israele per essere
a Roma, dove è in corso una partita di quelle in cui, lo dico con
il rispetto dovuto al gioco democratico, è bene stare vicino ai
numeri e, per così dire, alle maglie dei giocatori.
Signor Presidente, onorevoli colleghi,
penso al nostro lavoro, all'obbligo civile che ci siamo assunti di testimoniare
l'appartenenza in nome di un bene comune, penso alle parole di don Milani
il quale - fatta salva, ovviamente, ogni legittima distinzione, - disse
che "la politica è uscirne insieme", certo riferendosi alle grandi
questioni che essa pone e deve risolvere. E allora rivado al bilancio del
lungo viaggio della cosiddetta devolution, in cui non c'è traccia
delle tante riflessioni e proposte che i nostri colleghi più versati
nella grave materia hanno vanamente profuso in questa Aula, dove la prima
Costituzione della Repubblica fu il frutto di uno dei più alti e
dialettici confronti di idee e di ideali che la democrazia non solo italiana
abbia mai concepito. Essa venne votata, come ha ricordato il senatore Tessitore,
con il 90 per cento dei consensi.
Di qui a poco, intorno a una parola che
la quasi totalità del Paese non capisce, e incongrua anche per chi
ne intende il senso, voteremo una legge dalla quale saranno rimasti esclusi
i pensieri e gli ideali di quasi la metà del Senato della Repubblica.
Una legge affermatasi in nome dei numeri e, di riflesso, con le modalità
di un votifìcio.
Non credo di venir meno al rispetto che
dobbiamo al Parlamento né di offendere la dignità personale
di chi è stato di parere diverso dal nostro, se dico che un voto
cui viene affidata una così complessa, alta e coinvolgente riforma
nasce, in quest'Aula, nell'impotenza dei rappresentanti di mezzo Paese.
Mi domando con quale animo un uomo come
il Presidente del Consiglio, uso a primeggiare, abbia potuto spingere la
sua duttilità - al punto di castigare il suo orgoglio - fino ad
accettare che tempi e precedenze fossero stabilite dal leader leghista,
un uomo e un politico, si è visto, di grande temperamento il quale,
in questa fase, è il vero vincitore. Lo è tanto che la devolution,
da lui scoperta come surrogato alla secessione, è diventata la proposta
di punta - cioè la chiave e il simbolo dell'intero progetto - da
esibire nella prossima campagna elettorale per portare alle urne una folla
di leghisti momentaneamente appagata.
Poi, il voto del referendum potrà
anche cancellare la riforma, ma intanto la devolution naviga verso un'approvazione
trainata dai partiti della maggioranza come un brulotto esplosivo lanciato
verso il bersaglio nella cui dirompente miscela c'è l'attribuzione
alle Regioni del potere di legislazione esclusiva non solo in materia di
sanità, scuola e polizia locale, ma anche in ogni altra materia
«non espressamente riservata» - cito il testo della proposta,
articolo 117 - «alla legislazione dello Stato».
Sono le aree in cui l'eguaglianza dei
cittadini dovrebbe trovare tutela e garanzia nella Costituzione, mentre
la proposta mira a rendere possibili, di fatto, secessioni regionali foriere
di inevitabili disparità.
Si afferma che lo Stato può ricorrere
al nuovo Senato per far valere l'«interesse nazionale». Una
formula vana, se non è sostanziata di contenuti, dei quali, però,
non si fa cenno, nonostante si tratti della natura e del livello dei diritti
civili e sociali da garantire in tutto il territorio della Repubblica.
Senza dire della distinzione introdotta
sulla rappresentanza parlamentare tra Nazione e Repubblica (il nuovo articolo
67 della Costituzione), che insinua la possibilità di avere lealtà
diverse, e in competizione tra loro, verso lo Stato e le "nazionalità"
che si pretende lo compongano.
Alla negazione dell'identità tra
Nazione e Repubblica fa riscontro la norma transitoria che favorisce la
creazione di nuove Regioni frantumando quelle esistenti e sospende le garanzie
costituzionali sul referendum tra tutti i cittadini coinvolti nella divisione
territoriale.
C'è da domandarsi se partiti che
nel loro nome si richiamano, l'uno, all'Italia e, l'altro, alla Nazione,
possano dare il proprio sostegno a un attacco così scoperto e strumentale
all'unità della nostra Patria, e se non sentano il peso del venir
meno ai loro stessi ideali.
All'indomani del voto della Camera, Andrea
Manzella ha scritto che la responsabilità condivisa di un tale stravolgimento
dei nostri ordinamenti non poneva solo un problema politico, ma anche una
questione, più grave, di coscienza. Siamo in tutto d'accordo con
lui, quando afferma che l'attentato alla Costituzione, anche se fosse destinato
al fallimento per la volontà popolare espressa dal referendum, resterebbe
comunque grave in sé. A prescindere, cioè, dal suo esito.
Infatti, un tale uso del mandato politico
sconfina nella sottovalutazione di un principio che inquina a priori l'intero
progetto di riforma, con il concentrarsi dei poteri in un Primo ministro
che, non soccorrendogli più la fiducia parlamentare, può
decidere di sciogliere la Camera, mentre il Presidente della Repubblica
viene privato del suo ruolo di garante e di custode della Costituzione.
Non credo, a questo proposito, proprio io, di poter aggiungere nulla ai
giudizi negativi di parlamentari e costituzionalisti di gran vaglia e di
ogni tendenza.
Si è poi aggiunto il ricorso a
un altro sistema elettorale, che vede il ritorno al proporzionale, il cui
congegno renderà instabili i Governi con un premio di coalizione
regionale nell'elezione del Senato, condizione obbligata per ottenere il
consenso della Lega. È quello che il senatore Angius ha chiamato
"desiderio di distruzione" in previsione della sconfitta.
PRESIDENTE. Senatore Zavoli, la prego
di concludere.
ZAVOLI (DS-U). Sto concludendo, signor
Presidente. E Veltroni ha definito l'"avvelenamento dei pozzi" prima della
ritirata.
Signor Presidente, onorevoli colleghi,
senza nulla togliere al valore delle critiche tecnico-giuridiche, ecco
perché riteniamo che il rifiuto del progetto debba essere totale.
Una Costituzione di parte va respinta senza riserve e concessioni. Un progetto
che delinea una forma di Governo basata su una contraddizione paradossale,
cioè la dittatura elettiva di un uomo solo, proprio per la sua ispirazione
di parte, non è accettabile in quanto estranea allo spirito costituzionale.
Semplicemente perché è incostituzionale. È la nostra
ferma e irriducibile convinzione. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U.
Congratulazioni).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Battisti. Ne ha facoltà.
Prego i colleghi di rispettare, per quanto
possibile, i tempi loro assegnati.
BATTISTI (Mar-DL-U). Signor Presidente,
si conclude qui l'iter di questo testo, composto da ben 57 articoli e che
sostituisce e modifica 50 articoli della Parte II della Costituzione, inserisce
tre nuovi articoli e novella quattro articoli che fanno parte di altre
leggi costituzionali.
Non mi soffermerò sui temi di carattere
specifico, poiché molto e meglio di me è stato già
detto.
Probabilmente avremmo dovuto completare
una lunga fase di transizione per rendere la Costituzione più moderna,
ma anche per riaffermare i valori e i princìpi alla base dell'attuale
testo costituzionale. Avremmo dovuto anche migliorare la nostra legge elettorale
per renderla più consona al volere dei cittadini, che si sono espressi
con chiara volontà nei referendum costituzionali. Insomma, avremmo
dovuto completare una fase decennale di transizione. Oggi, invece, compiamo
un grandissimo passo indietro, sia con l'approvazione di questo testo costituzionale,
sia con l'intento di tornare ad una legge elettorale che ci fa fare - ripeto
- un balzo indietro nel tempo di dieci anni.
Scrive nel 1906 il Santi Romano in un
testo dal titolo "Le prime Carte costituzionali": «Quando le prime
Carte furono emanate era opinione comune che la sovranità delle
forme di cui si vestivano e la consacrazione in un documento scritto dei
princìpi che contenevano dovessero servire ad accrescere la loro
stabilità, che appunto per tali motivi esse erano differenziate
dalle leggi comuni, rispetto alle quali si ritenevano sacre ed intangibili,
che tutta una serie di freni e di garanzie si esercitavano per rendere
ponderate le loro modificazioni, quando non si proclamava addirittura la
loro assoluta immodificabilità».
Voi, quanto al metodo, avete proceduto
in questi due anni e mezzo di discussione al contrario: con una serie di
strappi e con voti di maggioranza, senza rispettare questo principio. Molti
costituzionalisti hanno dichiarato che nel sistema rappresentativo vi è
il dominio del principio di maggioranza, della dura legge dei numeri, che
però le Costituzioni devono funzionare come una sorta di "frigorifero",
perché servono a conservare quanto ognuna delle parti che le sottoscrivono
vuole mantenere integro a lungo, almeno per tutto il tempo in cui il voto
degli elettori la terrà lontana dal Governo. Tale principio fissa
delle precise garanzie, che la Costituzione prevede per assicurare la propria
prevalenza rispetto ad ogni successiva ed eventuale decisione della politica.
La Costituzione non pretende di essere
immutabile, ma richiede che ogni mutamento sia deciso da una maggioranza
parlamentare superiore a quella sufficiente per governare, in modo che
si ripristini il largo consenso che aveva generato il compromesso da cui
è nata.
È un po' la discussione che si
è avuta in Europa tra Costituzioni rigide e Costituzioni flessibili,
ma ricordiamoci comunque che quei princìpi valevano sia per l'una
che per l'altra, che sono proprio quei princìpi che hanno portato
l'Europa del Novecento all'istituzione delle Corti costituzionali e che
comportano anche due altri princìpi. In primo luogo, la divisione
dei poteri, che non risponde solo all'esigenza di assicurare che il potere
sia ripartito tra centri diversi per composizione sociale.
Anche negli Stati Uniti d'America la Costituzione
ripudia qualsiasi differenza sociale per casta, privilegio, o quant'altro,
tutti i poteri si legittimano attraverso il voto degli elettori, tuttavia
il principio della divisione dei poteri viene adottato con particolare
rigore come metodo per frenare il potere ed obbligare ogni organo ad agire
ricercando l'assenso dell'altro. Il Presidente può bloccare le leggi
votate dal Congresso, ma dipende dal Congresso per i tributi, per il bilancio
e per ogni altra legge. Ogni decisione del Congresso, però, può
essere bloccata dal veto del Presidente. Il Presidente, a sua volta, dipende
dal consenso del Senato per la conclusione dei trattati e per le nomine
di maggiore importanza. In sostanza, quello che ci insegna la Costituzione
americana è proprio questo: che la separazione e il controllo reciproco
tra i poteri devono essere assicurati, anche se tutti gli organi dello
Stato sono eletti dal popolo. Ebbene, oggi anche qui voi fate il contrario,
avete una visione - come diceva il senatore Mancino - aziendalistica, una
visione da consiglio di amministrazione dello Stato, dell'ordinamento della
Repubblica e del suo funzionamento.
Un altro passo, che mi ero segnato e che
vorrei leggere, dice: «O la Costituzione è una legge superiore
e prevalente, non modificabile con gli strumenti ordinari, oppure è
posta sullo stesso livello della legislazione ordinaria e, come le altre
leggi, è alterabile quando il legislatore ha il piacere di alterarla.
Se la prima parte è vera, allora una legge contraria alla Costituzione
non è legge; se la seconda parte è vera, allora le Costituzioni
scritte sono un tentativo assurdo da parte del popolo di limitare un potere
per sua stessa natura illimitabile». Questo passo è tratto
da una celebre sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti d'America,
Marbury vs Madison del 1803, ma quei principi, nel tempo, hanno prodotto
Costituzioni moderne, efficaci, efficienti, che ci avrebbero dovuto guidare
nel dare una visione più moderna alla nostra Costituzione.
Un altro principio, quello di legalità
- di cui evidentemente vi siete dimenticati e che avete trascurato - vige
e permea la maggior parte delle Costituzioni moderne e entra in conflitto
con quel principio di maggioranza, perché sottrae alla maggioranza
politica, che esce dalle elezioni e domina i lavori dell'Assemblea legislativa,
ambiti importanti di competenza, soprattutto per ciò che attiene
all'equilibrio tra organi costituzionali e diritti fondamentali dei cittadini.
Dopo l'enunciazione di questi principi,
vediamo che il testo al nostro esame tradisce, nel metodo, tutti questi
principi. Vengono, infatti, modificati 57 articoli, usando l'articolo 138
della Costituzione, che ne mutano l'aspetto complessivo, prevedendo l'indebolimento
del ruolo della Camera dei deputati, fino addirittura a farci ritenere
che ci avviamo verso una forma affievolita di democrazia parlamentare;
il potere di scioglimento delle Camere non più attribuito ad un
organo terzo e super partes, ma al Primo ministro; un eccessivo rafforzamento
della posizione del Presidente del Consiglio, senza che vi sia nessuno
dei bilanciamenti tipici delle Costituzioni proprie dei sistemi presidenziali.
Un dichiarato federalismo, puntualmente
smentito dalle norme al nostro esame, soprattutto con un sistema tributario
e fiscale che non consente alle Regioni una loro effettiva autonomia; un
ruolo del Senato, cosiddetto federale, di fatto pasticciato, confuso ed
indebolito; la nuova elezione dei componenti della Corte costituzionale
che accentua la politicizzazione di quell'organo, la confusione dell'iter
legislativo - è già stato detto - nelle competenze (quella
sanitaria, dell'organizzazione scolastica, i percorsi formativi e regionali).
Insomma, di tutto e di più, meno quello di cui avevamo bisogno:
una riaffermazione dei nostri princìpi e dei nostri valori, ma in
una accentuazione di modernità della nostra Costituzione. Ma questo
è quello che voi da lungo tempo state facendo. In realtà,
le nostre Costituzioni moderne, lo Stato di diritto nascono da un sogno,
scrive Roberto Bin; un sogno antico quanto il pensiero politico; il sogno
che a governare siano le leggi e non gli uomini.
Diceva Aristotele che è preferibile,
senza dubbio, che governi la legge più che un qualunque cittadino.
E, secondo questo stesso ragionamento, anche se è meglio che governino
alcuni, costoro bisogna costituirli guardiani delle leggi e subordinati
alle leggi. In questi quattro anni abbiamo vissuto altro: l'umiliazione
delle leggi perché governa un uomo; cambiamo la Costituzione perché
è più utile alla campagna elettorale di una parte politica;
cambiamo la legge elettorale perché è più utile ad
una parte politica e dimentichiamo quei princìpi che hanno fatto
di questo Paese un Paese moderno e democratico.
Spero però e mi auguro che i cittadini
più fedeli a quei princìpi ed a quei valori della nostra
democrazia sappiano con l'appuntamento referendario sconfessarvi. (Applausi
dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Petrini. Ne ha facoltà.
PETRINI (Mar-DL-U). Signor Presidente,
il clima in cui stiamo discutendo della riscrittura della nostra Costituzione
è esemplificativo della situazione patologica che stiamo vivendo.
Nel più assoluto disinteresse, nella completa assenza del centro-destra,
stiamo denunciando con un clima obiettivamente funereo la morte della democrazia
italiana, la morte della democrazia almeno nella forma nella quale l'abbiamo
sempre conosciuta, praticata, teorizzata, la morte della democrazia parlamentare,
quella che la storia occidentale ha costruito e ci ha consegnato. Con la
vostra Costituzione non esisterà più.
Vi è un elemento di grave disinformazione
che in questi giorni troviamo sui nostri quotidiani e nelle nostre televisioni:
il fatto che ciò che il Senato sta votando in questo momento è
la riforma della devolution. È un falso perché la devolution
è soltanto parte o parte minimale rispetto alla riforma costituzionale
che noi stiamo varando e, per quanto criticabile possa essere, sarebbe
a parer mio il male minore rispetto al testo al nostro esame. La devolution
sono poche righe, inserite nell'articolo 117 nell'ambito del Titolo V da
noi modificato nella scorsa legislatura, da noi del centro-sinistra.
È curioso che quella modifica non
abbia avuto l'appoggio dell'odierna maggioranza; non solo, ha riscosso
anche critiche e non già perché si paventasse difficoltà
nella sua attuazione, ma perché la si considerava assolutamente
insufficiente a rappresentare quella spinta innovativa che il Paese ci
chiedeva. Questo era il vostro giudizio, quella riforma la giudicaste una
"riformetta" e per questo motivo votaste contro.
Oggi quella stessa riforma ce la rinfacciate
come estremamente ambiziosa, troppo ambiziosa e tale da avere innescato
un grave e insolubile contenzioso tra le Regioni e lo Stato, tra potere
regionale e potere centrale. Vi siete però rifiutati a qualsiasi
rilettura di quella riforma; noi alla luce delle prime e significative
esperienze eravamo disponibili in tal senso, ma - ripeto - vi siete rifiutati
di rileggerla, riscriverla e correggerla. Inoltre, fate credere che, attraverso
quelle poche righe che aggiungono elementi di contraddizione e di confusione,
voi darete efficacia a quella stessa riforma.
Ebbene, siamo al parossismo della mistificazione!
Quelle righe non possono in alcun modo sanare i problemi reali posti da
quella riforma, caso mai li amplificano, perché sono elementi contraddittori,
come hanno evidenziato molti interventi, tra cui quello del senatore Mancino.
È assurdo, infatti, pensare che possano esistere poteri legislativi
esclusivi dello Stato e della Regione nella stessa materia e, ancora, poteri
concorrenti fra Stato e Regioni.
Si aggiunge confusione a confusione, ma
la devolution sarebbe il male minore, posto che in realtà questa
riforma costituzionale contiene ben altro e di ben peggiore. C'è
infatti, come annunciamo, la fine della democrazia parlamentare quale l'abbiamo
sempre conosciuta, teorizzata e praticata. C'è, altresì,
una illegittimità sia nel metodo che nel merito della vostra riforma
costituzionale.
Per quanto riguarda il metodo, va sottolineato
innanzitutto che vi appropriate della Costituzione e la riscrivete, non
avendo però titolo a farlo, posto che siete un potere costituito
e non costituente. Questo è un elemento fondamentale. Qualunque
Costituzione ha in se stessa un elemento di limite alla propria riscrittura,
perché qualunque Costituzione deve avere quale obiettivo la stabilità
del sistema e quindi qualunque Costituzione prevede che possano essere
apportate modifiche soltanto limitatamente e nel segno della continuità
dell'impianto costituzionale. Questa continuità oggi non esiste
e ce lo dice chiaramente la dottrina: «La domanda fondamentale che
ci si deve porre è: i mutamenti introdotti realizzano o no una discontinuità
con la forma di Stato precedente e cioè con i princìpi fondamentali
della Costituzione modificata? In altri termini, il potere di revisione
è stato effettivamente utilizzato come potere costituito e dunque
come potere limitato dalla Costituzione che lo fa essere e lo disciplina,
oppure è stato utilizzato al di fuori di questi limiti e, dunque,
come potere extra ordinem?».
Siamo sicuramente in questa seconda fattispecie,
in quanto è chiaro che l'articolo 138 della Costituzione è
stato violato sia nella sostanza che nello spirito: nella sostanza, perché
l'articolo 138 permette di modificare la Costituzione e non di riscriverla;
nello spirito, perché tale articolo, definendo quel quorum, intende
fare argine a possibili abusi della maggioranza, ma quell'argine è
chiaramente inefficace alla luce del nuovo sistema elettorale maggioritario.
Quell'articolo fu scritto per una Costituzione proporzionale, quel quorum
(la maggioranza assoluta) pareva essere argine sufficiente a qualsiasi
arbitrio nell'ambito di maggioranze che si costituivano all'interno del
Parlamento per un accordo parlamentare e politico. Oggi così non
è più, quelle maggioranze preesistono, escono da un sistema
elettorale maggioritario che trasforma in maggioranza assoluta la maggioranza
relativa nel Paese ed allora lo spirito di quell'articolo è stato
doppiamente tradito.
Le giustificazioni che adducete a questa
illegittimità formale sono sostanzialmente due. La prima è
francamente puerile, non varrebbe neanche la pena di citarla, ma purtroppo
esiste, ed è la giustificazione per cui noi abbiamo stabilito un
precedente in questa direzione che oggi legittima la vostra azione. Il
precedente sarebbe stato la modifica a maggioranza del Titolo V della Costituzione,
che avevate avversato soltanto perché la ritenevate insufficiente.
Ebbene, è chiaro che si tratta di un errore - perché come
tale voi lo giudicaste - e non può costituire precedente che legittimi
successivi, ulteriori errori. Questa è veramente una logica distorsiva.
La seconda giustificazione è che
la riforma, riguardando solo la seconda parte della Carta costituzionale,
non può essere interpretata come una riforma costituzionale in senso
stretto; infatti, sono salvaguardati tutti i princìpi fondamentali
enunciati nella prima parte della Costituzione. Non regge nemmeno questa
argomentazione; ho anticipato già una risposta leggendo un passo
che riguardava la continuità del processo costituzionale.
Vale la pena, peraltro, di specificare
che le due parti della Costituzione coesistono e sono funzionali l'una
all'altra: non possiamo considerare la seconda parte della Costituzione
un'appendice tecnica alla prima. In realtà, i principi enunciati
nella Parte I della Costituzione vigono e vivono soltanto all'interno degli
istituti democratici definiti nella sua Seconda parte. Se quegli istituti
tradiscono lo spirito costituzionalista, ebbene quei princìpi cessano
di vivere e rimangono una mera, sterile enunciazione e nulla di più.
È per questo che voi, ripeto, avete
esercitato un potere costituente che non vi apparteneva, lo avete esercitato
in modo illegittimo, ma ancor peggio avete fatto nel merito di questa riforma,
perché avete riscritto completamente i rapporti fra Governo e Parlamento
e in quella riscrittura avete, come ho annunciato all'inizio, ucciso la
democrazia parlamentare, poiché quel Parlamento è soggetto
all'arbitrio e alla volontà del Governo; quel Parlamento non ha
più una funzione di giudizio e di limite all'esercizio del potere
governativo; cessa di essere rappresentazione di una volontà popolare
per diventare, viceversa, una proiezione del potere esecutivo sul popolo.
Questa è la sua funzione e null'altro.
Non possiamo considerare che sia Costituzione
qualsiasi testo che definisca un'organizzazione e una struttura, un sistema
politico: la Costituzione deve necessariamente contenere elementi di garanzia
nei confronti dell'esercizio del potere. Per questo nascono le Costituzioni
e questo impone la teoria costituzionalista: che ci sia un elemento di
argine, di giudizio e di limitazione al potere politico. Ebbene, questo
elemento voi l'avete espunto dalla Costituzione che ci proponete e quindi
avete in pratica disconosciuto i princìpi stessi del costituzionalismo.
La dottrina distingue fra Costituzioni
reali o garantiste, Costituzioni nominali e fittizie. Le Costituzioni nominali
sono quelle che organizzano un sistema di potere che non ha in sé
quegli elementi di garanzia che sono propri del costituzionalismo. Le Costituzioni
fittizie sono quelle che avrebbero questi elementi, ma poi non li mettono
in pratica. Ebbene, voi avete scritto una Costituzione nominale, una Costituzione
che nega elementi di garanzia circa l'esercizio del potere.
Avete «zavorrato» la rappresentanza
parlamentare con un mandato imperativo che disconosce qualsiasi dottrina
costituzionalista e sostanzialmente azzera il potere rappresentativo che
ciascun deputato dovrebbe avere. Siete arrivati al punto di differenziare
il valore del voto tra il deputato eletto all'interno della maggioranza
e quello che è eletto nell'opposizione; in questa differenziazione,
non ve ne siete accorti, ma avete introdotto un elemento di macroscopica
illegalità, disconoscendo il principio fondamentale della rappresentatività
parlamentare: un deputato che non ha il potere di investire il Governo
della sua fiducia è un deputato di serie B, un deputato che non
rappresenta alcunché.
Le Costituzioni sono organismi viventi;
vivono nella storia, nella cultura, nella tradizione, nel sentimento di
un popolo. Le Costituzioni rappresentano tutto ciò, non possono
essere riscritte ex abrupto soltanto perché considerate antiche
od obsolete. E la nostra Costituzione è assolutamente moderna, ma
voi non ve ne siete accorti perché non avete i valori che sono incarnati
in quella Costituzione. È per questo che oggi li calpestate, perché
non li conoscete, perché questa riscrittura è nel senso di
quella cultura che intende riscrivere una storia, e intende farlo secondo
valori che non sono quelli che in questi cinquant'anni di Repubblica abbiamo
vissuto e convissuto.
State esercitando uno strappo grave e
fatale nell'ordinamento costituzionale, nella cultura, nella storia, nella
sensibilità democratica del nostro popolo. Non stupisce che voi
- vado a concludere - pensiate davvero di poter esportare la democrazia.
Vi siete felicitati del fatto che il popolo iracheno abbia fatto la coda
per andare a votare e del fatto che il Parlamento iracheno così
eletto abbia varato una Costituzione; non vi siete ancora accorti che la
Costituzione è un processo culturale e che purtroppo, in questo
caso, non appartiene a quel popolo. È per questo che le democrazie
non possono essere esportate e sono un bene collettivo che va tutelato.
Tutelato da strappi come quello che voi state facendo. (Applausi dai Gruppi
Mar-DL-U e DS-U e del senatore Colombo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Lauro. Ne ha facoltà.
LAURO (Misto-CdL). Signor Presidente,
colleghi, la riforma della Parte II della Costituzione, voluta dal Governo
Berlusconi e dall'alleanza di centro-destra, rappresenta un'intelligente
rimodulazione della Carta per rispondere ai bisogni della comunità
nazionale e del suo tessuto economico e per ottimizzare le performance
del sistema nazionale rispetto al mercato globale. Un salto culturale necessario
al Paese e soprattutto al Mezzogiorno d'Italia, che giace, sia pure con
avanzamenti sociali notevolissimi rispetto a cento, cinquanta o venticinque
anni fa, in una condizione difficile, tanto da rappresentare un'area, quella
dell'Obiettivo 1, che l'Unione Europea supporta finanziariamente per promuovere
lo sviluppo economico.
Il Sud ha bisogno di affrancarsi da una
cultura superata di familiarismo amorale, di assistenzialismo, di clientelismo,
che ne frena la crescita e trasforma la politica in una struttura rigida
che non governa il territorio, ma vi galleggia. Invece le esigenze di fondo
del Meridione contemplano una ristrutturazione sistematica attraverso un
serio e concreto programma di infrastrutturazione, al fine di corrispondere
alla intima e vera vocazione territoriale. Così come occorre pensare
ad una fiscalità di vantaggio e alla sperimentazione di sistemi
e servizi innovativi, capaci di innescare processi virtuosi in termini
di sviluppo.
La riforma muta significativamente l'architettura
dello Stato, rafforzando i poteri del Premier, riformando i criteri di
nomina del Consiglio superiore della magistratura e della Corte costituzionale,
modificando le prerogative del Capo dello Stato, ma soprattutto introducendo
la tanto discussa devolution.
Ebbene, noi della Casa delle Libertà
voteremo sì alla riforma perché ne cogliamo il tratto radicalmente
innovativo, capace di abbattere le mura che ancora resistono al cambiamento.
Se infatti è caduto il muro di Berlino e conseguentemente la cortina
di ferro dell'intero assetto sovietico e più tardi si è sgretolata
la muraglia cinese con un volume di traffici da e per l'Asia impressionante,
non è pensabile mantenere in piedi una barriera fisica, culturale
e socio-economica.
Bisogna aprire il Sud alla competizione.
Occorre intervenire per liberalizzare i servizi pubblici ed elevare il
grado di consapevolezza e di partecipazione dei cittadini e delle imprese.
A sua volta il Mezzogiorno, con la riformacostituzionale che sancisce la
devolution, deve interrogarsi sul proprio ruolo strategico, di giacimento
culturale e patrimonio ambientale, oltre che di infrastruttura naturaleprotesa
nel Mediterraneo. Il Mare nostrum deve riacquisire il proprio, fondamentale
ruolo attraverso un impegno attivo delle Regioni e dei Comuni chiamati
a gestire bene le risorse proprie e quelle dei trasferimenti statali o
derivanti da finanziamenti comunitari.
L'obiettivo è quello di una progressiva
integrazione dell'aria meridionale a partire dalla sua antica capitale
- penso a Napoli e all'area metropolitana di Roma - al fine di creare una
connessione stabile e, successivamente, una struttura di legame tra Lazio
e Campania, mediante quello che abbiamo definito "progetto Roma-Neapolis".
Si tratta di corrispondere ai processi di integrazione del Centro-Nord
attorno alle città di Milano, Torino e Genova. Questo sarà
possibile solo ed esclusivamente per gli evidenti vantaggi e benefìci
della devolution.
Presidenza del vice presidente DINI (ore
11,30)
(Segue LAURO). Dunque, la devolution è
una grande opportunità per realizzare una svolta epocale, capace
di modificare positivamente i destini del nostro Paese. Calare questa nuova
grande riforma nel quadro delle innovazioni legislative che questo Governo
è stato capace di realizzare assieme al Parlamento significa completare
la trasformazione del Paese. Si tratta di una vistosa e generale trasformazione
che non potrà non arrecare miglioramenti alle condizioni economiche
e sociali degli italiani, perseguendo una razionalizzazione della spesa,
investimenti in grandi opere e un'accorta gestione di servizi pubblici
grazie ad una campagna di intensa infrastrutturazione del Paese.
I caratteri della riforma sono chiari.
Prevedono che anche le Regioni abbiano potere legislativo esclusivo per
l'assistenza, l'organizzazione sanitaria, l'organizzazione scolastica,
la gestione degli istituti scolastici, la definizione della parte dei programmi
scolastici e formativi di interesse specifico della Regione, la polizia
amministrativa regionale e locale. È stata prevista, tuttavia, una
clausola di interesse nazionale. Il Governo può bloccare una legge
regionale se ritiene che questa pregiudichi l'interesse nazionale e potrà
invitare la Regione a cancellarla; ove la risposta sarà negativa,
la questione sarà sottoposta al Parlamento in seduta comune che
avrà 15 giorni di tempo per annullarla.
Quanto ad altri aspetti della riforma,
vanno sottolineate la riduzione dei parlamentari e l'introduzione di clausole
di garanzia nei due rami del Parlamento a favore delle minoranze, in una
ottica semplificatrice. Inoltre viene snellito l'iter legislativo dei provvedimenti,
sfuggendo al rigido bicameralismo e adottando procedure e tempistiche in
linea con la necessità dei nostri tempi. Un'ulteriore novità
è quella della modifica delle modalità di elezione del Capo
dello Stato quale supremo garante della Costituzione.
Vengono poi previste in Costituzione le
figure delle autorità amministrative indipendenti. Lo stesso ruolo
dell'Esecutivo è pienamente rafforzato sia per il funzionamento
del Consiglio dei ministri, sia per quelle misure volte ad impedire i cosiddetti
ribaltoni. Vi è in definitiva uno sviluppo dei rapporti di collaborazione
tra gli enti all'interno di una cornice data dal principio di sussidiarietà
con il sigillo del sistema delle conferenze. Questa innovazione non è,
infatti, nemica dell'unità dello Stato, perché rende sempre
possibile il ricorso ad un referendum sulle leggi costituzionali ed anzi
modifica la disciplina del potere sostitutivo statale a garanzia dell'unita
nazionale, nonché la procedura relativa al rispetto dell'interesse
nazionale da parte delle leggi regionali.
Viene modificata la composizione della
Corte costituzionale in cui i giudici saranno eletti dalla Camera, dal
Senato, dalle supreme magistrature e dal Presidente della Repubblica, prevedendo
altresì forme di impugnative delle leggi da parte degli enti locali.
Mi fermo alla elencazione di una parte
dei contenuti per ribadire la loro efficacia e la loro rispondenza alle
esigenze del nostro Paese di fronte a mutamenti giganteschi, rispetto ai
quali non si può rimanere fermi come i paracarri. Per questo, colleghi
senatori, sono lieto di annunciare convintamente il voto favorevole della
Casa delle Libertà. (Applausi dei senatori Carrara e Pastore. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È
iscritta a parlare la senatrice Acciarini. Ne ha facoltà.
ACCIARINI (DS-U). Signor Presidente,
ci troviamo a discutere un tema di enorme importanza, cioè la modifica
profonda e radicale della nostra Costituzione, in condizioni assai difficili,
con tempi ristretti, chiaramente con una marcata volontà di fare
in fretta, perché un atto del genere certamente non onorerà
il Parlamento italiano.
Penso che molti degli aspetti di questa
proposta di modifica siano gravi e facciano complessivamente pensare un
po' a un minestrone di fra Galdino in cui si è buttato di tutto
per avere tutti i gusti, ma il risultato è che manca, dietro questa
proposta, innanzitutto un'idea di Paese, un'idea di società. Per
quanto mi riguarda, anche per valutare con attenzione un aspetto specifico,
mi soffermerò sugli aspetti più significativi del sistema
dell'istruzione del nostro Paese.
Vorrei ricordare che, per chi si occupa
di scuola, non stupisce più di tanto che oggi un'importantissima
sentenza della Consulta censuri in modo chiaro quanto in questi anni è
stato compiuto da questo Governo in termini di depauperamento dei poteri
delle Regioni e degli enti locali. Infatti, chi si occupa di scuola ha
assistito, in questo periodo, alla presenza di un Governo estremamente
centralizzatore, che, malgrado non abbia formalmente abrogato l'autonomia
scolastica, ha fatto di tutto per spegnere l'elemento essenziale di un'idea
di decentramento reale delle competenze: il riconoscere a ciascuna istituzione
scolastica l'autonomia. È un'autonomia che era stata riconosciuta
già dalla legge n. 59 del 1997, quindi da una legge ordinaria, attraverso
una norma specifico. Un principio, quello dell'autonomia scolastica, cui
era stata riconosciuta rilevanza costituzionale, perché inserito,
com