| Discussione generale Ddl di revisione
Costituzionale: Senato - 15 novembre 2005 (seduta del
pomeriggio)
Fonte: Senato |
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Cosa posso dirvi, dunque, a conclusione
del mio intervento? Vi posso dire quella che è una realtà
obiettiva, ovverosia che il referendum spazzerà via ogni cosa. Noi
siamo orfani certamente dei nostri maggiori, quelli che avevano scritto,
voluto ed approvato una Costituzione diversa. Siamo orfani di Piero Calamandrei,
di Alessandro Galante Garrone, di Norberto Bobbio, ma il loro pensiero
è ben vivo e la loro lezione l'abbiamo imparata e la porteremo avanti,
di fronte a questa totale incultura istituzionale che trasuda da ogni articolo
di questa sorta di legge che presentate al Parlamento per l'approvazione
finale.
Voi modificate la Carta costituzionale.
La modificate in modo serio e grave, ma noi continuiamo ad essere convinti
che, come ha scritto Calamandrei e come più volte è stato
detto in quest'Aula (non posso non ripeterlo anche in questo mio intervento),
per ricercare la nostra Costituzione andremo sulle montagne dove caddero
i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono
impiccati, dovunque sia morto un italiano per riscattare la libertà
e la dignità. Noi andremo lì, perché lì è
nata la nostra Costituzione. (Applausi dai Gruppi Verdi-Un, Mar-DL-U e
DS-U).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Curto. Ne ha facoltà.
CURTO (AN). Signor Presidente,
profferirò pochissime parole per fare chiarezza sui motivi di polemica
che sono stati agitati in queste settimane, in questi mesi, da parte dei
colleghi del centro-sinistra. Pochissime parole per rappresentare, con
un esempio plastico, come la deformazione della verità ormai costituisca
il DNA di una certa parte politica.
Il senatore Zancan, che mi ha preceduto,
parlando del sistema delle garanzie per le autonomie locali ha infatti
prospettato l'ipotesi di un conflitto permanente (un'espressione molto
cara, probabilmente, ad una certa sinistra) tra lo Stato, i Comuni, le
Regioni e le Province. Non ha ritenuto, però, il senatore Zancan,
di leggere l'intero articolo e quindi di richiamare l'ultimo capoverso,
nel quale si fa riferimento al fatto che c'è una legge costituzionale
che disciplinerà le condizioni, le forme e i termini di proponibilità
della questione, a dimostrazione che ci saranno griglie che non consentiranno
a tutti di poter strumentalmente agitare la questione di costituzionalità.
Infatti, se così fosse, in effetti apriremmo un varco a coloro che
non vogliono il bene del Paese, a coloro che invece vogliono che il Paese
continui a vivere in un'irrazionalità assoluta.
Debbo richiamare anche l'intervento di
un altro autorevole collega del centro-sinistra. Questa mattina, il senatore
Manzella, nel suo intervento, ha parlato della platea dei colleghi del
centro-sinistra che sarebbero intervenuti su questo provvedimento definendola
sostanzialmente come una sorta di avanguardia politica.
Un'avanguardia politica che tendeva, evidentemente,
a raggiungere l'obiettivo di trasferire al Paese tutte le perplessità,
tutti i timori, tutte le angosce che una parte politica, che prima di noi
aveva proposto la questione del federalismo in Italia, aveva affrontato
in maniera sicuramente dissimile rispetto a come ha fatto in questi ultimi
mesi.
Non so dire se posso chiedere al senatore
Manzella di entrare a far parte di quell'avanguardia politica. Dico solamente
che sono tra quei senatori che hanno ritenuto e ritengono di dover intervenire
in questo dibattito perché faccio parte di un gruppo, forse non
molto nutrito, ma neanche poco consistente, all'interno del centro-destra
e, perché no, anche della destra e della stessa Alleanza Nazionale
che, in passato, ha avuto molte perplessità riguardo a questo nuovo
sistema di struttura costituzionale. E quando in quest'Aula votammo a favore,
molti di noi lo fecero - lo dico in maniera assai franca e assolutamente
senza alcun infingimento - più che altro perché esistono
delle regole politiche all'interno delle coalizioni e dei partiti, in ragione
delle quali va adottato un certo tipo di comportamento, che si chiama disciplina
di partito, altrimenti si avrebbero l'anarchia e l'individualismo esasperato,
cioè l'incapacità di rappresentare princìpi, obiettivi
e idee comuni.
Nel passato ho adottato un comportamento
di questo genere e ho ritenuto opportuno votare a favore di questo provvedimento,
non perché - e lo dico in maniera molto franca - ne fossi estremamente
convinto, ma perché questa era la linea politica della mia maggioranza,
della mia coalizione e del mio partito.
Mai come in questi ultimi mesi ho ritenuto,
invece, di dover necessariamente ripercorrere alcuni momenti della mia
particolare formazione culturale, che probabilmente è comune anche
a molti di noi. Ho ricordato il periodo universitario, quando per la prima
volta mi trovai davanti quella particolare procedura di revisione costituzionale
che è il procedimento di aggravamento. In quella occasione, la interpretai
come un passaggio inutile, superfluo, come un appesantimento delle procedure
che avrebbero portato alla definizione della legge.
Mi rendo perfettamente conto oggi che
quel procedimento di aggravamento ci ha dato la possibilità di riflettere
di più, di analizzare di più, di convincerci meglio della
bontà di un'iniziativa, di un provvedimento di revisione costituzionale,
di una riforma.
Evidentemente ci sono situazioni che non
possono essere prese a cuor leggero; ci sono questioni, soprattutto quando
si tratta di riformare lo Stato, che non possono essere esaurite nello
spazio di un dibattito parlamentare, sia pur certamente più ampio
rispetto a quello che il centro?sinistra ci ha riservato nella passata
legislatura, quando determinò le condizioni e i presupposti per
dar vita a un certo tipo di federalismo sicuramente monco, con una maggioranza
assolutamente striminzita, violentando la volontà complessiva di
questo ramo del Parlamento e creando le condizioni per produrre anche una
contrapposizione tra le due Camere.
Debbo, quindi, riconfermare anche in questa
occasione, come sia stato assolutamente necessario consentire - come è
stato fatto - un dibattito molto più ampio, creando anche le condizioni
per rimuovere quelle resistenze di natura culturale, psicologica, sociale
e territoriale, che negli ultimi tempi sono state avanzate e agitate come
spettri rispetto all'adozione di questa revisione costituzionale.
Oggi il nostro impegno non è solamente
votare a favore di questa legge, come è avvenuto nella tornata precedente,
nel marzo 2005. Ovviamente, voterò in senso favorevole il provvedimento
al nostro esame anche in questa occasione, ma credo che occorra dire qualcosa
di più sotto il profilo politico.
Oggi noi di Alleanza Nazionale non possiamo
limitarci a sottoscrivere l'impegno a votare in Aula questo provvedimento,
ma ci impegniamo a sostenerlo anche in occasione del referendum confermativo,
che credo sia la cartina di tornasole di una coalizione politica che si
rispetti, che mantiene gli impegni, che ritiene di avere valori condivisi,
che non vuole terminare la propria vita politica con questa legislatura,
ma vuole continuare anche in seguito, perché ritiene di avere gli
strumenti, le capacità, le progettualità, le intelligenze
per governare il Paese.
Siamo impegnati, quindi, a determinare
queste condizioni, a trasferire all'interno del corpo elettorale e della
pubblica opinione i nostri convincimenti e le nostre certezze su un argomento
che riteniamo molto importante, perché il Paese cambia, si modernizza,
si razionalizza. Forse oggi quello di cui ha bisogno il Paese è
una grande razionalizzazione, dal momento che non è più possibile
utilizzare le risorse pubbliche, come è accaduto nel passato.
Un grande merito, allora, un grande passo
avanti è che questa riforma, sostanzialmente, pone dei rimedi a
quella che il centro-sinistra approvò - l'ho già detto -
alla fine della scorsa legislatura, con una maggioranza di soli quattro
voti, con l'ausilio di quelle forze politiche che oggi si vorrebbero demonizzare
solamente perché fanno parte del centro-destra, mentre erano perfettamente
inserite nello schema democratico quando erano alleate del centrosinistra.
Tornerò fra breve su questo argomento,
perché credo che rappresenti uno dei fattori più importanti
rispetto ai quali noi di centrodestra dobbiamo giocare una grande battaglia
con la pubblica opinione.
C'è un aspetto molto importante:
noi acceleriamo i grandi ritardi che sono stati accumulati, non dal centro-destra
e dalla maggioranza, ma dall'intero Paese sul tema. Dobbiamo superare questo
tipo di contraddizione: da un lato, ci si ribella all'ipotesi di uno Stato
federale, dall'altro, non c'è Regione, non c'è Provincia,
non c'è Comune, non c'è Comunità montana che non rivendichi
il proprio spazio di autonomia.
Dobbiamo chiarire tale situazione, anche
alla luce dell'ultima pronuncia della Corte costituzionale, che ha fatto
riferimento alla necessità di indicare i parametri complessivi della
spesa, ma di lasciare poi libertà ed autonomia nella scelta dell'allocazione
delle risorse.
Anche sotto questo aspetto, diciamolo
in maniera molto chiara, chi del centro-sinistra ha ritenuto di poter sfruttare
la situazione e il pronunciamento della Corte in maniera negativa nei confronti
del centro-destra, a mio personale avviso, è incorso semplicemente
in un grande bluff, perché quella pronuncia sostanzialmente conferma
la bontà della nostra impostazione e la necessità di procedere
sulla via di uno Stato federale.
Avevo parlato di modernizzazione, che
investe il sistema bicamerale perfetto. Debbo purtroppo procedere per sintesi,
ma intendo ricordare quanti teorici e politologi si sono confrontati sul
tema di un bicameralismo che ha simili competenze, che quindi rallenta
i lavori parlamentari, che crea le condizioni per l'ostruzionismo, che
determina le condizioni per non far procedere il Paese alla stessa velocità
con la quale procede la società civile o la società economica.
Quante volte ci siamo interrogati su questo.
Oggi, che assumiamo determinazioni in tal senso, anche attraverso uno sfoltimento
ed una razionalizzazione del numero dei parlamentari, ci si chiede perché
mai fosse così necessario procedere in questa direzione. Superiamo
il bicameralismo, dando competenze diverse alla Camera e al Senato, istituiamo
la figura del Primo Ministro che finalmente corrisponde alla società
attuale. Non ci siamo inventati nulla, abbiamo sostanzialmente ratificato
ciò che oggi avviene: l'esistenza di un diaframma profondo tra le
Assemblee parlamentari e gli Esecutivi, perché sono questi ultimi
che decidono molto di più di quanto non avvenisse nel passato rispetto
alle decisioni delle Assemblee.
Pertanto, se questo è lo schema,
ed è di tipo verticale, non possiamo ingessare il Primo Ministro
all'interno di un quadro che non gli permetta di poter espletare tutte
le proprie potenzialità, perché ne va del prestigio, dell'autorevolezza,
della flessibilità delle funzioni, della capacità anche di
rappresentare in maniera forte e decisa gli interessi nazionali del Paese.
Quanto all'interesse nazionale, altro
argomento importante sul quale ci si è mosso soffermati sia da parte
del centro-destra che del centro-sinistra, riteniamo che aver ripreso in
considerazione questo concetto non rappresenti una mera esercitazione teorica,
ma un momento importante per definire il DNA di questa nuova riforma costituzionale.
Tutto si blocca, tutto si ferma, tutto si infrange contro l'interesse nazionale,
se questo non è garantito, non è tutelato, non è protetto,
non è proiettato verso gli interessi generali dei cittadini. Aver
rimarcato questo dato costituisce un momento importantissimo dello schema
strutturale all'interno del quale abbiamo collocato la riforma costituzionale.
Signor Presidente, onorevoli colleghi,
concludo facendo riferimento ad una domanda che mi è stata posta
poco fa da alcuni organi di informazioni su come si sente un parlamentare
di centro-destra a far approvare la riforma federalista dello Stato. Ho
replicato che forse la domanda andava posta in termini diversi: non come
si sente un uomo di centro-destra, ma un uomo della destra, di Alleanza
Nazionale, a far passare una riforma federalista.
Ebbene, mi sento come un parlamentare
che ha contribuito, insieme a tutti gli altri colleghi, a far uscire la
situazione politica italiana con questo tipo di provvedimento dal caos
all'interno del quale era stata gettata la materia da parte del centro-sinistra,
che per la fretta di determinare un certo tipo di risultato politico, aveva
di fatto determinato le condizioni per creare un mostro giuridico, dove
le competenze si contrapponevano, si accavallavano ed a un certo momento
si divaricavano prendendo strade differenti.
Quindi, ritengo sia stato dato un importante
contributo in tal senso. Ma credo - e lo riconfermo qui - che debbono essere
riconosciuti due fattori molto importanti: uno riguarda il partito della
Lega, nostra alleata, e l'altro principalmente e direttamente il partito
di Alleanza Nazionale.
Per quanto riguarda il partito della Lega,
credo che vada accreditato a tutto il centro-destra, Lega compresa, la
grande mutazione genetica avvenuta nel corso di questi anni, che non ne
ha d'altro canto snaturato i princìpi, gli obiettivi, le tesi di
fondo e, soprattutto, gli interessi legittimi che tutelava.
Voglio ricordare, stando in questo ramo
del Parlamento da ben dodici anni, che è dell'altra legislatura
il fatto che la Lega Nord si riuniva nel cosiddetto parlamento della Padania;
riuniva il proprio corpo armato, le camicie verdi; mentre si discuteva
qui la legge finanziaria ed il voto di fiducia, essa si allontanava dall'Aula
parlamentare per elaborare strategie politiche altrove. Oggi la Lega è
tutt'altra cosa rispetto al passato ed è grande merito di questa
forza politica, ma anche di questa coalizione e di questo partito, parte
importante di quel movimento politico.
Il mio partito si era avvicinato con molte
perplessità, paure, timori, angosce alla riforma dello Stato federale
perché la nostra è una cultura sostanzialmente unitaria del
Paese: l'unità nazionale, il rispetto, il culto della bandiera hanno
sempre rappresentato e rappresentano tuttora un momento importante di natura
culturale, politica, sociale, territoriale, di costume, etico.
Ebbene, avevamo molti timori nel prendere
questa direzione, ma anche noi abbiamo compiuto grandi passi avanti, rimuovendo
quelle rigidità intellettuali che hanno a lungo determinato un freno
alla nostra azione politica.
Oggi questi sono due partiti molto più
moderni, grandemente proiettati al futuro che, insieme con gli altri alleati,
Forza Italia ed UDC, si apprestano a dare una nuova, più bella e
prestigiosa immagine. Lo facciamo nella consapevolezza che vi è
una grande garanzia per questa riforma dello Stato federale: è la
Costituzione stessa, così come esce dai lavori parlamentari, lo
strumento ed impianto che garantisce gli interessi generali del nostro
Paese.
Sono convinto che quando trasferiremo
- e lo sapremo fare - questi concetti, princìpi, opinioni, obiettivi
raggiunti anche al corpo elettorale, questo non potrà che riconoscerlo
e che essercene grato. (Applausi del senatore Pastore).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Di Siena. Ne ha facoltà.
DI SIENA (DS-U). Signor Presidente,
signori rappresentanti del Governo, stiamo vivendo in un'epoca in cui le
democrazie moderne si trovano ad affrontare problemi stringenti. Non solo
esse si sentono assediate dall'esterno, dal dilagare dei fondamentalismi,
con i rischi di implosione che ne possono derivare, ma esse sono come minati,
per certi aspetti, dall'interno.
Il corso della storia mondiale iniziato
negli anni Settanta del secolo scorso e che per molti aspetti ancora dura,
insieme alle grandi trasformazioni che hanno investito l'economia, la società,
i consumi, riassunte sotto il nome di "globalizzazione", ha anche prodotto
sul piano istituzionale un rovesciamento radicale tra rappresentanza e
governabilità, quale fonte di legittimazione dei sistemi democratici
occidentali a favore di quest'ultima.
L'elettore sempre più è
stato chiamato a scegliere non chi lo rappresentava, ma chi lo governava,
al quale veniva dato per un periodo di tempo determinato un mandato fiduciario
sostanzialmente privo di vincoli e controlli. L'intreccio perverso tra
questi orientamenti e sistemi elettorali ispirati all'esclusivo principio
della governabilità alimenta poi quei fenomeni di mancata partecipazione
al voto da parte degli aventi diritto che in alcuni Paesi occidentali ha
assunto dimensioni tali da mettere in discussione nei fatti il carattere
universale del suffragio che costituisce il fondamento vero delle democrazie
moderne.
La rivolta nelle periferie parigine ci
parla anche di questo. Dunque, è come se il concreto funzionamento
della democrazia reale rischiasse d'invertire il suo corso: da fattore
incisivo legato soprattutto all'affermazione del suffragio universale,
rischia di diventare, con il restringimento reale della base di partecipazione
attiva al voto, fonte di nuove forme di esclusione che investono prevalentemente
le nuove generazioni, le vaste aree di marginalità sociale delle
metropoli, gli immigrati di più recente e antica data. Nei Paesi
sviluppati è l'esercizio stesso della cittadinanza politica ad essere
nei fatti seriamente messo in discussione.
Se sono solo in parte vere queste mie
sommarie considerazioni, il primo interrogativo che dobbiamo porci di fronte
alla vostra revisione della Costituzione del nostro Paese è come
essa si colloca di fronte a questi rischi di fondo a cui vanno incontro
le democrazie moderne. Mi sembra del tutto evidente che essa enfatizzi
e dilati oltre misura questi rischi ed alimenti queste tendenze che ho
sommariamente evocato.
Infatti, alla potestà assoluta
che la vostra revisione assegna al Primo ministro sul Parlamento, soprattutto
attraverso il potere di scioglimento della Camera, corrisponde un progressivo
svilimento delle funzioni del Parlamento stesso.
A questo svilimento, in verità,
nei fatti abbiamo assistito per tutto il corso di questa legislatura, attraverso
le concrete attività legislative, l'assenza di una reale volontà
di confrontarsi con le ragioni dell'opposizione, il ricorso al voto di
fiducia su testi - come è avvenuto di recente con la finanziaria
- mai sottoposti all'esame delle Camere.
La vostra revisione costituzionale sancisce
quello che in questi cinque anni è diventata prassi; la soluzione
che viene data al superamento dell'attuale bicameralismo perfetto, oltre
a rendere sostanzialmente superfluo il ruolo proprio di questo ramo del
Parlamento, del Senato della Repubblica, aumenta la discrezionalità
del Governo in un iter legislativo che diventa molto macchinoso e complesso,
per le attribuzioni che di volta in volta vengono date ad uno dei due rami
del Parlamento.
Se si guardano insieme il ruolo assegnato
al Parlamento dalla legge costituzionale che stiamo discutendo e la vostra
proposta di legge elettorale fintamente proporzionale e neppure limpidamente
maggioritaria, che assume in modo contraddittorio il principio di coalizione
e quindi il ruolo della leadership e nello stesso tempo dà potestà
assoluta alle segreterie dei partiti, comprendiamo facilmente a quale problemi
andiamo incontro.
Già altri hanno parlato dei guasti
della devolution, il tributo che la destra tutta intera paga alle imposizioni
della Lega, alla scomparsa, attraverso di essa, di una pari esigibilità
dei diritti fondamentali da parte dei cittadini nel campo della sicurezza,
della salute e dell'istruzione soprattutto, della deriva a cui viene condannato
il Mezzogiorno.
Voglio toccare questo tema, invece, dal
punto di vista degli effetti che la devolution avrà sul concreto
esercizio della rappresentanza e della sovranità popolare nel nostro
Paese, che viene come smontato, nelle sue funzioni essenziali relative
al sistema di diritti legati allo Stato sociale, con il rischio di perdere,
rispetto alle istituzioni, quella rappresentazione di sé che lo
rende espressione permanente dell'interesse generale.
Le istanze sociali saranno insomma rappresentate,
più che sotto forma di interessi generali, da lobbies territoriali
contrapposte; di conseguenza, le istituzioni rischieranno di diventare
sempre più autoreferenziali.
Il ricorso al referendum per cancellare
questa legge istituzionale per noi non è, dunque, una scelta di
parte, ma un'azione che guarda agli interessi dell'Italia; insomma, vorrei
dire che è un dovere nazionale.
Il dibattito costituzionale ha bisogno
in Italia di chiudere questa sciagurata parentesi, rappresentata dalla
vostra riforma, e ritrovare le basi di un dialogo tra tutte le parti politiche
al fine di raggiungere l'obiettivo di aggiornare l'ordinamento del nostro
Stato con scelte che siano effettivamente all'altezza dei tempi.
Vedo un filo rosso che lega i criteri
che hanno animato questa riforma e il modo in cui si è arrivati
ad approvarla con l'azione unilaterale della vostra stessa parte politica,
che ha portato al fallimento della Commissione bicamerale, presieduta dall'onorevole
Massimo D'Alema. Vi parla uno che di quella esperienza non è stato
mai particolarmente entusiasta, essendo poco persuaso dell'impianto semi-presidenzialista
che animava la cultura costituzionale che in quel momento si veniva ad
affermare.
In quell'esperienza, però, vi era
sicuramente la consapevolezza che, se una revisione della Costituzione
deve collocarsi nel solco della ricerca di risposte positive a quei dilemmi
cruciali della democrazia contemporanea cui ho accennato all'inizio, essa
non può essere fatta da una parte sola e soprattutto non può
essere fatta dalla vostra parte. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Donadi. Ne ha facoltà.
DONADI (Misto-IdV). Signor Presidente,
colleghi senatori, oggi quest'Assemblea si dovrebbe teoricamente (tra breve
spiegherò perché, a mio avviso, "teoricamente") apprestare
a scrivere una pagina della storia del Parlamento italiano che dovrebbe
meritare di essere ricordata per segnare un momento di profonda discontinuità,
nel bene o nel male, rispetto a quella che fino ad oggi è stata
la storia costituzionale del nostro Paese.
In un momento così importante,
però, oggi sono seduti nei banchi della maggioranza solo otto o
nove parlamentari. Negli ultimi mesi non è stato mai aperto un vero
confronto nel Paese, non si è mai cercato un confronto con le altre
forze parlamentari che siedono in quest'Aula o alla Camera dei deputati.
Dando vita a questo modello di riforma
costituzionale, ancor più di quanto si sia vissuto nell'esperienza
della presente legislatura, si è proseguito il progressivo depauperamento
del ruolo del Parlamento, ormai completamente delegato ad altri luoghi
ed istituzioni e addirittura, come è accaduto nel caso della riforma
costituzionale oggi in esame, alle decisioni di alcuni saggi - visto che
tali sono stati definiti - assunte in qualche baita alpina.
Evidentemente il parlamentarismo è
sembrato ancora eccessivo alla maggioranza, se è vero che quella
che si profila come una riforma della legge costituzionale, nel disegnare
una figura di Presidente del Consiglio onnipotente tale da poter ricattare
la propria maggioranza e poter imporre le proprie esclusive scelte o interessi
al Presidente della Repubblica, non sente di aver bisogno di questa pur
esigua e ridotta libertà di autodeterminazione, di scelta e di indirizzo
politico.
D'altra parte, forse ciò non deve
neanche sorprendere più di tanto, se è vero che della tensione
morale e della partecipazione che una maggioranza dovrebbe avere nel momento
in cui si appresta a riscrivere 51 articoli della Costituzione (se escludiamo
la Parte I che è immodificabile, relativa ai diritti e alla tutela
dell'essere umano in quanto tale, di fatto stiamo riscrivendo l'intera
Costituzione) le file tristemente vuote dei banchi della maggioranza sono
un elemento chiaro ed indicativo.
È la stessa totale apatia che abbiamo
vissuto nei momenti non meno tristi, infelici della prima approvazione,
alla Camera dei deputati, della legge elettorale. In un contesto nel quale
stiamo qui oggi, di fatto, privando il Parlamento del proprio ruolo e della
propria autonomia, si è voluta togliere anche ai cittadini l'autonomia
di scegliere tra più candidati i propri rappresentanti, attraverso
una legge di riforma del sistema elettorale che di fatto introduce nel
nostro Paese la più incredibile e autoreferenziale partitocrazia
che mai si sia potuta immaginare.
Alla fine, quindi, non c'è da stupirsi
più di tanto se quel disegno complessivo di riforma della Costituzione,
che altro non è se non il frutto di un reciproco meretricio di interessi
politico-elettorali tra le varie forze che compongono oggi la maggioranza,
è un disegno che scardina gli equilibri e avvilisce i ruoli di alcuni
tra i più fondamentali organi istituzionali dello Stato.
Penso al Presidente della Repubblica,
ridotto a un ruolo di semplice notaio di decisioni altrui; penso a una
Corte costituzionale sempre più pericolosamente soggetta all'influenza
e al ruolo, anche numericamente crescente, degli esponenti di nomina politica;
penso alla scelta dell'attuale maggioranza di passare da un bicameralismo
perfetto a un bicameralismo perfettamente confuso, se è vero che
non è nemmeno possibile riuscire, in modo definito, a comprendere
quali saranno, dopo l'approvazione di questa riforma, le competenze della
Camera dei deputati e del Senato della Repubblica o, ancora, delle Regioni,
laddove si profilano, in modo chiaro (già prima è stato ricordato),
continui e interminabili conflitti tra i poteri dello Stato, che andranno
tutti a intasare i compiti della Corte costituzionale.
Vi è poi la nuova formulazione
dell'articolo 88 della Costituzione, che di fatto rappresenta, in modo
plastico, la definizione della confusione politica e di modello costituzionale
che questa maggioranza ci propone, laddove addirittura la possibilità,
in caso di dimissioni o di sfiducia del Presidente del Consiglio, di proseguire
la legislatura non solo è subordinata al consenso e al voto favorevole
della stessa maggioranza che lo ha nominato a suo tempo, ma anche al fatto
che questa maggioranza dichiari di voler continuare ad attuare un programma.
Negli anni può essere cambiato
il mondo, il Paese può essere passato da una fase di recessione
a una fase di crescita o viceversa, ma la maggioranza deve incomprensibilmente
restare vincolata a un programma approvato anni prima.
Ci troviamo di fronte alla figura di un
Premier che è già stato definito un dittatore, che può
imporre la propria volontà, la propria linea politica all'intero
Parlamento, tanto più se sostenuto da una anche esigua pattuglia
parlamentare, con la minaccia di un continuo ricorso alla scioglimento
delle Camere e a nuove elezioni.
Dicevo all'inizio del mio intervento che
tutto ciò dovrebbe far pensare che oggi quella che ci si appresta
ad approvare, nella ignavia più assoluta dell'attuale maggioranza,
in questo Parlamento che si richiude in sé stesso (ma neanche tanto,
visto che oggi qui chi questa riforma costituzionale deve approvare non
si degna nemmeno di essere presente per ascoltare, almeno all'ultimo momento,
le argomentazioni di chi forse oggi rappresenta una maggioranza elettorale
nel Paese), è solo astrattamente una riforma storica, in una data
memorabile, della Costituzione italiana.
Infatti, la realtà vera, quella
che l'attuale maggioranza non ha il coraggio di dire con chiarezza fuori
di qui ai cittadini italiani, è che non si sta approvando altro
che una legge che dovrà essere, nel giro di pochi mesi, sottoposta
ad un referendum popolare; una legge che si limita, quindi, ad essere espressione
di quello che è stato l'unico modo che i Governi di centro-destra
per cinque anni hanno conosciuto per governare il nostro Paese: il governo
attraverso gli spot, le pubblicità, le semplici e reciproche concessioni
dell'una forza all'altra.
Non a caso ci ritroviamo qui oggi a votare
la devolution e non avremmo potuto votare altro che la devolution. Fino
a quando questa legge non sarà approvata, non sarà infatti
possibile votare la legge elettorale e probabilmente nemmeno la finanziaria,
perché altrimenti qualche forza uscirebbe dal Governo.
Questa maggioranza non ha il coraggio
di dire agli italiani che il Governo, che oggi, ancora per pochi mesi,
in quest'Aula rappresenta forse una maggioranza (dico forse perché
solo gli interessi mi pare la tengano unita), non avrà la forza
domani di sostenere questa legge.
Credo che, in animo loro, molti dei senatori
che oggi la voteranno, in realtà, non la condividano, non la approvino
minimamente e quindi si augurino, tutto sommato, che il Paese, i cittadini
italiani dicano a gran voce con il referendum che i valori della devolution
leghista, che elimina i vincoli di solidarietà nei settori più
sensibili, più importanti e strategici del Paese, dove si deve far
sentire con forza la solidarietà di tutti verso tutti (i settori
della scuola pubblica, della sanità, della sicurezza), non sono
valori che questo Paese è disposto a negoziare con nessuno, tanto
meno con questa Lega. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Gubert. Ne ha facoltà.
GUBERT (UDC). Signor Presidente,
onorevoli colleghi, onorevoli rappresentanti del Governo, già nei
precedenti esami del disegno di legge costituzionale avevo espresso la
mia contrarietà a una parte sostanziale della filosofia politica
che ispira la riforma. Inutile è stato lo sforzo di presentare emendamenti.
Ora, inemendabile nel senso voluto il disegno di legge, non resta che la
valutazione complessiva.
Sono trascorsi undici anni da quando sono
entrato in Parlamento: pensavo di essere partecipe dell'organo democraticamente
eletto per esercitare il potere legislativo. Di fatto si è trattato
di un potere di ratifica formale di decisioni di carattere legislativo
assunte fuori del Parlamento. Lo strumento delle leggi delega, con criteri
generici predefiniti dal Governo; lo strumento dei decreti, dei quali la
dichiarazione di necessità e urgenza è sovente solo il tributo
formale, ma nella realtà fittizio, per ottemperare ai requisiti
previsti dalla Costituzione; lo strumento dei maxiemendamenti, sui quali
è posta la questione di fiducia e che riducono il ruolo del Parlamento
a dire un sì o un no al Governo, anche su leggi di grande importanza;
il giudizio di costituzionalità su iniziative legislative governative,
sempre piegato alle ragioni di parte, svuotano il potere reale del Parlamento;
se vi è un deficit da correggere, quindi, è la carenza di
democrazia parlamentare.
Invece il disegno di legge di riforma
opera in senso opposto: rafforza l'Esecutivo, il capo del Governo, dandogli
non solo potere di nomina e di revoca dei Ministri (chi sarebbe stato il
Ministro della giustizia nel I Governo Berlusconi del 1994 se allora fossero
state operanti le norme ora proposte?), ma ponendolo anche nelle condizioni
di poter far sciogliere la Camera dei deputati qualora si dimostri recalcitrante
a seguire i suoi voleri.
Viene meno quell'autonomia del potere
legislativo dall'Esecutivo che è uno dei cardini del moderno Stato
democratico. È, sì, previsto il meccanismo, in certi casi,
di qualcosa che assomiglia alla sfiducia costruttiva, ma la sua attivazione
è resa oltremodo improbabile dai requisiti posti: solo un Capo del
Governo divenuto per tutti palesemente inetto perderebbe la fedeltà
di un manipolo di deputati in grado di far mancare il sostegno della maggioranza
assoluta, composta solo da componenti della precedente maggioranza, a qualsiasi
proposta di Capo di Governo alternativo.
Bastava garantire la continuità
della maggioranza della maggioranza per evitare agli elettori l'imbroglio
del ribaltone (se di vero imbroglio si tratta e non di adattamento a una
situazione imprevista o difficilmente affrontabile in modo diverso, come
nel caso della Grande coalizione in Germania), ma non si è voluto:
avrebbe dato troppo potere agli eletti del popolo, al Parlamento!
Viene sminuito fortemente, a vantaggio
dei poteri del capo del Governo, anche il potere di garanzia del Presidente
della Repubblica, cui viene tolto il potere di rinvio alle Camere delle
leggi.
Si è obiettato che la riforma aumenta
il tasso di democrazia, poiché mette nelle mani del popolo la scelta
del Capo del Governo, prima condizionata dal voto del Parlamento e dal
ruolo del Presidente della Repubblica. Purtroppo, per troppi la democrazia
si misura solo al momento dell'elezione del Capo.
La complessità sociale e politica
di un sistema viene ridotta a un plebiscito nei confronti di un Capo, un
sì o un no. Poi il Capo, per cinque anni, ha di fatto ogni potere
e i molti eletti nel Parlamento possono contrastarlo solo se sono disposti
a perdere il loro ruolo di eletti. No, la democrazia si misura lungo l'intero
arco della legislatura e la democrazia dei molti è migliore della
democrazia dell'uno.
La democrazia deve anche essere capace
di decidere, ma ciò deve realizzarsi contemperando i punti di vista,
facendosi carico della complessità, nella ricerca del bene comune.
Se per essere "decidente" la democrazia si riduce ad eleggere un Capo ogni
cinque anni, al quale il Parlamento deve essere servente, essa diventa
una democrazia povera, assai manipolabile, assai esposta a perseguire interessi
particolari.
Dobbiamo riformare per far crescere il
tasso di democraticità del processo di assunzione delle decisioni
che riguardano la collettività; non basta la democraticità
nella scelta di chi prende le decisioni. In ogni caso è più
democratico un sistema dove le decisioni sono affidate ai molti rappresentanti
anziché all'unico rappresentante. Purtroppo, invece, questo disegno
di legge va in direzione opposta.
Qualcuno potrebbe dire che la riforma
federalista, chiamata «devolution», era nei patti elettorali.
È vero, era uno dei punti forti del patto con gli italiani, ma quel
patto si era tradotto nel disegno di legge costituzionale Bossi, approvato
in questo Senato e poi lasciato arenare per introdurne i contenuti nel
disegno di legge all'esame. Avevo votato a favore di quel disegno di legge
e ancora lo farei. Il guaio è che quei contenuti di devolution sono
ora accompagnati da altre norme che vanno per lo più in direzione
opposta a quella della crescita dell'autonomia delle Regioni.
Fanno eccezione, in senso positivo, le
norme che prevedono limiti alla possibilità del Parlamento di cambiare
gli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale in contrasto con le loro
valutazioni, ma per il resto si afferma una logica centralista. Non sono
tanto alcune correzioni nella ripartizione delle competenze fra Stato e
Regioni a fare problema, anche se esse vanno tutte nella direzione di rafforzare
le competenze dello Stato a scapito di quelle delle Regioni. A fare problema
è soprattutto l'introduzione del controllo politico nazionale sulla
legislazione regionale, in nome della tutela dell'interesse nazionale.
Il Parlamento nazionale potrà annullare
leggi regionali. Se il giudizio parlamentare sulla lesione di un interesse
nazionale ha la stessa fondatezza di quello sulla costituzionalità
di una proposta di legge o sui requisiti di necessità e urgenza
di un decreto, ossia una mera motivazione politica, c'è veramente
da preoccuparsi per l'autonomia.
Altro che riforma federalista! È
una riforma centralista, come del resto Alleanza Nazionale dichiara. Si
introduce un centralismo più forte di quello antecedente alla riforma
del 2001, sulla quale, colmo dell'ironia, il centro-destra aveva chiesto
un referendum in considerazione del fatto che era ritenuta troppo poco
federalista! Sinceramente non mi piace la lingua biforcuta: Il nostro linguaggio
deve essere chiaro e sincero e portarci ad esprimere dei sì o dei
no convinti.
Mentre prima del 2001 il Governo poteva
solo rinviare per un riesame una legge o sue parti ai Consigli regionali
e sulla successiva loro decisione poteva solo adire la Corte costituzionale,
e dopo il 2001 il Governo, a tutela di un interesse nazionale da esso presunto
poteva solo adire la Corte costituzionale, con questa riforma il Governo,
il suo Capo, può chiedere al Parlamento, nel quale vi è -
obbediente alla Camera - una sua maggioranza parlamentare, ma, dati i meccanismi
elettivi, obbediente anche in Senato, di annullare una legge regionale.
Vi è un altro arretramento sensibile
dell'autonomia, in termini di abolizione della possibilità di una
Regione di negoziare con lo Stato una particolare e più forte autonomia.
È un'innovazione forte della riforma del 2001; essa veniva incontro
alle esigenze di particolare autonomia di Regioni a forte identità,
a contatto stretto con Regioni ad autonomia speciale: è il caso
del Veneto, ma potrebbe essere anche quello della Lombardia o di altre
Regioni ancora.
La distinzione fra Regioni ad autonomia
speciale e Regioni ad autonomia ordinaria si stemperava. È strano
che la Regione Veneto imprechi contro le vicine Regioni ad autonomia speciale
e non abbia fatto nulla per affermare una sua possibile specialità.
I parlamentari veneti e lombardi che voteranno a favore di questa riforma
lo faranno per togliere ogni possibilità dinamica alla loro autonomia.
Da autonomista, nei loro panni, non lo farei.
Non si può poi tacere, a proposito
di federalismo, su un altro contenuto della riforma: l'introduzione del
cosiddetto Senato federale. Nel mio percorso parlamentare le modalità
di elezione (in particolare i tempi cadenzati in concomitanza con le elezioni
regionali) sono state migliorate, ma non si può dire che si sia
fatto un reale passo in avanti in direzione federalista, anzi! Finora i
senatori sono stati eletti su base regionale, come prescrive l'attuale
Costituzione. Essi, quindi, rappresentano le popolazioni delle singole
Regioni. Come tali, essi hanno il medesimo potere dei deputati, possono
dare o negare la fiducia al Governo, votare sui bilanci e sulle leggi finanziarie
e su tutte le leggi dello Stato.
Con il disegno di legge all'esame essi
continuano ad essere eletti direttamente su base regionale e quindi rappresentano
le popolazioni delle Regioni. Però hanno molti meno poteri di quelli
attuali, nel senso che non possono dare la sfiducia al Governo, non votano
le leggi di bilancio, su molte leggi non possono dire nulla, su altre,
riferite ai princìpi ai quali deve attenersi la legislazione regionale,
hanno priorità, ma anche per le leggi sulle quali è prioritaria
la competenza del Senato, il Capo del Governo può chiedere di spossessare
di competenza il Senato per darla in via prioritaria alla Camera, a lui
legata da un rapporto di fiducia.
In conclusione, i rappresentanti eletti
dalle popolazioni delle Regioni nel Senato cosiddetto federale vengono
a perdere i principali poteri che attualmente hanno in un Senato non chiamato
federale. È difficile capire come questo sia un passo in avanti
rispetto al federalismo. Se i rapporti fra Regioni e Stato fossero regolati
dal principio di sussidiarietà, sarebbe logico che fossero gli enti
che si federano per creare lo Stato, affinché ad essi esso sia di
sussidio, a definire le scelte fondamentali dello Stato.
Poiché lo Stato non è solo
federazione di Regioni, ma è anche espressione politica della Nazione,
è logico che le sue scelte fondamentali siano definite anche dai
rappresentanti diretti del popolo che costituisce la Nazione.
Si possono prevedere processi di assunzione
di decisioni nelle quali una decisione è presa da una sola Camera
qualora l'altra o una sua parte significativa non reclami un suo proprio
esame, in modo da sveltire le procedure legislative, effettivamente ora
lente. Ma si è andati ben oltre la necessaria ricerca di evitare
inutili perdite di tempo.
In questa riforma manca una rappresentanza
degli enti federati (salvo in modo marginale e senza diritto di voto, pochi
rappresentanti di Regioni e enti locali) e per di più si riducono
di molto i poteri attuali dei rappresentanti delle popolazioni regionali.
È una beffa, malamente mascherata
dal nome di Senato federale e dal momento dell'elezione dei senatori. Il
vero, unico, risultato è una quasi eliminazione del bicameralismo
a vantaggio del potere del Capo del Governo che, in nome della realizzazione
del suo programma, può ricondurre alla Camera dei Deputati le decisioni
che contano, sapendo che se i deputati non decidono come egli vuole, può
provocare lo scioglimento della Camera stessa.
Il mio dissenso riguarda anche altri aspetti
minori della riforma, ma per essi rimando agli emendamenti a suo tempo
presentati e respinti. Avrei potuto anche soprassedere, in omaggio a un
rapporto che, all'atto delle elezioni del 2001, mi lega alla maggioranza.
Ma sui due aspetti considerati, il tasso di democraticità e il tasso
di rispetto del principio di sussidiarietà verticale, la distanza,
la contraddizione tra il disegno di legge all'esame e i valori politici
nei quali credo, non solo ispirati al pensiero sociale cristiano, ma maturati
in una vita di studioso della società e di partecipe della sua vita
politica, sono tali da impormi di confermare il mio voto contrario, nella
speranza che sia, poi, il popolo italiano a non far compiere passi indietro
nel modo di far vivere nella Costituzione tali valori, come purtroppo ora
la maggioranza di centro-destra fa. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U
e Misto-IdV).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Napolitano. Ne ha facoltà.
NAPOLITANO (DS-U). Lei non si stupirà,
signor Presidente, se pur essendo stato da così breve tempo chiamato
a far parte di quest'Assemblea, prendo oggi la parola. Ho in effetti ritenuto
di non potermi sottrarre alla responsabilità di un giudizio motivato
su una legge di natura specialissima, qual è quella ora sottoposta
al nostro ultimo esame, di revisione complessiva e radicale dell'ordinamento
della Repubblica.
Tanto più che, se non sono stato
finora partecipe del contrastato iter di questa legge, ho, in periodi precedenti,
svolto un ruolo attivo nel lungo processo di elaborazione e discussione
di idee e di proposte di riforma costituzionale che si è svolto
nei due rami del Parlamento almeno a partire dalla fine degli anni Settanta.
Perché vedete, e vorrei sottolinearlo,
sarebbe del tutto infondato il sostenere o il lasciar intendere che nel
passato il Parlamento sia rimasto chiuso in un atteggiamento di pura conservazione,
di statica e retorica difesa della Costituzione del 1948.
Ben prima che negli anni 1993-1994 intervenisse
una vera e propria cesura, una rottura di continuità nel nostro
sistema politico, ben prima di allora, tra i partiti storici della Repubblica
nata nel 1946, era venuta maturando l'esigenza di un ripensamento e di
un adeguamento del quadro istituzionale.
Nel 1982, un primo "inventario" di proposte
di riforma venne redatto dalle Commissioni affari costituzionali della
Camera e del Senato. Nel 1983 fu istituita, come è noto, un'ampia
e rappresentativa Commissione bicamerale di studio sulle riforme istituzionali,
presieduta dall'onorevole Bozzi, che presentò nel 1985 un quadro
assai ricco di considerazioni e indicazioni concrete, rimaste purtroppo
senza seguito.
Vennero poi anni di stagnazione del confronto
e dell'iniziativa sui temi di una possibile revisione della Costituzione,
anche se non mancarono leggi ordinarie di notevole significato istituzionale,
come, nel 1988, quella sull'ordinamento della Presidenza del Consiglio
o come, nel 1990, quella sull'ordinamento delle autonomie locali.
Si giunse così, all'inizio della
XI Legislatura, in una condizione di grave ritardo dinanzi a esigenze oggettive
e a sollecitazioni dell'opinione pubblica ormai non più dilazionabili
e quindi si impose una scelta che per primo il presidente della Repubblica
appena eletto, Oscar Luigi Scalfaro, invitò "fermamente" il Parlamento
a compiere: la nomina, che col compianto presidente Spadolini subito promuovemmo,
di una Commissione bicamerale non più solo di studio, ma con poteri
di iniziativa legislativa, con funzioni redigenti e referenti, che fosse
in grado di sottoporre a entrambe le Assemblee un progetto compiuto di
riforma della Parte II della Costituzione.
La Commissione, presieduta prima da Ciriaco
De Mita e poi da Nilde Iotti, riuscì a presentare un organico, non
esaustivo ma, condiviso progetto, nel gennaio 1994, (relatore per la forma
di Stato Silvano Labriola e per la forma di governo Franco Bassanini).
Il progetto cadde con lo scioglimento, di lì a poco, di Camera e
Senato.
Ricordo tutto ciò anche perché
il senatore Francesco D'Onofrio, nella sua relazione del gennaio 2004,
volle richiamare i lavori sia della Commissione De Mita-Iotti sia della
successiva Commissione D'Alema, sostenendo che la proposta di riforma presentata
dell'attuale Governo dovesse intendersi semplicemente come conclusione
di un percorso.
Tale affermazione sarebbe da apprezzare
per la sua modestia se non contrastasse con la realtà dell'effettiva
ispirazione della proposta, ancora oggi al nostro esame, ispirazione tutt'affatto
diversa da quelle che sorreggevano i progetti precedenti e segnatamente
quello del gennaio 1994.
Qualche giorno fa ho avuto modo, in occasione
della cerimonia di omaggio dedicata all'onorevole Labriola appena scomparso,
di mettere in evidenza come la sua relazione di oltre 11 anni fosse audacemente
innovativa e nello stesso tempo ispirata a grande equilibrio e responsabilità
istituzionale.
Ebbene, con quell'impostazione e con le
modifiche che vennero di conseguenza prospettate, risultano coerenti in
realtà le proposte di riforma non della maggioranza, ma della minoranza,
comprese quelle che escludono la formulazione, nell'articolo 117 della
Costituzione, di un elenco di potestà legislative sia concorrenti
sia esclusive delle Regioni, accanto alla specificazione delle materie
affidate alla competenza dello Stato e postulano possibilità di
iniziativa dello Stato federale nell'interesse nazionale, anziché
un richiamo sanzionatorio a quell'interesse, ove appaia violato.
Per questo ed altri aspetti - come si
sa - l'attuale schieramento di minoranza ha già proposto, con il
disegno di legge presentato dai senatori Villone e Bassanini nel settembre
2003, modifiche rilevanti della stessa riforma del Titolo V che esso aveva,
da posizioni di maggioranza, varato in modo non sufficientemente meditato.
In effetti, se si legge ancora oggi e
si considera obiettivamente il testo presentato, sempre nel gennaio 2004,
dai relatori di minoranza, si può constatare come ad una critica
puntuale e severa del progetto governativo si accompagnasse un insieme
di proposte tale da configurare un vero e proprio progetto alternativo
di riforma.
Il Governo e la maggioranza che lo sorregge
- a mio avviso - avrebbero dovuto apprezzare il fatto che lo schieramento
di centro-sinistra non ha sostenuto che tutte le esigenze di revisione
costituzionale, affiorate nel lungo processo da me richiamato e culminato
nella Commissione bicamerale D'Alema, fossero da ritenersi ormai superate.
In particolare, pur essendosi significativamente
consolidate - attraverso il passaggio al sistema elettorale maggioritario
e la prassi di una competizione politica bipolare - la posizione del Governo
in Parlamento, la governabilità del Paese e la stabilità
dell'azione di Governo, l'attuale opposizione ha continuato e continua
a presentare proposte volte a sancire in sede costituzionale tale evoluzione
e a rafforzare i poteri del Primo Ministro rispetto alle formulazioni della
Carta del 1948.
E' dunque l'attuale opposizione che si
è preoccupata e si preoccupa di concludere, sulla base di un'ulteriore
e coerente maturazione, il percorso che venne bloccato nel 1998, non occorre
qui ricordare come e per responsabilità di chi.
Sono parte della conclusione di quel percorso
le proposte della relazione di minoranza relative alla composizione e alle
attribuzioni del nuovo Senato della Repubblica, ma anche tutte quelle riguardanti
un sostanziale adeguamento del sistema delle garanzie e dello statuto dell'opposizione
all'avvento e all'abuso di un meccanismo maggioritario.
Presidenza del presidente PERA (ore 17,25)
(Segue NAPOLITANO). Quel che anch'io giudico
inaccettabile è, invece, il voler dilatare in modo abnorme i poteri
del Primo Ministro, secondo uno schema che non trova l'eguale in altri
modelli costituzionali europei e, più in generale, lo sfuggire ad
ogni vincolo di pesi e contrappesi, di equilibri istituzionali, di limiti
e di regole da condividere.
Quel che anch'io giudico inaccettabile
è una soluzione priva di ogni razionalità del problema del
Senato, con imprevedibili conseguenze sulla linearità ed efficacia
del procedimento legislativo; una alterazione della fisionomia unitaria
della Corte costituzionale, o, ancor più, un indebolimento dell'istituzione
suprema di garanzia, la Presidenza della Repubblica, di cui tutti avremmo
dovuto apprezzare l'inestimabile valore in questi anni di più duro
scontro politico.
E allora, signor Presidente, onorevoli
colleghi, il contrasto che ha preso corpo in Parlamento da due anni a questa
parte e che si proporrà agli elettori chiamati a pronunciarsi prossimamente
nel referendum confermativo non è tra passato e futuro, tra conservazione
e innovazione, come si vorrebbe far credere, ma tra due antitetiche versioni
della riforma dell'ordinamento della Repubblica: la prima, dominata da
una logica di estrema personalizzazione della politica e del potere e da
un deteriore compromesso tra calcoli di parte, a prezzo di una disarticolazione
del tessuto istituzionale; la seconda, rispondente ad un'idea di coerente
ed efficace riassetto dei poteri e degli equilibri istituzionali nel rispetto
di fondamentali principi e valori democratici.
La rottura che c'è stata rispetto
al metodo della paziente ricerca di una larga intesa, il ricorso alla forza
dei numeri della sola maggioranza per l'approvazione di una riforma non
più parziale, come nel 2001, ma globale della Parte II della Costituzione,
fanno oggi apparire problematica e ardua, in prospettiva, la ripresa di
un cammino costruttivo sul terreno costituzionale; un cammino che bisognerà
pur riprendere, nelle forme che risulteranno possibili e più efficaci,
una volta che si sia con il referendum sgombrato il campo dalla legge che
ha provocato un così radicale conflitto.
Mi asterrò dal rivolgere alle forze
di Governo poco realistici appelli alla riflessione, ma non posso fare
a meno di esprimere la mia convinzione che la strada indicata qui dall'attuale
minoranza corrisponde all'interesse di entrambi gli schieramenti politici,
nel loro prevedibile alternarsi in posizioni di maggioranza e di opposizione.
Essa corrisponde all'interesse di una moderna e responsabile evoluzione
del nostro sistema democratico e anche, non da ultimo, alla ricostruzione
di un clima, che è purtroppo venuto meno, di più misurato,
impegnato e fecondo confronto in Parlamento: un clima che è condizione
per l'esercizio, con autorevolezza, del ruolo insostituibile di questa
nostra istituzione. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Misto-RC, Misto-Com
e Misto-Pop-Udeur. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore Sodano Tommaso. Ne ha facoltà.
SODANO Tommaso (Misto-RC). Signor
Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, il valore del
patto fondativo di un Paese è stato a più riprese sottolineato
dai più illustri costituzionalisti.
La conquista di valori, di princìpi,
di norme in un processo storico che ha visto lotte, guerre, conflitti per
arginare e, si spera, estinguere la volontà di potenza che tanto
segna la politica, è cristallizzata in forma non ultima e definitiva
nelle Costituzioni. Esse sono un fondo di ragione che determina gli argomenti
pubblicamente ammissibili. In base ad essi le istituzioni della democrazia
costituzionale possono funzionare come mezzi fallibili, tramite cui i pubblici
interessi possono essere identificati nella pratica.
Ci piace sottolineare come la Carta fondativa
di una Nazione nasca non da contrattazioni sull'attualità politica,
ma dalla storia di un Paese, dal sangue delle sue genti, dalla necessità
di trovare delle linee di principio, delle garanzie che assicurino un adeguato
e giusto svolgimento della vita politica e sociale di un Paese. Chi ha
scritto la Costituzione non aveva certo la necessità di accontentare
i capricci di qualche esponente politico, come ci pare accada oggi. Chi
ha pensato la Costituzione del '48 aveva lo sguardo rivolto al futuro della
Nazione, non certo al proprio personale futuro politico.
Di fronte all'importanza del testo costitutivo
di una Nazione si può anche pensare che esista la necessità
di una revisione, di un'attualizzazione di alcuni suoi aspetti, ma il clima
in cui questo avviene dovrebbe essere di collaborazione fra le varie parti
politiche del Paese, di costante confronto con gli esperti della materia,
senza contare che sarebbe necessaria, come d'altronde prescrive l'articolo
138 della Costituzione stessa, la precisa circoscrizione delle materie
su cui legiferare.
Invece quello che è accaduto per
il progetto di riforma della Parte II della Costituzione, il clima in cui
esso è nato ed in cui si è svolta la discussione è
stato radicalmente opposto. Il testo è stato oggetto di discussioni,
all'interno di una logica politica, anzi politicista, che prefigura, ancora
una volta, una logica di scambio all'interno delle forze politiche della
maggioranza. Questa riforma si è caratterizzata così fin
dall'inizio.
Un progetto di riforma, quindi, che non
guardava ad un interesse generale e ad un'esigenza vera del Paese e ad
un'eventuale attualizzazione di qualche aspetto della Costituzione, ma,
al contrario, guardava ad interessi, sensibilità ed a sollecitazioni
particolari provenienti dalle diverse forze politiche presenti all'interno
della Casa delle Libertà.
Con la Costituzione non si scherza, Rifondazione
comunista è già stata contraria alla riforma del Titolo V
approvata di gran fretta nella scorsa legislatura e, pur pensando che quella
norma vada corretta, quella dell'attuale maggioranza è una vera
e propria riscrittura delle regole. In realtà nel nostro Paese si
sta verificando una pericolosa traslazione del «potere di revisione»
in «potere costituente»! Non ci si limita a rivedere un singolo
tema della Costituzione ma la si vuole stravolgere in toto.
Il disegno di legge costituzionale del
Governo lede - a nostro avviso - in profondità l'articolo 138 della
Costituzione in quanto non interviene su un singolo articolo, un istituto
specifico, ma sull'intera II Parte, così da contraddire lo spirito
e la lettera della norma che regola la revisione: qui l'insieme delle norme,
che vanno dal Parlamento al Presidente della Repubblica, alla giurisdizione
ordinaria e costituzionale, alla funzione legislativa, alla disciplina
di Regioni, Comuni e Province, viene travolto.
Troppo numerosi sarebbero i punti della
vostra proposta su cui soffermarsi a discutere in quanto decisamente pericolosi
per il mantenimento di un assetto democratico nel nostro Paese, ma su alcuni
vale la pena spendere delle parole in più.
L'aspetto più delicato della riforma
è quello che coinvolge l'equilibrio e l'assetto dei poteri che caratterizzano
la forma di governo. Fondamentale è il cosiddetto Premierato con
investitura diretta del Primo Ministro, espressione, questa, che ne esplicita
i caratteri essenziali e la sua primazia - segnalata, appunto, dal nome
di Primo ministro - e la sua ordinaria permanenza in carica, a scanso di
ribaltoni o altro, per l'intera legislatura.
Siamo di fronte ad una pessima personalizzazione
del potere, che nel disegno Berlusconi si precisa come Premier assoluto,
onnipotente che «conforma e controlla la sua maggioranza»,
si rovesciano i termini della relazione democratico-costituzionale per
cui il popolo esercita la sovranità, «nelle forme e nei limiti
della Costituzione». Al contrario, la democrazia d'investitura legittimerebbe
un «sovrano» che può tutto, perché eletto direttamente
dal popolo e solo a questo dunque dovrebbe rispondere. Essa è l'opposto
della democrazia costituzionale, che limita i poteri, pubblici e privati,
e rende indisponibili a essi i princìpi e le norme fondamentali.
Con la vostra proposta consegnate nelle
mani di un Primo Ministro plenipotenziario la funzione di governo del Presidente
degli USA, i poteri di scioglimento del Premier britannico, la funzione
«legislativa» del governo francese con il «voto in blocco».
Un vero e proprio «Premierato assoluto» che si concretizza
non prevedendo la «fiducia iniziale al Governo», fornendo al
solo Primo ministro la responsabilità di scioglimento della Camera.
Ma, come al solito, la maggioranza ha
voluto farci dono anche del paradosso, che in questo caso si raggiunge
prevedendo la possibilità di sfiducia da parte della Camera, con
conseguenti dimissioni del Premier ed obbligo di scioglimento della stessa.
Come dire «muoia Sansone con tutti i Filistei»! Il ricatto
che eserciterà quello che ormai possiamo definire un «Premier-monarca»
è evidente.
Nel panorama costituzionale degli ordinamenti
democratici il modello proposto non ha eguali. In questa prospettiva, chi
potrà esercitare una sia pur minima forma di controllo sull'attività
del Premier monarca? Sicuramente non il Parlamento, costantemente sottoposto
al ricatto dello scioglimento, ma nemmeno il Presidente della Repubblica,
che perde le sue funzioni di organo super partes. I suoi poteri vengono
distorti, limitati e soprattutto rigidamente enumerati nell'articolo 26
della vostra proposta, così da impedire quel ruolo di arbitro, quell'ambito
di discrezionalità che consente ora al Presidente della Repubblica
di essere un regolatore della complessiva vita istituzionale, di garantire
in prima istanza la Costituzione, di bilanciare i diversi poteri.
Nei rapporti tra Governo e Parlamento,
secondo la Costituzione vigente, il Presidente della Repubblica opera come
«commissario delle crisi»: il suo potere di scioglimento è
garanzia della «sovranità» del Parlamento tramite la
fiducia e dell'indipendenza dell'Esecutivo.
La maggioranza sembra prodigarsi in un
lavoro minuzioso, di cesello, teso da un lato a scardinare qualsiasi meccanismo
di bilanciamento dei poteri presente nella nostra Costituzione, dall'altro
ad aiutare l'attuale maggioranza in improbabili equilibrismi che mirano
a risolvere i propri problemi interni.
E' questo il caso della cosiddetta devolution.
Appare del tutto evidente che la degenerazione devolutiva operata con il
progetto di riforma costituisce un ripiego operato sotto la spinta della
Lega nord, che, constatata l'impossibilità di raggiungere il suo
obiettivo originario, cioè la secessione, ha convertito la propria
strategia nella demolizione dell'ordinamento e della forma di Stato. Non
a caso, la devolution è stata prima di tutto un evento mediatico
e solo successivamente politico.
Sgombriamo subito il campo da qualsiasi
possibile fraintendimento, soprattutto tra le file della maggioranza: il
federalismo è nato storicamente per unire, per federare ciò
che era diviso, per mettere in relazioni culture, poteri, identità
statuali. Il caso italiano si presenta come un processo esattamente opposto,
che mira all'espropriazione di funzioni proprie di uno Stato per attribuirle
alle Regioni.
Tutte le nuove materie che si vogliono
attribuire all'esclusiva competenza delle Regioni incidono negativamente
innanzitutto sui diritti sociali. La devoluzione comporterà, in
questi casi, una differenziazione in termini di prestazioni garantite dalle
diverse Regioni, intaccando principi che sono alla base della nostra tradizione
costituzionale, civile e culturale, quali l'eguaglianza e la solidarietà.
I rischi sono alti e coinvolgono i più delicati profili relativi
alle garanzie ed all'effettività dei diritti, discipline che non
possono essere sottratte alla competenza del legislatore nazionale.
Un progetto sbagliato e pericoloso che
in più, come ha ripetutamente ammonito il costituzionalista Sartori,
rischia di avere un peso economico insostenibile per il nostro Paese. Ancora
una volta, la maggioranza, per rincorrere i capricci di una parte, non
solo non fa i conti con le necessità del nostro paese, ma manca
di prestare attenzione addirittura alla realtà.
Risulta chiaro quindi che, dietro la presunta
modifica formale della II parte della Carta costituzionale, si nasconde,
in realtà, anche lo smantellamento di molti principi contenuti nella
prima parte della Costituzione medesima, che qualificano la natura e l'ispirazione
del nostro ordinamento.
Strettamente collegato al progetto federale
dello Stato e alla nuova forma di governo è la trasformazione del
tradizionale bicameralismo disegnato dalla Costituzione. Il costituente
del 1948 configurò un Parlamento posto al centro dell'ordinamento,
a garanzia dell'intero sistema di potere, essendo rappresentate in esso
tutte le forze politiche democraticamente elette, minoranze comprese. La
riforma in atto ne stravolge funzioni e poteri, introducendo, tra l'altro,
un contorto iter legislativo.
Il nuovo Parlamento sarà composto
da una Camera dei deputati e da un Senato federale. Il progetto dice di
ispirarsi al federalismo, ma, nei fatti, il Senato prefigurato dalla riforma
ha ben poco di federale, in quanto non rappresenta direttamente le autonomie
locali ed i loro interessi, come nei modelli federali classici. Viene eletto
a suffragio universale e diretto su base regionale, e dovrebbe avere competenze
diverse da quelle della Camera, che resta l'unica Assemblea politica.
Ma il punto di maggiore criticità
della tanto auspicata riforma e dell'attuale bicameralismo perfetto è
costituito dal nuovo processo di formazione delle leggi. Il testo prevede,
infatti, tre distinti tipi di procedimento legislativo che si differenziano
tra loro per i diversi ruoli giocati dalle due Camere. Spetterebbe alla
Camera legiferare sulle materie di esclusiva competenza statale, mentre
al Senato sarebbero assegnate le cosiddette materie concorrenti.
Esiste, infine, un terzo tipo di leggi,
come quelle relative alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni
che riguardano i diritti civili e sociali, oppure la legislazione elettorale
locale, su cui le due Camere legiferano alla pari. Se in questa ultima
ipotesi, però, le due Assemblee non dovessero trovare un accordo
sul testo, entrerebbe in campo una terza Assemblea derivata in cui 60 componenti
saranno indicati dai Presidenti delle due Camere. Questa Camera di compensazione
avrà il compito di redigere un testo unificato. Una vera "Camera
delle Regioni" avrebbe senso solo se esprimesse politicamente le realtà
regionali, il che comporta che, nel caso in cui nella maggioranza delle
Regioni prevalga un orientamento politico difforme da quello del Governo
(come accade oggi in Germania), la maggioranza del Governo debba cercare,
almeno su alcuni argomenti, un accordo con l'opposizione.
Se invece entrambe le Camere continuano
ad essere espressione della politica nazionale, la diversificazione dei
poteri e delle competenze fra di esse si riduce a una non ben giustificata
discriminazione tra le due Assemblee e all'introduzione di complicazioni
procedurali molto peggiori di quelle che qualcuno oggi lamenta per il bicameralismo
vigente.
Questo è infatti l'esito più
probabile che discenderebbe dall'attuazione del progetto. Le norme sulle
competenze e sul funzionamento delle Camere appaiono incredibilmente farraginose.
È facile prevedere che le conseguenze di questo nuovo iter legislativo
ricadranno, ancora una volta, sulla Corte costituzionale, la quale si vedrà
investita da una valanga di ricorsi volti ad appurare gli eventuali errori
in procedendo.
Questo discorso ci introduce all'ultimo
punto che intendiamo affrontare, ma che ci sembra ancora una volta esplicativo
del lavoro di demolizione di qualsiasi istituto di garanzia democratica
del nostro Paese che sta conducendo la maggioranza. Si diceva che le controversie
sommergeranno la Corte costituzionale. Vorrei capire, però, cosa
sarà la Corte costituzionale dopo questa riforma; cosa farete diventare
uno degli organi garanti, non di questo o quell'elettorato, non degli interessi
della maggioranza o della minoranza, ma dei princìpi su cui si basa
lo Stato italiano.
La Corte costituzionale ha avuto fino
ad oggi la funzione di dirimere questioni di sua competenza, applicando
solo ed esclusivamente la Costituzione repubblicana; per permetterle di
lavorare senza influenze esterne del mondo politico ne è stata pensata
una composizione perfettamente equilibrata. La vostra riforma propone di
infrangere questo equilibrio. Nei fatti, la vostra proposta ci restituisce
una nuova struttura rappresentativa della maggioranza: chi controlla sarà
in buona parte espressione di coloro che devono essere controllati. Si
tratta di un ennesimo paradosso regalatoci dall'attuale Governo.
Insomma, appare del tutto evidente la
pericolosità dei vostri propositi che denunciamo da quando avete
presentato questa proposta: stravolgere e mortificare la Costituzione italiana
è l'obiettivo primario.
Le revisioni costituzionali acquistano
significato nella misura in cui sono stabili e riconosciute, non se inseguono
improbabili modernizzazioni dettate da occasionali contingenze politiche.
Il patrimonio costituzionale può senz'altro essere adeguato ed aggiornato,
ma progressivamente, al mutare delle condizioni sociali, e su obiettivi
e regole di convivenza condivise; non è auspicabile, invece, che
venga esposto alle indeterminatezze delle strumentali congiunture.
Sotto questa prospettiva, il progetto
di revisione costituzionale proposto dal centro-destra si rivela nella
sua autentica natura: gli obiettivi di fondo, infatti, non sono tanto quelli
di avviare una modernizzazione dell'originario impianto costituzionale,
quanto piuttosto quelli di modificarne completamente l'impianto genetico.
Da questo punto di vista, abbiamo più volte dichiarato la nostra
contrarietà ad interventi di questo tipo, anche quelli proposti
da alcuni esponenti del centro-sinistra che, seppur temperandone gli aspetti
peggiori, finiscono poi per ricalcare le linee di principio del progetto
costituzionale delle destre e riprodurne il suo stesso impianto culturale.
Sul titolo di questo testo di legge è
scritto "Modifiche alla Parte II della Costituzione"; è fin troppo
evidente, però, che il vostro intento è quello di travolgere
in toto la nostra Carta costituzionale, a cominciare dal primo articolo
che - lo ricordiamo ai signori della maggioranza - recita: «L'italia
è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Purtroppo
quell'aggettivo «democratica» va perdendo sempre più
peso grazie all'agire del Governo Berlusconi. (Applausi dal Gruppo Misto-RC,
Misto-Com e del senatore Piatti).
PRESIDENTE. È
iscritto a parlare il senatore D'Onofrio. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente,
ho ritenuto opportuno prendere la parola in sede di discussione generale
perché preferisco contenere l'intervento di domani in dichiarazione
di voto sulle questioni essenziali di ordine politico-costituzionale; non
avrei avuto tempo per cercare di spiegare, se è possibile, qualcosa
di più di questa grande riforma costituzionale che il Gruppo dell'UDC
ritengo voterà con grande compattezza. Si tratta, infatti, di una
riforma che noi consideriamo importante e che, da questo punto di vista,
riteniamo completata dalla legge elettorale proporzionale e non contrastata,
come pure mi è stato dato di sentire in quest'Aula.
Signor Presidente, inizio con una considerazione
che può sembrare molto lontana; bisogna, però, partire da
lontano per capire di cosa si tratta. Per un lunghissimo periodo, dal 1947
fino a domani, quando si voterà questo testo costituzionale, siamo
stati di fronte ad una scelta di fondo: ritenere che la cultura e la Costituzione
del 1946-1947 debbano sopravvivere alle ragioni storiche che hanno condotto
a quella stessa Costituzione.
Quella Costituzione non fu, come pure
mi è stato dato di ascoltare in quest'Aula, oggetto di scambio e
di opinioni assolutamente regolari; essa fu un serio, durissimo e forte
patto politico, come è normale che sia, perché la Costituzione
di un Paese è normalmente un grande patto politico. Quella Costituzione
non nacque per caso in Italia tra il 1946 e il 1947, ma nacque all'indomani
di una lunga e sanguinosa guerra civile, combattuta tra il 1943 e il 1945
e condotta ad una vittoria conclusiva dai partiti del Comitato di liberazione
nazionale.
A quelli dei colleghi che si fregiano
del titolo di costituzionalisti (cosa per la quale, ovviamente, non basta
aver vinto un concorso a cattedra di diritto costituzionale) suggerirei
di leggere con attenzione il libro di Costantino Mortati del 1940 sulla
Costituzione in senso materiale: la nostra Costituzione repubblicana è
di fatto legata alla cultura dell'arco costituzionale.
Di che cosa si tratta? Di un accordo in
base al quale le parti politiche decisive dei Comitati di liberazione nazionale,
soprattutto democristiani e comunisti (non solo, ma soprattutto loro) concordano
che si può anche essere al Governo in formazioni diverse, ma che
non si può essere diversi sulla riforma della Costituzione, la quale,
una volta che l'accordo è realizzato in Parlamento tra le grandi
forze politiche nella formula dei due terzi delle Assemblee parlamentari,
non consente al corpo elettorale di pronunciarsi. Il patto partitocratico
del 1947 questo significava e ha significato e su questo accordo di fondo
è vissuto dal 1947 in poi.
Non si tratta di un'affermazione casuale,
perché un personaggio di grande rilievo politico e costituzionale
dell'epoca, cioè l'onorevole Togliatti, disse il 19 febbraio 1947
nell'Assemblea costituente una cosa che è rimasta a segnare l'intera
storia politica del nostro Paese, appunto dal 1947 fino ai giorni nostri:
non pose il contrasto tra le forze politiche che avevano dato vita alla
Costituzione nei termini di un contrasto di alternativa democratica; pose
la questione in termini di alternativa di legittimità: legittime
erano le forze politiche che avevano concorso al patto costituzionale,
illegittime - sottolineo illegittime - le forze politiche che non avevano
concorso a tale patto.
E Togliatti lo disse in un momento nel
quale si stava preparando, ma non si era ancora giunti, da parte di De
Gasperi, alla estromissione dei socialisti e dei comunisti dal Governo.
Lo disse quindi all'Assemblea costituente e sanzionò di fatto la
nascita, anche nella Repubblica italiana, di quel contrasto sulla legittimazione
a decidere sulla Costituzione che ha rappresentato purtroppo una costante
negativa della storia politica italiana, come ripetutamente detto in un
libro di poco tempo fa, del quale consiglierei la lettura a quelli che
non lo avessero fatto, curato da Di Nucci e Galli della Loggia, intitolato
«Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell'Italia
contemporanea». Di questo si trattava e si è trattato.
Noi non abbiamo potuto discutere di fatto
nel merito di una riforma costituzionale perché dall'altra parte,
non tutti, ma prevalentemente e in modo decisivo, si contestava la legittimità
della proposta costituzionale da parte di chi non aveva concorso alla Costituzione
vigente. Questo era il patto costituzionale dell'articolo 138 della Costituzione
e questo è il motivo per il quale noi cambiamo tale articolo.
Non si tratta, presidente Napolitano,
di un'alternativa tra conservatori e innovatori: si tratta di un'alternativa
tra chi vuole mummificare la Costituzione secondo quel patto costituzionale
e chi ritiene che quel patto ha avuto un valore storico compiuto, concluso
e che, come tale, va ripensato.
In che senso proponiamo un cambiamento?
Il cambiamento che proponiamo (e in questo risiede la nostra grande forza
democratica rispetto alla proposta alternativa) è che, qualunque
maggioranza parlamentare - sottolineo qualunque - non può più
impedire che si ricorra al referendum popolare confermativo sulla riforma
della Costituzione.
Nel testo costituzionale vigente è
scritto che, quando in Parlamento si mettono d'accordo due terzi dei parlamentari,
il popolo rimane estraneo alla riforma costituzionale, mentre noi vogliamo
che il popolo entri nel dibattito costituzionale, decida esso, sulla base
del voto parlamentare, se confermare o meno la decisione parlamentare.
Questo è il cambiamento radicale che con questa riforma costituzionale
viene proposto e di questo si è trattato nel corso di questi lunghi
anni.
Perché dico «questi lunghi
anni», signor Presidente e onorevole Ministro? Perché noi
abbiamo iniziato a discutere di riforma costituzionale nel 2002, quando
la Lega Nord, in particolare il ministro per le riforme Bossi, presentò
un disegno di legge soltanto relativo alla devoluzione, non un disegno
costituzionale completo. Perché si è andato completando quel
disegno costituzionale e in che consiste questo completamento? E perché
questa grande riforma costituzionale vede l'intera maggioranza di centro-destra
a sostegno di questa riforma costituzionale?
Quel disegno è partito dall'ipotesi
di completare l'ordinamento federale della Repubblica e di questo va dato
merito a chi ha avuto la forza di porre il problema all'inizio di questa
legislatura e mi riferisco in particolare alla Lega Nord.
Rispetto alla domanda che questa poneva
di un completamento del disegno federalista della Repubblica, rispetto
alla modifica del Titolo V della Costituzione deliberato nell'altra legislatura
dall'altra maggioranza, noi come UDC, Forza Italia ed AN abbiamo posto
condizioni politiche a quella richiesta: quelle condizioni politiche sono
state tutte conseguentemente accolte dal partito della Lega Nord a dimostrazione
del fatto che tale Gruppo politico è passato dalla cultura del cartello
elettorale alla cultura dell'alleanza politica.
E' ovvio che sulle singole questioni ci
possa essere una discussione di merito, su questa o quella parte, ma occorre
capire che noi siamo passati con questa riforma costituzionale, dal contesto
del cartello elettorale con il quale la Lega Nord aveva iniziato la legislatura,
proponendo la questione della devolution, alla logica dell'alleanza politica
in tre modi tutti e tre essenzialmente rilevanti.
È stata posta la necessità
di una forma di Governo che garantisca il divieto di ribaltone; abbiamo
ribadito che la volontà popolare, una volta manifestatasi eleggendo
un componente del Parlamento, non può essere disattesa con la concorrenza
alla formazione di un altro Governo.
Egli rimane libero di determinarsi come
vuole sulle leggi, e di determinarsi politicamente come vuole passando
anche da uno schieramento all'altro, ma non può concorrere a formare
la maggioranza di Governo dell'altro schieramento.
Altro che violazione della rappresentanza
dell'intera nazione: c'è la riaffermazione forte del principio di
rappresentanza della nazione. L'elettore si esprime sulla maggioranza di
Governo, non su una persona. Ho detto ripetutamente che non vi è
la sola elezione del Presidente del Consiglio, non vi è l'iper-personalizzazione
della forma di Governo. Si eleggono contestualmente maggioranza di Governo
e Presidente del Consiglio: contestualmente essi vivono o contestualmente
cadono.
Di questo si tratta, non della subordinazione
del Parlamento al Governo ma del rispetto in quanto tale della volontà
che il voto popolare esprime eleggendo maggioranza, programma e capo del
Governo.
Noi stiamo affermando il principio di
volere rispettare la volontà popolare che si esprime formando maggioranze,
programmi e Governi. Vogliamo tutto questo oppure no? Vogliamo che il corpo
elettorale si esprima sulle riforme costituzionali comunque votate dal
Parlamento o no?
Di questo si tratta ed è per questo
che chi continua a dire di non volerlo, vuole soltanto la mummificazione
del vecchio arco costituzionale.
L'onorevole Togliatti lo diceva nel 1947,
ma quella affermazione è rimasta scolpita nel corso degli anni e
fino ad oggi non è risultata ferma; è una lettura molto utile
per chiunque volesse partecipare a questo dibattito non solo su argomenti
di dettaglio ma sulla questione di fondo. Diceva il Presidente Togliatti:
"Soltanto una maggioranza che corrisponda a questo blocco" - rappresentato
dal CLN - "è una maggioranza democratica, legittima, e oltre che
possibile, vitale e direi necessaria".
La questione posta nel 1947 da Togliatti
è stata riproposta nel 1964 quando i due poli, il polo del Nord
ed il polo del Sud, proposero una riforma costituzionale.
Fu scritto nel 1994 nel libro, che ora
posso non citare ma che è "Il futuro della Costituzione" a cura
di Zagrebelsky ed altri, che quella maggioranza eletta nel 1994 era formata
da partiti che non avevano concorso alla Costituzione del 1947 e non potevano
proporre la riforma costituzionale. Parlo del 1994; quando nel 1996, con
legge costituzionale, si stabilì (con il nuovo articolo 138) che
si poteva modificare con legge costituzionale la II parte della Costituzione,
vi furono illustri colleghi costituzionalisti che dissero che non si poteva
usare il potere di revisione costituzionale rispetto al patto costitutivo
originario.
Di questo si trattava e di questo si tratta.
Questo è l'oggetto del dibattito davanti a noi, non è la
questione di un procedimento legislativo più o meno farraginoso,
di una forma di Governo sulla quale si può essere più o meno
d'accordo.
Siamo di fronte alla questione di fondo,
ribadita nell'altra Camera dai colleghi Adornato e Gasparri nei confronti
di chi sostiene non di contestare la riforma, bensì il proponente
della riforma. Questa è la questione di fondo: si contesta il proponente.
In realtà non si sta discutendo soltanto dei contenuti ma anche
del proponente.
Questa riforma si colloca nel solco di
questa Costituzione, pur modificando l'arco costituzionale in quello che
io definirei il patto costituzionale tra una qualunque maggioranza parlamentare
ed il voto popolare. Questa è la nostra proposta. Alla vecchia cultura
dell'arco costituzionale proponiamo in alternativa la cultura del patto
costituzionale. Di questo è chiamato a decidere il corpo elettorale
italiano, ma non solo nel referendum finale. Lo deciderà anche al
momento in cui si terranno le prossime elezioni politiche. È del
tutto evidente che questa materia sarà considerata in modo particolare
nel corso del dibattito politico prossimo. Ci mancherebbe altro.
Chiederemo agli elettori in modo chiaro
e preciso di dirci se vogliono che la maggioranza che essi eleggono abbia
anche una capacità di proposta costituzionale o no. Di questo si
tratta ed ecco perché la materia del referendum, una volta assunta
una decisione in proposito, costituirà comunque materia decisiva
anche per le prossime elezioni. La domanda da porsi è se si è
dentro il solco della Costituzione del 1947, cambiando l'arco costituzionale
in patto, o no?
Anch'io voglio leggere la Costituzione
del 1947 come ha fatto il collega Sodano Tommaso poco fa. Secondo l'articolo
1: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e
nei limiti della Costituzione». Questa riforma dà al popolo
più o meno poteri? Mi sembra di tutta evidenza che dà più
poteri. Quando il popolo decide del programma, della maggioranza e del
Capo del Governo ha più poteri di quanti non ne abbia oggi. È
quindi certamente nel solco dell'articolo 1 della Costituzione. Questo
nel nostro testo costituzionale è scritto in modo molto chiaro.
L'articolo 2 della Costituzione mi sta
molto a cuore, signor Presidente, e credo dovrebbe stare molto a cuore
non solo ai cattolici ma anche ai molti liberali di questo Parlamento,
e non solo dello schieramento di centro-destra. Secondo l'articolo 2: «La
Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia
come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».
Ebbene, signor Presidente, l'articolo
2, nei lunghi anni di governo democristiano, non siamo stati capaci di
attuarlo fino in fondo perché è prevalsa la cultura del partito-Stato,
la cultura secondo cui pubblico vuol dire statale, non quella secondo cui
il sociale alternativo allo statale può essere preferito. Noi per
la prima volta in questa riforma costituzionale scriviamo, all'articolo
40, che il sociale non è necessariamente statale. Non diciamo più
società meno Stato, ma solo più società meno statalismo.
Sono due cose diverse.
Si vuole ciò o no, come lettura
della Costituzione vigente? La Costituzione vigente è intrisa di
una lettura potenzialmente socialista e di uguaglianza dei punti di arrivo,
di una lettura possibilmente liberale dell'uguaglianza dei punti di partenza
e certamente di una cultura della solidarietà e della sussidiarietà
di provenienza cattolica. La nostra formulazione è del tutto coerente
con questa impostazione. Lo si vuole o no?
Nel 1977 ebbe luogo un importante dibattito
che ho più volte ricordato, tra l'allora vescovo di Ivrea, monsignor
Bettazzi, e l'allora segretario del Partito comunista italiano, Enrico
Berlinguer, nel quale il primo sosteneva la necessità di battersi
per una pluralità delle istituzioni, mentre il secondo sosteneva,
coerentemente con il suo punto di vista, la pluralità nelle istituzioni.
Purtroppo, siamo stati per quarantacinque
anni legati a quella cultura della pluralità nelle istituzioni,
in cui si dice che le istituzioni promuovono le formazioni sociali, l'associazionismo
e l'individuo. Noi invece scriviamo «riconoscono» le formazioni
sociali e l'individuo. È un'alternativa radicale al modello statocentrico,
non una centralità statale rispetto alle Regioni, ma alla cultura
dello statalismo. Quello che ho appena indicato è un punto fondamentale.
Un discorso analogo può essere
fatto anche per l'articolo 5 della Costituzione vigente secondo cui: «La
Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali».
Chi garantisce l'unità e l'indivisibilità della Repubblica?
Il Capo dello Stato e in questa riforma costituzionale lo si spiega. Chi
garantisce l'unità e l'indivisibilità della Repubblica? Il
potere di riconoscere l'interesse nazionale come limite comunque estremo
al potere dell'autonomia legislativa anche esclusiva delle Regioni. Lo
abbiamo scritto in questa riforma ma non era indicato nel Titolo V della
Parte seconda della Costituzione approvata dal centro-sinistra nella scorsa
legislatura. Credo che siano punti fondamentali.
Il federalismo verso il quale ci muoviamo,
e che non è realizzato - non ci si deve scordare che questo è
un primo significativo passo politico verso una riforma federalista dello
Stato - si vedrà realizzato quando si potrà parlare di federalismo
fiscale nella prossima legislatura. In questa riforma costituzionale viene
ribadito il principio nel quale si compongono l'autonomia legislativa anche
esclusiva della Regione - la famosa questione della devoluzione - con l'unità
della Repubblica.
Quindi, anche in questo senso, la riforma
costituzionale proposta, signor presidente Napolitano, completa la Costituzione
vigente, e la completa in un senso che non era stato possibile completare
fino ad ora. Certo, la completa in termini che non sono graditi all'altra
parte politica. Su questo, devo dire che capisco le ragioni della resistenza,
ma si tratta di capire se tali ragioni consentono di attuare la Costituzione
anche in questo modo o no.
Noi non stiamo stravolgendo la Costituzione;
stiamo attuando la Costituzione in una delle due possibilità che
essa prevede. Nella forma della sovranità popolare che determina
i programmi, la maggioranza parlamentare e il Presidente, nella forma del
riconoscimento delle formazioni sociali e nella forma della potestà
legislativa esclusiva delle Regioni. Questo è un modo di attuare
la Costituzione.
Non dico che quello adottato fino ad ora
era un modo di non attuare la Costituzione, dico che era un altro modo,
un modo statocentrico, statolatrico, nel quale prevaleva lo Stato contro
il privato. È chiaro: è un altro modo. Questa è l'alternativa
bipolare della quale si parla.
Occorre capire che c'è anche una
cultura di alternativa bipolare nella lettura della Costituzione, non c'è
solo un bipolarismo da giocattolo, nel quale si giochicchia soltanto sulle
leggi marginali. C'è un bipolarismo anche di cultura costituzionale,
altroché!
La cultura costituzionale da noi proposta
indica una volontà bipolare di attuare la Costituzione compiutamente
nel senso della sovranità popolare, del riconoscimento del privato
e del riconoscimento dell'autonomia regionale dentro l'unità della
Repubblica, non contro di essa.
Ho sentito dire che questa riforma costituzionale
è una sorta di pegno che si paga alla Lega Nord. Su questo occorre
essere chiari fino in fondo e domani, in sede di dichiarazioni di voto,
lo ribadirò ancora una volta, da meridionale quale sono e quale
mi sento.
La Lega Nord ha avuto il merito strategico
di porre la questione della riforma dello Stato in termini politici all'inizio
di questa legislatura e non in termini verbali. Questa proposta della Lega
Nord è andata completandosi, come ho detto poc'anzi, con una seria
di connessioni politiche nel corso dei tre anni, a cominciare ovviamente
dall'incontro, molto importante e che fu percepito da tutti come tale,
a Lorenzago.
Fu a Lorenzago che fu detto da chi vi
parla in questo momento: "siamo qui per discutere ognuno di una parte che
gli sta a cuore, o siamo a discutere di un progetto costituzionale nel
quale si riconosce l'intera maggioranza politica, che è cosa diversa
dal mettere ognuno la propria bandierina?". La risposta fu: "andiamo verso
un patto politico di maggioranza".
La riforma che presentiamo è il
cemento politico di questa maggioranza, perché non si presenta soltanto
più con il volto della richiesta della Lega della devoluzione, bensì
con il volto complessivo nel quale la devoluzione diventa parte della sovranità
nazionale, nel quale la forma di Governo diventa parte della sovranità
popolare, nel quale il primato della società civile diventa parte
dell'equilibrio pubblico nuovo.
Queste sono le tre questioni che hanno
fatto diventare la riforma, nel corso di questi tre anni, non più
la stessa. Domani non voteremo il testo votato nel dicembre 2002: allora
votammo il testo della devoluzione e basta; domani, se il Senato voterà
il testo della riforma, voterà una riforma che prevede l'avvio del
federalismo attraverso la devoluzione, la forma di Governo con il primato
popolare, la forma di Stato di tipo federale e, da questo punto di vista,
anche la fine di quel bicameralismo abbastanza anomalo che, vorrei ricordare
ai colleghi del centro-sinistra, non fu voluto dalla Costituente come doppione
dell'una o dell'altra Camera.
Il Costituente scelse una soluzione eccentrica,
ma non voleva che le due Camere fossero l'una identica all'altra; voleva
che il Senato fosse a base regionale, mentre la Camera fosse a base nazionale;
voleva che il Senato durasse sei anni e la Camera cinque; voleva ovviamente
che potessero esprimere maggioranze politiche diverse. Dov'è l'anomalia?
L'anomalia avviene nel 1953, quando si
scioglie il Senato perché si fa la legge maggioritaria alla Camera
e si vadano a rileggere le critiche mosse al presidente della Repubblica
dell'epoca, Einaudi, quando sciolse il Senato dopo cinque anni mentre aveva
durata di sei anni!
Fu sciolto il Senato nel 1958 per farlo
durare cinque anni e fu modificata la Costituzione nel 1963, dicendo che
il Senato dura cinque anni come la Camera. Allora, nasce il bicameralismo
perfetto anomalo.
Con questa riforma finisce di vivere il
bicameralismo anomalo e si torna all'origine della Costituzione in modo
diverso: il Senato a base regionale e quindi federale, e alla Camera sarà
la base politica il principio di maggioranza.
La legge elettorale proporzionale è
dentro questa riforma o è contro di essa? Ma mi chiedo se avete
letto l'articolo 30 della legge costituzionale? Oppure si fanno affermazioni
senza leggere quali sono i termini delle questioni? Do lett