Riforme Istituzionali
 
 
Discussione generale Ddl di revisione Costituzionale: Senato - 15 novembre 2005  (seduta del pomeriggio) 
   
Fonte: Senato
(2544-D) Modifiche alla Parte II della Costituzione
approvazione in seconda deliberazione,
con la maggioranza dei componenti
 
 
Donati    -    Zancan    -    Curto    -   Di Siena  -  Donadi   -   Gubert
 
Napolitano    -    Sodano    -    D'Onofrio   -   Dentamaro   -  D'Amico   -   Marino    -   Vitali
 
Castellani   -   Maconi   -   Baio Dossi    -    Legnini   -   Soliani    -   Stanisci  -  Peterlini
 
De Petris    -    Piatti    -    Fasolino    -   Caddeo  -  Basso   -   Gaglione
 
Flammia    -    Vallone    -    Rotondo    -   Bastianoni  -  Cavallaro
 
 
 (2544-D) Modifiche alla Parte II della Costituzione (Approvato in prima deliberazione dal Senato; modificato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati; nuovamente approvato, in prima deliberazione, dal Senato e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento)
 
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge costituzionale n. 2544-D, già approvato in prima deliberazione dal Senato, modificato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati, nuovamente approvato, in prima deliberazione, dal Senato e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati.
Ricordo che, ai sensi dell'articolo 123 del Regolamento, in sede di seconda deliberazione, il disegno di legge costituzionale, dopo la discussione generale, sarà sottoposto solo alla votazione finale per l'approvazione nel suo complesso.
Non sono ammessi emendamenti né ordini del giorno, né lo stralcio di una o più norme. Del pari, non sono ammesse questioni pregiudiziali e sospensive. Sono ammesse le dichiarazioni di voto.
Ricordo altresì che nella seduta antimeridiana il relatore ha integrato la relazione scritta ed ha avuto inizio la discussione generale.
È iscritta a parlare la senatrice Donati. Ne ha facoltà.
 
DONATI (Verdi-Un). Signor Presidente, colleghe e colleghi, rappresentante del Governo, sotto il ricatto elettorale della Lega, la devolution, giustamente ribattezzata "dissolution", è arrivata all'ultimo passaggio parlamentare che, come è noto, ha un carattere esclusivamente formale.
Fra oggi e domani, quindi, Governo e maggioranza si apprestano, in virtù della forza dei numeri di cui godono, ad approvare la loro riforma della Costituzione italiana, frutto della maldestra riscrittura privatistica della Parte II della Costituzione che si è - voglio ricordarvi da dove siamo partiti - consumata nella baita di Lorenzago, grazie all'operosità estiva dei celebri quattro saggi. Si tratta della scrittura di una Costituzione radicalmente nuova, modificata in 49 articoli, e che altera, in maniera sostanziale, di fatto, la stessa Parte I.
E' questa di per sé una violazione dello stesso articolo 138 della Costituzione, concepito proprio, invece, per modifiche puntuali e parziali. Un testo che propone un ibrido che scardina i principi e le regole dello Stato di diritto democratico ed espone il nostro Paese al rischio concreto di una dittatura della maggioranza, o ancor più, come si potrebbe dire, di una dittatura del Premier.
Un disegno di legge che getta al vento il lavoro dei nostri Padri costituenti e dissolve l'intero sistema di equilibri e rapporti fra gli organi costituzionali. Solo per citarne alcuni, riduce sensibilmente i poteri di garanzia del Presidente della Repubblica, trasformato in semplice notaio e smembra l'assetto indipendente della Corte costituzionale. Entrambi, lo ricordo, diventano espressione della maggioranza.
Le Camere sono ridotte ad ostaggio di un Presidente del Consiglio plenipotenziario e le leggi saranno approvate con una sorta di fiducia permanente, entro 30 giorni dalla decisione del Premier di ritenerle fondamentali per il suo programma (non della coalizione, di un Governo e dei suoi Ministri, ma esclusivamente del Premier).
La totale prevalenza del potere del "Capo del Governo" non si spiega neppure con la sostanziale elezione diretta da parte del corpo elettorale: il Primo ministro gode di una serie di poteri assolutamente spropositati rispetto alle tradizioni di qualunque Governo, sia parlamentare che presidenziale e che non ha quindi equivalenti in nessuna forma di Governo, neanche in quella semipresidenziale della quinta Repubblica francese; stiamo parlando ovviamente di sistemi democratici.
La quintessenza della situazione di pericolo in cui siamo piombati è costituita dalla norma sulla questione di fiducia: si esplicita la possibilità di porre, da parte del Premier, la questione di fiducia, da votarsi con priorità su ogni altra proposta, con il solo limite che essa non possa essere posta sulle leggi costituzionali e di revisione costituzionale.
Già nel corso della precedente lettura, qui al Senato, in primavera, è arrivato un testo blindato, non discutibile, da approvare inesorabilmente prima dell'imminente tornata elettorale amministrativa: nessun margine di confronto con l'opposizione è stato possibile e si è tenuta una discussione parlamentare a cronometro, sotto la minaccia delle paventate dimissioni da parte del ministro leghista Calderoli.
Il ricatto ha effettivamente funzionato ed il Senato della Repubblica ha approvato il Senato federale, riducendo se stesso ad una sorta di Camera morta. Un ramo del Parlamento con una inconsueta nuova veste, che non sarà in grado di rappresentare le istanze delle Regioni e non sarà più neppure organo di garanzia ed un utile contrappeso nel procedimento di formazione delle leggi.
Il Senato, infatti, così come concepito da questa riforma, non è rappresentativo nemmeno delle Regioni, essendo inidoneo a garantirne il pieno coinvolgimento nelle grandi scelte del Paese e rappresenta la parte più debole di tutto il progetto, ma anche quella che scardina tutto il meccanismo ed espone a pericoli gravissimi il funzionamento di uno Stato democratico. Si tratta di un Senato, dunque, che ha perso ogni barlume di ruolo di garanzia e di contropotere rispetto all'Esecutivo.
Il problema è, come ha giustamente sostenuto l'ex presidente della Corte costituzionale Casavola, che non si conosce la Costituzione e se la si conosce la si vuole demolire e si danno ad essa colpe che sono invece della classe politica che "non ha voluto organizzare tempestivamente lo Stato delle autonomie", nel timore di veder differenziarsi sul piano politico le diverse Regioni (tra bianche , rosse o nere) ed ora ha "deciso di cambiare addirittura la forma dello Stato" perché "alcuni astuti politici hanno messo sul piatto della bilancia la minaccia della secessione" ed altri, purtroppo, hanno scambiato spinte populistiche per intenti progressivi ed innovativi. Nei rapporti fra organi costituzionali che il testo prefigura, infatti, c'è qualcosa di più profondo e radicale di un cambiamento della forma di Governo.
Nel disegno complessivo il mutamento di quei rapporti è così deciso da determinare un'alterazione degli equilibri di tale portata da incidere sulla stessa forma di Stato. L'esito finale della riforma sembra essere proprio "l'uscita dallo Stato di diritto democratico. Non è solo la democrazia, infatti, a risultare annichilita: di essa resta una parvenza (...) in qualche modo rimane; del costituzionalismo, viceversa, non rimane assolutamente nulla, "dal momento che l'obiettivo della riforma è esattamente quello, come è stato detto, e cito testualmente, di "liberare il potere da limiti e controlli".
Non si è neppure evitato il rischio del comparatismo; al contrario ci si è caduti in pieno, prendendo "pezzi" diversi da alcune forme di Governo, tutte di per sé compatibili con lo Stato di diritto democratico e purtroppo costruendo nel complesso un ibrido che conduce fuori da ogni forma contemporanea di Stato.
Nella passata legislatura, quando fu redatto il testo di riforma costituzionale limitata al solo Titolo V (largamente contestata e non votata, ma fino all'ultimo ampiamente condivisa sul piano politico), non fu inserito l'aggettivo «esclusivo», proprio per evidenziare che la competenza legislativa regionale era certamente esclusiva, ma nei limiti stabiliti dai princìpi fondamentali delle leggi dello Stato e che comunque tale potestà regionale non poteva intendersi nel medesimo significato con il quale si intende quella esclusiva statale.
La nozione "esclusiva" riferita alla potestà legislativa regionale, inserita nel testo, al di là delle dichiarazioni politiche rassicuranti da parte della maggioranza, deve invece intendersi purtroppo come potestà non limitata dai princìpi fondamentali delle leggi dello Stato. Un tale aggettivo, inserito nella Costituzione, darà luogo sicuramente a conflitti interpretativi e al moltiplicarsi dei conflitti di attribuzione che anche adesso, pur con un testo decisamente più chiaro, non mancano.
In estrema sintesi, dunque, il riparto delle competenze, se da un lato fa tesoro della recente giurisprudenza della Corte costituzionale, che intende rendere effettivi i princìpi di sussidiarietà e di leale collaborazione fra gli enti della Repubblica, dall'altro viene contraddetto dall'introduzione della esclusività della competenza legislativa regionale, che implica che il potere centrale viene completamente escluso ed è dunque un formidabile ostacolo alla crescita della sussidiarietà. Ciò desta, tra noi Verdi, preoccupazioni ai più vari livelli in merito ai pericoli per l'unità economica e sociale del nostro Paese derivanti dal trasferimento alle Regioni della competenza legislativa esclusiva.
Un federalismo, che di federale ha solo il nome, insaporito da un autoritarismo mascherato da "Premierato forte", non può che complicare la vita a tutti i livelli istituzionali, inclusi gli stessi cittadini che molto direttamente ne sopportano l'onere economico. Non a caso si sono levate molte voci dissenzienti contro questa parte della riforma, come quelle del Presidente della Confindustria e del Ragioniere generale dello Stato, per non parlare dei rappresentanti sindacali: tutti pongono l'accento sugli effetti destabilizzanti per la società italiana e per la finanza pubblica della paventata riforma.
Un falso federalismo in materia di polizia amministrativa regionale, organizzazione scolastica e sanità aumenterà gli squilibri e le diverse offerte di servizi ai cittadini in un Paese, come l'Italia, che è composito e già oggi presenta situazioni differenziate; in tal modo alimenterà disuguaglianze inaccettabili e creerà i presupposti per la rottura di quel patto di solidarietà a cui tutta la nostra normativa fino ad oggi si è ispirata.
Ricordo che in questo progetto di riforma costituzionale si parla di federalismo, mentre - per paradosso - in realtà norme rilevantissime del Governo Berlusconi sono andate esattamente nella direzione opposta. Ne cito una per tutte: nella cosiddetta legge obiettivo è stato deciso che non cinque grandi opere, ma 250 interventi nel nostro Paese vengano decisi al CIPE con il voto di nove Ministri, senza che sia possibile ascoltare le istanze dei Comuni e delle Province; inoltre, gli unici soggetti titolati ad esprimere un parere sono le Regioni che lo hanno ottenuto, dopo un ricorso avanzato dinanzi alla Corte costituzionale. Come si può notare in questi giorni con la vicenda dell'Alta velocità in Val di Susa, tale procedura evidentemente non funziona; infatti, tagliare completamente fuori le istituzioni locali dai processi decisionali porta alla fine a questi miseri risultati.
In un contesto così complesso e confuso, che ha condotto al fortissimo aumento del contenzioso Stato-Regioni, la Corte costituzionale ha assunto il ruolo, tanto delicato quanto ingrato di arbitro unico di tutti i conflitti di competenza legislativa ed amministrativa insorgenti tra Stato e Regioni. La pronuncia n. 196 del giugno 2004 sul condono edilizio (tema assai caro ai Verdi) è il più eclatante dei tanti esempi che si possono fare e che hanno portato ad una sovraesposizione della Consulta, configurando una sorta di federalismo o regionalismo di carattere giurisdizionale.
Il vostro progetto, accanto ad una contrazione delle responsabilità e del ruolo delle Assemblee parlamentari, porta ad un ancora maggiore sovraesposizione politica di un organo qual è la Corte costituzionale, cosa non richiesta, né gradita, come affermato dallo stesso presidente emerito della Corte Zagrebelsky. Il testo oggi al nostro esame non ha, infatti, purtroppo mutato la preponderante anima politica della Corte, prevedendo ben sette giudici di nomina politica su 15. I rischi di una colonizzazione politico-partitica, che si sperava fossero superati, sono, dunque, riproposti con tutta evidenza.
Con questa controriforma si porta dunque a compimento un progetto che vede la convergenza di due assolutismi: l'assolutismo della politica e l'assolutismo del mercato; l'onnipotenza della maggioranza e l'assenza di limiti alla libertà d'impresa; l'insofferenza per le regole e per i controlli, così nella sfera pubblica come nella sfera economica.
È il rifiuto stesso del concetto di democrazia, della sostanza della democrazia, che implica un patto di convivenza basato sull'uguaglianza dei diritti civili e sociali, i cui i corollari necessari sono il principio di legalità e la separazione dei poteri: su questo patto, di cui una Costituzione dovrebbe essere garante, si fonda la concezione dello Stato sociale, oltre che liberale, di diritto, propria della tradizione europea dalla Rivoluzione francese in poi.
È chiaro però che domani questa maggioranza, anche al Senato, voterà questo testo che dissolve una buona parte della nostra Costituzione. Ma noi sappiamo (e i Padri costituenti l'avevano previsto fin dal principio del nostro Stato di diritto) che abbiamo uno strumento straordinario: impegnare fuori dal Parlamento direttamente i cittadini in un referendum confermativo, contro una riforma sbagliata e pericolosa. Una nuova Carta costituzionale che scardina princìpi e regole dello Stato di diritto democratico ed espone il nostro Paese - come ha giustamente sottolineato Romano Prodi - al rischio concreto di una dittatura della maggioranza, ma, ancor più e ancor peggio, di una dittatura solo del Premier. (Applausi dei senatori Zancan e Gaglione).
 
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zancan. Ne ha facoltà.
 
ZANCAN (Verdi-Un). Signor Presidente, colleghi, questa maggioranza sta arrivando alla fine, e potrei già fermarmi qui. Sta arrivando alla fine proponendo una riforma della Costituzione che non è una riforma, ma il perseguimento di una propria politica, in particolare da parte di un partito della maggioranza che vuole far prevalere una parodia tragica di qualsiasi corretto federalismo, vuole mascherare i reali problemi del Paese con un'effimera vittoria parlamentare.
Voi non avete presentato, né approverete un progetto di Costituzione: voi vincerete una lotta politica e - lasciatevelo dire - la vostra lotta politica l'avete svolta con l'eleganza costituzionale che potrebbe avere una squadra di lottatori di wrestling.
Voi non capite che cosa è una Costituzione: è tutto il contrario del vostro progetto. Una Costituzione è l'adesione ad un progetto da costruire insieme.
In materia costituzionale, se nella lotta per ottenere un risultato si sconfigge l'opposizione al punto che quest'ultima non partecipa al progetto, chi perde vince e chi vince perde. Avete ricercato la sconfitta dell'opposizione per avere, attraverso un colpo di maggioranza, quel vigore costituzionale che il vostro testo non ha mai conseguito. E mi permetto di ricordarvi l'insegnamento di un grande costituzionalista svedese, secondo il quale le riforme costituzionali si fanno da sobri a valere quando si è ebbri.
Sono convinto che in questo caso sia avvenuto il contrario. Avete perseguito fondamentalmente due direttrici: la prima, di far saltare tutti i contrappesi alla maggioranza ed al Governo, per ottenere una dittatura dei numeri che non è nel nostro sistema costituzionale; la seconda, di demolire l'unità nazionale in forza di un federalismo non autentico, non vero, errato, che è una tragica parodia.
Per dirvi il mio pensiero, nella sintesi di questi ultimi minuti di intervento sul tema, avete massacrato e devastato la Corte costituzionale, quella Corte costituzionale che, secondo una bella definizione di un costituzionalista, è l'antidoto contro la tirannia della maggioranza.
La partecipazione paritetica dei tre poteri era volta ad evitare una tendenziale gravitazione dell'organo di garanzia verso uno di essi. Voi spostate questo equilibrio e non vi rendete conto di quanto ciò sia gravemente nocivo. Sette giudici saranno eletti dalla forze politiche, ma sette - siccome la matematica ha una forza che neppure voi riuscite a contestare - è quasi la metà di quindici, non è l'esatta metà: ne manca mezzo da catturare, magari indicandolo alla Presidenza della Corte.
Questo significa fare strame di un'istituzione che fino adesso ha fatto onore all'Italia. Volete seguire fino in fondo i vergognosi giudizi del Presidente del Consiglio sulle sentenze e sui giudici della Corte costituzionale? Accomodatevi. Il Parlamento sarà così supino pure a fronte della gloriosa storia della Corte costituzionale? Accomodatevi. Ricordo le straordinarie sentenze della Corte costituzionale in tema di diritto alla salute, all'istruzione, in tema di lavoro, di giurisdizione, di diritto degli stranieri, di diritto di difesa, nonchè quelle relative alla cancellazione di tutte le norme fasciste contenute nel TULPS.
Andatevi a leggere quelle sentenze, guardate il cammino compiuto prima di devastare: siete peggio dei lanzichenecchi che andavano con le torce ad affumicare la Cappella Sistina. Perché volete cambiare? Volete dare la Corte costituzionale, organo di garanzia autonomo, indipendente, alto, in mano al potere politico. Volete creare un organo che giudica nei giudizi tra i poteri dello Stato, in particolare nei giudizi Stato-Regione, nominato da quel Senato regionale che ne elegge quattro giudici.
Voi comprendete cosa significhi, rispetto ai rapporti tra Regioni e Stato, istituire un organo di garanzia, di controllo, di giurisdizione, il giudice delle leggi (come viene chiamata la Corte costituzionale), e farne eleggere dal Senato federale parte dei giudici? Ciò significa che una delle parti si nomina i suoi giudici. Lo comprendete?
Il Primo Ministro che, come afferma il vostro nuovo articolo 88, ne assumerà l'esclusiva responsabilità, potrà da solo sciogliere le Camere e io in questa Camera, che voi volete venga sciolta e soprattutto tenuta sotto ricatto dall'arbitrio del Presidente del Consiglio o Primo ministro (ha poca importanza la terminologia che adottate), protesto ed affermo che con questa norma fate strame del Parlamento.
Prevedete quell'assurdo alambicco della mozione di sfiducia da parte dei deputati della maggioranza. Guardate, sto per terminare il mio primo e molto probabilmente ultimo mandato parlamentare, anche se non con grandissimo entusiasmo. Certamente, però, di una cosa sono e rimarrò sempre orgoglioso; di essere stato, ai sensi dell'articolo 67 della Costituzione, un membro del Parlamento che rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.
Creando due categorie, il parlamentare di maggioranza e quello di minoranza, togliete a questa norma il suo preciso significato di rappresentare la Nazione. Un deputato di maggioranza rappresenta le forze di maggioranza, mentre io mi onoro, come tutti i senatori presenti in quest'Aula, di rappresentare la Nazione senza vincoli di mandato.
Devasterete l'unità nazionale attraverso una devolution che creerà un permanente conflitto tra i poteri dello Stato. Colleghi senatori, vi prego di leggere l'articolo 46 del vostro progetto, laddove dite che le Regioni e gli enti locali in genere hanno possibilità diretta di sollevare conflitto dinanzi alla Corte costituzionale. Sapete che cosa significa? Significa che la Corte costituzionale sarà assai più che intasata, sarà sommersa di ricorsi, non potrà più funzionare, perché il filtro di inserire la questione costituzionale all'interno del fatto giudiziario non era una stupidaggine pensata dai nostri legislatori, ma uno strumento per evitare un conflitto che renderà inutilizzabile la Corte costituzionale e che creerà una permanente lotta all'interno del nostro Stato.
Inoltre, sulla base di queste norme relative alla devoluzione, creerete, di Regione in Regione, quei pellegrinaggi veramente poco commendevoli alla ricerca dell'ospedale migliore, della scuola migliore e di un efficiente tutela della polizia amministrativa. Noi non vogliamo pellegrinaggi. Vogliamo che ogni cittadino del nostro Stato sia fiero di ricevere nella propria Regione, dalle Alpi a Capo Passero, per dirla con Pavese, ciò cui ha diritto. Voi, nelle norme transitorie, avete inventato addirittura l'assurdità secondo cui nuove Regioni saranno possibili saltando le procedure di controllo della richiesta del parere delle popolazioni interessate.

Cosa posso dirvi, dunque, a conclusione del mio intervento? Vi posso dire quella che è una realtà obiettiva, ovverosia che il referendum spazzerà via ogni cosa. Noi siamo orfani certamente dei nostri maggiori, quelli che avevano scritto, voluto ed approvato una Costituzione diversa. Siamo orfani di Piero Calamandrei, di Alessandro Galante Garrone, di Norberto Bobbio, ma il loro pensiero è ben vivo e la loro lezione l'abbiamo imparata e la porteremo avanti, di fronte a questa totale incultura istituzionale che trasuda da ogni articolo di questa sorta di legge che presentate al Parlamento per l'approvazione finale.
Voi modificate la Carta costituzionale. La modificate in modo serio e grave, ma noi continuiamo ad essere convinti che, come ha scritto Calamandrei e come più volte è stato detto in quest'Aula (non posso non ripeterlo anche in questo mio intervento), per ricercare la nostra Costituzione andremo sulle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque sia morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità. Noi andremo lì, perché lì è nata la nostra Costituzione. (Applausi dai Gruppi Verdi-Un, Mar-DL-U e DS-U).
 
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Curto. Ne ha facoltà.
 
CURTO (AN). Signor Presidente, profferirò pochissime parole per fare chiarezza sui motivi di polemica che sono stati agitati in queste settimane, in questi mesi, da parte dei colleghi del centro-sinistra. Pochissime parole per rappresentare, con un esempio plastico, come la deformazione della verità ormai costituisca il DNA di una certa parte politica.
Il senatore Zancan, che mi ha preceduto, parlando del sistema delle garanzie per le autonomie locali ha infatti prospettato l'ipotesi di un conflitto permanente (un'espressione molto cara, probabilmente, ad una certa sinistra) tra lo Stato, i Comuni, le Regioni e le Province. Non ha ritenuto, però, il senatore Zancan, di leggere l'intero articolo e quindi di richiamare l'ultimo capoverso, nel quale si fa riferimento al fatto che c'è una legge costituzionale che disciplinerà le condizioni, le forme e i termini di proponibilità della questione, a dimostrazione che ci saranno griglie che non consentiranno a tutti di poter strumentalmente agitare la questione di costituzionalità. Infatti, se così fosse, in effetti apriremmo un varco a coloro che non vogliono il bene del Paese, a coloro che invece vogliono che il Paese continui a vivere in un'irrazionalità assoluta.
Debbo richiamare anche l'intervento di un altro autorevole collega del centro-sinistra. Questa mattina, il senatore Manzella, nel suo intervento, ha parlato della platea dei colleghi del centro-sinistra che sarebbero intervenuti su questo provvedimento definendola sostanzialmente come una sorta di avanguardia politica.
Un'avanguardia politica che tendeva, evidentemente, a raggiungere l'obiettivo di trasferire al Paese tutte le perplessità, tutti i timori, tutte le angosce che una parte politica, che prima di noi aveva proposto la questione del federalismo in Italia, aveva affrontato in maniera sicuramente dissimile rispetto a come ha fatto in questi ultimi mesi.
Non so dire se posso chiedere al senatore Manzella di entrare a far parte di quell'avanguardia politica. Dico solamente che sono tra quei senatori che hanno ritenuto e ritengono di dover intervenire in questo dibattito perché faccio parte di un gruppo, forse non molto nutrito, ma neanche poco consistente, all'interno del centro-destra e, perché no, anche della destra e della stessa Alleanza Nazionale che, in passato, ha avuto molte perplessità riguardo a questo nuovo sistema di struttura costituzionale. E quando in quest'Aula votammo a favore, molti di noi lo fecero - lo dico in maniera assai franca e assolutamente senza alcun infingimento - più che altro perché esistono delle regole politiche all'interno delle coalizioni e dei partiti, in ragione delle quali va adottato un certo tipo di comportamento, che si chiama disciplina di partito, altrimenti si avrebbero l'anarchia e l'individualismo esasperato, cioè l'incapacità di rappresentare princìpi, obiettivi e idee comuni.
Nel passato ho adottato un comportamento di questo genere e ho ritenuto opportuno votare a favore di questo provvedimento, non perché - e lo dico in maniera molto franca - ne fossi estremamente convinto, ma perché questa era la linea politica della mia maggioranza, della mia coalizione e del mio partito.
Mai come in questi ultimi mesi ho ritenuto, invece, di dover necessariamente ripercorrere alcuni momenti della mia particolare formazione culturale, che probabilmente è comune anche a molti di noi. Ho ricordato il periodo universitario, quando per la prima volta mi trovai davanti quella particolare procedura di revisione costituzionale che è il procedimento di aggravamento. In quella occasione, la interpretai come un passaggio inutile, superfluo, come un appesantimento delle procedure che avrebbero portato alla definizione della legge.
Mi rendo perfettamente conto oggi che quel procedimento di aggravamento ci ha dato la possibilità di riflettere di più, di analizzare di più, di convincerci meglio della bontà di un'iniziativa, di un provvedimento di revisione costituzionale, di una riforma.
Evidentemente ci sono situazioni che non possono essere prese a cuor leggero; ci sono questioni, soprattutto quando si tratta di riformare lo Stato, che non possono essere esaurite nello spazio di un dibattito parlamentare, sia pur certamente più ampio rispetto a quello che il centro?sinistra ci ha riservato nella passata legislatura, quando determinò le condizioni e i presupposti per dar vita a un certo tipo di federalismo sicuramente monco, con una maggioranza assolutamente striminzita, violentando la volontà complessiva di questo ramo del Parlamento e creando le condizioni per produrre anche una contrapposizione tra le due Camere.
Debbo, quindi, riconfermare anche in questa occasione, come sia stato assolutamente necessario consentire - come è stato fatto - un dibattito molto più ampio, creando anche le condizioni per rimuovere quelle resistenze di natura culturale, psicologica, sociale e territoriale, che negli ultimi tempi sono state avanzate e agitate come spettri rispetto all'adozione di questa revisione costituzionale.
Oggi il nostro impegno non è solamente votare a favore di questa legge, come è avvenuto nella tornata precedente, nel marzo 2005. Ovviamente, voterò in senso favorevole il provvedimento al nostro esame anche in questa occasione, ma credo che occorra dire qualcosa di più sotto il profilo politico.
Oggi noi di Alleanza Nazionale non possiamo limitarci a sottoscrivere l'impegno a votare in Aula questo provvedimento, ma ci impegniamo a sostenerlo anche in occasione del referendum confermativo, che credo sia la cartina di tornasole di una coalizione politica che si rispetti, che mantiene gli impegni, che ritiene di avere valori condivisi, che non vuole terminare la propria vita politica con questa legislatura, ma vuole continuare anche in seguito, perché ritiene di avere gli strumenti, le capacità, le progettualità, le intelligenze per governare il Paese.
Siamo impegnati, quindi, a determinare queste condizioni, a trasferire all'interno del corpo elettorale e della pubblica opinione i nostri convincimenti e le nostre certezze su un argomento che riteniamo molto importante, perché il Paese cambia, si modernizza, si razionalizza. Forse oggi quello di cui ha bisogno il Paese è una grande razionalizzazione, dal momento che non è più possibile utilizzare le risorse pubbliche, come è accaduto nel passato.
Un grande merito, allora, un grande passo avanti è che questa riforma, sostanzialmente, pone dei rimedi a quella che il centro-sinistra approvò - l'ho già detto - alla fine della scorsa legislatura, con una maggioranza di soli quattro voti, con l'ausilio di quelle forze politiche che oggi si vorrebbero demonizzare solamente perché fanno parte del centro-destra, mentre erano perfettamente inserite nello schema democratico quando erano alleate del centrosinistra.
Tornerò fra breve su questo argomento, perché credo che rappresenti uno dei fattori più importanti rispetto ai quali noi di centrodestra dobbiamo giocare una grande battaglia con la pubblica opinione.
C'è un aspetto molto importante: noi acceleriamo i grandi ritardi che sono stati accumulati, non dal centro-destra e dalla maggioranza, ma dall'intero Paese sul tema. Dobbiamo superare questo tipo di contraddizione: da un lato, ci si ribella all'ipotesi di uno Stato federale, dall'altro, non c'è Regione, non c'è Provincia, non c'è Comune, non c'è Comunità montana che non rivendichi il proprio spazio di autonomia.
Dobbiamo chiarire tale situazione, anche alla luce dell'ultima pronuncia della Corte costituzionale, che ha fatto riferimento alla necessità di indicare i parametri complessivi della spesa, ma di lasciare poi libertà ed autonomia nella scelta dell'allocazione delle risorse.
Anche sotto questo aspetto, diciamolo in maniera molto chiara, chi del centro-sinistra ha ritenuto di poter sfruttare la situazione e il pronunciamento della Corte in maniera negativa nei confronti del centro-destra, a mio personale avviso, è incorso semplicemente in un grande bluff, perché quella pronuncia sostanzialmente conferma la bontà della nostra impostazione e la necessità di procedere sulla via di uno Stato federale.
Avevo parlato di modernizzazione, che investe il sistema bicamerale perfetto. Debbo purtroppo procedere per sintesi, ma intendo ricordare quanti teorici e politologi si sono confrontati sul tema di un bicameralismo che ha simili competenze, che quindi rallenta i lavori parlamentari, che crea le condizioni per l'ostruzionismo, che determina le condizioni per non far procedere il Paese alla stessa velocità con la quale procede la società civile o la società economica.
Quante volte ci siamo interrogati su questo. Oggi, che assumiamo determinazioni in tal senso, anche attraverso uno sfoltimento ed una razionalizzazione del numero dei parlamentari, ci si chiede perché mai fosse così necessario procedere in questa direzione. Superiamo il bicameralismo, dando competenze diverse alla Camera e al Senato, istituiamo la figura del Primo Ministro che finalmente corrisponde alla società attuale. Non ci siamo inventati nulla, abbiamo sostanzialmente ratificato ciò che oggi avviene: l'esistenza di un diaframma profondo tra le Assemblee parlamentari e gli Esecutivi, perché sono questi ultimi che decidono molto di più di quanto non avvenisse nel passato rispetto alle decisioni delle Assemblee.
Pertanto, se questo è lo schema, ed è di tipo verticale, non possiamo ingessare il Primo Ministro all'interno di un quadro che non gli permetta di poter espletare tutte le proprie potenzialità, perché ne va del prestigio, dell'autorevolezza, della flessibilità delle funzioni, della capacità anche di rappresentare in maniera forte e decisa gli interessi nazionali del Paese.
Quanto all'interesse nazionale, altro argomento importante sul quale ci si è mosso soffermati sia da parte del centro-destra che del centro-sinistra, riteniamo che aver ripreso in considerazione questo concetto non rappresenti una mera esercitazione teorica, ma un momento importante per definire il DNA di questa nuova riforma costituzionale. Tutto si blocca, tutto si ferma, tutto si infrange contro l'interesse nazionale, se questo non è garantito, non è tutelato, non è protetto, non è proiettato verso gli interessi generali dei cittadini. Aver rimarcato questo dato costituisce un momento importantissimo dello schema strutturale all'interno del quale abbiamo collocato la riforma costituzionale.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, concludo facendo riferimento ad una domanda che mi è stata posta poco fa da alcuni organi di informazioni su come si sente un parlamentare di centro-destra a far approvare la riforma federalista dello Stato. Ho replicato che forse la domanda andava posta in termini diversi: non come si sente un uomo di centro-destra, ma un uomo della destra, di Alleanza Nazionale, a far passare una riforma federalista.
Ebbene, mi sento come un parlamentare che ha contribuito, insieme a tutti gli altri colleghi, a far uscire la situazione politica italiana con questo tipo di provvedimento dal caos all'interno del quale era stata gettata la materia da parte del centro-sinistra, che per la fretta di determinare un certo tipo di risultato politico, aveva di fatto determinato le condizioni per creare un mostro giuridico, dove le competenze si contrapponevano, si accavallavano ed a un certo momento si divaricavano prendendo strade differenti.
Quindi, ritengo sia stato dato un importante contributo in tal senso. Ma credo - e lo riconfermo qui - che debbono essere riconosciuti due fattori molto importanti: uno riguarda il partito della Lega, nostra alleata, e l'altro principalmente e direttamente il partito di Alleanza Nazionale.
Per quanto riguarda il partito della Lega, credo che vada accreditato a tutto il centro-destra, Lega compresa, la grande mutazione genetica avvenuta nel corso di questi anni, che non ne ha d'altro canto snaturato i princìpi, gli obiettivi, le tesi di fondo e, soprattutto, gli interessi legittimi che tutelava.
Voglio ricordare, stando in questo ramo del Parlamento da ben dodici anni, che è dell'altra legislatura il fatto che la Lega Nord si riuniva nel cosiddetto parlamento della Padania; riuniva il proprio corpo armato, le camicie verdi; mentre si discuteva qui la legge finanziaria ed il voto di fiducia, essa si allontanava dall'Aula parlamentare per elaborare strategie politiche altrove. Oggi la Lega è tutt'altra cosa rispetto al passato ed è grande merito di questa forza politica, ma anche di questa coalizione e di questo partito, parte importante di quel movimento politico.
Il mio partito si era avvicinato con molte perplessità, paure, timori, angosce alla riforma dello Stato federale perché la nostra è una cultura sostanzialmente unitaria del Paese: l'unità nazionale, il rispetto, il culto della bandiera hanno sempre rappresentato e rappresentano tuttora un momento importante di natura culturale, politica, sociale, territoriale, di costume, etico.
Ebbene, avevamo molti timori nel prendere questa direzione, ma anche noi abbiamo compiuto grandi passi avanti, rimuovendo quelle rigidità intellettuali che hanno a lungo determinato un freno alla nostra azione politica.
Oggi questi sono due partiti molto più moderni, grandemente proiettati al futuro che, insieme con gli altri alleati, Forza Italia ed UDC, si apprestano a dare una nuova, più bella e prestigiosa immagine. Lo facciamo nella consapevolezza che vi è una grande garanzia per questa riforma dello Stato federale: è la Costituzione stessa, così come esce dai lavori parlamentari, lo strumento ed impianto che garantisce gli interessi generali del nostro Paese.
Sono convinto che quando trasferiremo - e lo sapremo fare - questi concetti, princìpi, opinioni, obiettivi raggiunti anche al corpo elettorale, questo non potrà che riconoscerlo e che essercene grato. (Applausi del senatore Pastore).
 
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Siena. Ne ha facoltà.
 
DI SIENA (DS-U). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, stiamo vivendo in un'epoca in cui le democrazie moderne si trovano ad affrontare problemi stringenti. Non solo esse si sentono assediate dall'esterno, dal dilagare dei fondamentalismi, con i rischi di implosione che ne possono derivare, ma esse sono come minati, per certi aspetti, dall'interno.
Il corso della storia mondiale iniziato negli anni Settanta del secolo scorso e che per molti aspetti ancora dura, insieme alle grandi trasformazioni che hanno investito l'economia, la società, i consumi, riassunte sotto il nome di "globalizzazione", ha anche prodotto sul piano istituzionale un rovesciamento radicale tra rappresentanza e governabilità, quale fonte di legittimazione dei sistemi democratici occidentali a favore di quest'ultima.
L'elettore sempre più è stato chiamato a scegliere non chi lo rappresentava, ma chi lo governava, al quale veniva dato per un periodo di tempo determinato un mandato fiduciario sostanzialmente privo di vincoli e controlli. L'intreccio perverso tra questi orientamenti e sistemi elettorali ispirati all'esclusivo principio della governabilità alimenta poi quei fenomeni di mancata partecipazione al voto da parte degli aventi diritto che in alcuni Paesi occidentali ha assunto dimensioni tali da mettere in discussione nei fatti il carattere universale del suffragio che costituisce il fondamento vero delle democrazie moderne.
La rivolta nelle periferie parigine ci parla anche di questo. Dunque, è come se il concreto funzionamento della democrazia reale rischiasse d'invertire il suo corso: da fattore incisivo legato soprattutto all'affermazione del suffragio universale, rischia di diventare, con il restringimento reale della base di partecipazione attiva al voto, fonte di nuove forme di esclusione che investono prevalentemente le nuove generazioni, le vaste aree di marginalità sociale delle metropoli, gli immigrati di più recente e antica data. Nei Paesi sviluppati è l'esercizio stesso della cittadinanza politica ad essere nei fatti seriamente messo in discussione.
Se sono solo in parte vere queste mie sommarie considerazioni, il primo interrogativo che dobbiamo porci di fronte alla vostra revisione della Costituzione del nostro Paese è come essa si colloca di fronte a questi rischi di fondo a cui vanno incontro le democrazie moderne. Mi sembra del tutto evidente che essa enfatizzi e dilati oltre misura questi rischi ed alimenti queste tendenze che ho sommariamente evocato.
Infatti, alla potestà assoluta che la vostra revisione assegna al Primo ministro sul Parlamento, soprattutto attraverso il potere di scioglimento della Camera, corrisponde un progressivo svilimento delle funzioni del Parlamento stesso.
A questo svilimento, in verità, nei fatti abbiamo assistito per tutto il corso di questa legislatura, attraverso le concrete attività legislative, l'assenza di una reale volontà di confrontarsi con le ragioni dell'opposizione, il ricorso al voto di fiducia su testi - come è avvenuto di recente con la finanziaria - mai sottoposti all'esame delle Camere.
La vostra revisione costituzionale sancisce quello che in questi cinque anni è diventata prassi; la soluzione che viene data al superamento dell'attuale bicameralismo perfetto, oltre a rendere sostanzialmente superfluo il ruolo proprio di questo ramo del Parlamento, del Senato della Repubblica, aumenta la discrezionalità del Governo in un iter legislativo che diventa molto macchinoso e complesso, per le attribuzioni che di volta in volta vengono date ad uno dei due rami del Parlamento.
Se si guardano insieme il ruolo assegnato al Parlamento dalla legge costituzionale che stiamo discutendo e la vostra proposta di legge elettorale fintamente proporzionale e neppure limpidamente maggioritaria, che assume in modo contraddittorio il principio di coalizione e quindi il ruolo della leadership e nello stesso tempo dà potestà assoluta alle segreterie dei partiti, comprendiamo facilmente a quale problemi andiamo incontro.
Già altri hanno parlato dei guasti della devolution, il tributo che la destra tutta intera paga alle imposizioni della Lega, alla scomparsa, attraverso di essa, di una pari esigibilità dei diritti fondamentali da parte dei cittadini nel campo della sicurezza, della salute e dell'istruzione soprattutto, della deriva a cui viene condannato il Mezzogiorno.
Voglio toccare questo tema, invece, dal punto di vista degli effetti che la devolution avrà sul concreto esercizio della rappresentanza e della sovranità popolare nel nostro Paese, che viene come smontato, nelle sue funzioni essenziali relative al sistema di diritti legati allo Stato sociale, con il rischio di perdere, rispetto alle istituzioni, quella rappresentazione di sé che lo rende espressione permanente dell'interesse generale.
Le istanze sociali saranno insomma rappresentate, più che sotto forma di interessi generali, da lobbies territoriali contrapposte; di conseguenza, le istituzioni rischieranno di diventare sempre più autoreferenziali.
Il ricorso al referendum per cancellare questa legge istituzionale per noi non è, dunque, una scelta di parte, ma un'azione che guarda agli interessi dell'Italia; insomma, vorrei dire che è un dovere nazionale.
Il dibattito costituzionale ha bisogno in Italia di chiudere questa sciagurata parentesi, rappresentata dalla vostra riforma, e ritrovare le basi di un dialogo tra tutte le parti politiche al fine di raggiungere l'obiettivo di aggiornare l'ordinamento del nostro Stato con scelte che siano effettivamente all'altezza dei tempi.
Vedo un filo rosso che lega i criteri che hanno animato questa riforma e il modo in cui si è arrivati ad approvarla con l'azione unilaterale della vostra stessa parte politica, che ha portato al fallimento della Commissione bicamerale, presieduta dall'onorevole Massimo D'Alema. Vi parla uno che di quella esperienza non è stato mai particolarmente entusiasta, essendo poco persuaso dell'impianto semi-presidenzialista che animava la cultura costituzionale che in quel momento si veniva ad affermare.
In quell'esperienza, però, vi era sicuramente la consapevolezza che, se una revisione della Costituzione deve collocarsi nel solco della ricerca di risposte positive a quei dilemmi cruciali della democrazia contemporanea cui ho accennato all'inizio, essa non può essere fatta da una parte sola e soprattutto non può essere fatta dalla vostra parte. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).
 
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Donadi. Ne ha facoltà.
 
DONADI (Misto-IdV). Signor Presidente, colleghi senatori, oggi quest'Assemblea si dovrebbe teoricamente (tra breve spiegherò perché, a mio avviso, "teoricamente") apprestare a scrivere una pagina della storia del Parlamento italiano che dovrebbe meritare di essere ricordata per segnare un momento di profonda discontinuità, nel bene o nel male, rispetto a quella che fino ad oggi è stata la storia costituzionale del nostro Paese.
In un momento così importante, però, oggi sono seduti nei banchi della maggioranza solo otto o nove parlamentari. Negli ultimi mesi non è stato mai aperto un vero confronto nel Paese, non si è mai cercato un confronto con le altre forze parlamentari che siedono in quest'Aula o alla Camera dei deputati.
Dando vita a questo modello di riforma costituzionale, ancor più di quanto si sia vissuto nell'esperienza della presente legislatura, si è proseguito il progressivo depauperamento del ruolo del Parlamento, ormai completamente delegato ad altri luoghi ed istituzioni e addirittura, come è accaduto nel caso della riforma costituzionale oggi in esame, alle decisioni di alcuni saggi - visto che tali sono stati definiti - assunte in qualche baita alpina.
Evidentemente il parlamentarismo è sembrato ancora eccessivo alla maggioranza, se è vero che quella che si profila come una riforma della legge costituzionale, nel disegnare una figura di Presidente del Consiglio onnipotente tale da poter ricattare la propria maggioranza e poter imporre le proprie esclusive scelte o interessi al Presidente della Repubblica, non sente di aver bisogno di questa pur esigua e ridotta libertà di autodeterminazione, di scelta e di indirizzo politico.
D'altra parte, forse ciò non deve neanche sorprendere più di tanto, se è vero che della tensione morale e della partecipazione che una maggioranza dovrebbe avere nel momento in cui si appresta a riscrivere 51 articoli della Costituzione (se escludiamo la Parte I che è immodificabile, relativa ai diritti e alla tutela dell'essere umano in quanto tale, di fatto stiamo riscrivendo l'intera Costituzione) le file tristemente vuote dei banchi della maggioranza sono un elemento chiaro ed indicativo.
È la stessa totale apatia che abbiamo vissuto nei momenti non meno tristi, infelici della prima approvazione, alla Camera dei deputati, della legge elettorale. In un contesto nel quale stiamo qui oggi, di fatto, privando il Parlamento del proprio ruolo e della propria autonomia, si è voluta togliere anche ai cittadini l'autonomia di scegliere tra più candidati i propri rappresentanti, attraverso una legge di riforma del sistema elettorale che di fatto introduce nel nostro Paese la più incredibile e autoreferenziale partitocrazia che mai si sia potuta immaginare.
Alla fine, quindi, non c'è da stupirsi più di tanto se quel disegno complessivo di riforma della Costituzione, che altro non è se non il frutto di un reciproco meretricio di interessi politico-elettorali tra le varie forze che compongono oggi la maggioranza, è un disegno che scardina gli equilibri e avvilisce i ruoli di alcuni tra i più fondamentali organi istituzionali dello Stato.
Penso al Presidente della Repubblica, ridotto a un ruolo di semplice notaio di decisioni altrui; penso a una Corte costituzionale sempre più pericolosamente soggetta all'influenza e al ruolo, anche numericamente crescente, degli esponenti di nomina politica; penso alla scelta dell'attuale maggioranza di passare da un bicameralismo perfetto a un bicameralismo perfettamente confuso, se è vero che non è nemmeno possibile riuscire, in modo definito, a comprendere quali saranno, dopo l'approvazione di questa riforma, le competenze della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica o, ancora, delle Regioni, laddove si profilano, in modo chiaro (già prima è stato ricordato), continui e interminabili conflitti tra i poteri dello Stato, che andranno tutti a intasare i compiti della Corte costituzionale.
Vi è poi la nuova formulazione dell'articolo 88 della Costituzione, che di fatto rappresenta, in modo plastico, la definizione della confusione politica e di modello costituzionale che questa maggioranza ci propone, laddove addirittura la possibilità, in caso di dimissioni o di sfiducia del Presidente del Consiglio, di proseguire la legislatura non solo è subordinata al consenso e al voto favorevole della stessa maggioranza che lo ha nominato a suo tempo, ma anche al fatto che questa maggioranza dichiari di voler continuare ad attuare un programma.
Negli anni può essere cambiato il mondo, il Paese può essere passato da una fase di recessione a una fase di crescita o viceversa, ma la maggioranza deve incomprensibilmente restare vincolata a un programma approvato anni prima.
Ci troviamo di fronte alla figura di un Premier che è già stato definito un dittatore, che può imporre la propria volontà, la propria linea politica all'intero Parlamento, tanto più se sostenuto da una anche esigua pattuglia parlamentare, con la minaccia di un continuo ricorso alla scioglimento delle Camere e a nuove elezioni.
Dicevo all'inizio del mio intervento che tutto ciò dovrebbe far pensare che oggi quella che ci si appresta ad approvare, nella ignavia più assoluta dell'attuale maggioranza, in questo Parlamento che si richiude in sé stesso (ma neanche tanto, visto che oggi qui chi questa riforma costituzionale deve approvare non si degna nemmeno di essere presente per ascoltare, almeno all'ultimo momento, le argomentazioni di chi forse oggi rappresenta una maggioranza elettorale nel Paese), è solo astrattamente una riforma storica, in una data memorabile, della Costituzione italiana.
Infatti, la realtà vera, quella che l'attuale maggioranza non ha il coraggio di dire con chiarezza fuori di qui ai cittadini italiani, è che non si sta approvando altro che una legge che dovrà essere, nel giro di pochi mesi, sottoposta ad un referendum popolare; una legge che si limita, quindi, ad essere espressione di quello che è stato l'unico modo che i Governi di centro-destra per cinque anni hanno conosciuto per governare il nostro Paese: il governo attraverso gli spot, le pubblicità, le semplici e reciproche concessioni dell'una forza all'altra.
Non a caso ci ritroviamo qui oggi a votare la devolution e non avremmo potuto votare altro che la devolution. Fino a quando questa legge non sarà approvata, non sarà infatti possibile votare la legge elettorale e probabilmente nemmeno la finanziaria, perché altrimenti qualche forza uscirebbe dal Governo.
Questa maggioranza non ha il coraggio di dire agli italiani che il Governo, che oggi, ancora per pochi mesi, in quest'Aula rappresenta forse una maggioranza (dico forse perché solo gli interessi mi pare la tengano unita), non avrà la forza domani di sostenere questa legge.
Credo che, in animo loro, molti dei senatori che oggi la voteranno, in realtà, non la condividano, non la approvino minimamente e quindi si augurino, tutto sommato, che il Paese, i cittadini italiani dicano a gran voce con il referendum che i valori della devolution leghista, che elimina i vincoli di solidarietà nei settori più sensibili, più importanti e strategici del Paese, dove si deve far sentire con forza la solidarietà di tutti verso tutti (i settori della scuola pubblica, della sanità, della sicurezza), non sono valori che questo Paese è disposto a negoziare con nessuno, tanto meno con questa Lega. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
 
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gubert. Ne ha facoltà.
 
GUBERT (UDC). Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevoli rappresentanti del Governo, già nei precedenti esami del disegno di legge costituzionale avevo espresso la mia contrarietà a una parte sostanziale della filosofia politica che ispira la riforma. Inutile è stato lo sforzo di presentare emendamenti. Ora, inemendabile nel senso voluto il disegno di legge, non resta che la valutazione complessiva.
Sono trascorsi undici anni da quando sono entrato in Parlamento: pensavo di essere partecipe dell'organo democraticamente eletto per esercitare il potere legislativo. Di fatto si è trattato di un potere di ratifica formale di decisioni di carattere legislativo assunte fuori del Parlamento. Lo strumento delle leggi delega, con criteri generici predefiniti dal Governo; lo strumento dei decreti, dei quali la dichiarazione di necessità e urgenza è sovente solo il tributo formale, ma nella realtà fittizio, per ottemperare ai requisiti previsti dalla Costituzione; lo strumento dei maxiemendamenti, sui quali è posta la questione di fiducia e che riducono il ruolo del Parlamento a dire un sì o un no al Governo, anche su leggi di grande importanza; il giudizio di costituzionalità su iniziative legislative governative, sempre piegato alle ragioni di parte, svuotano il potere reale del Parlamento; se vi è un deficit da correggere, quindi, è la carenza di democrazia parlamentare.
Invece il disegno di legge di riforma opera in senso opposto: rafforza l'Esecutivo, il capo del Governo, dandogli non solo potere di nomina e di revoca dei Ministri (chi sarebbe stato il Ministro della giustizia nel I Governo Berlusconi del 1994 se allora fossero state operanti le norme ora proposte?), ma ponendolo anche nelle condizioni di poter far sciogliere la Camera dei deputati qualora si dimostri recalcitrante a seguire i suoi voleri.
Viene meno quell'autonomia del potere legislativo dall'Esecutivo che è uno dei cardini del moderno Stato democratico. È, sì, previsto il meccanismo, in certi casi, di qualcosa che assomiglia alla sfiducia costruttiva, ma la sua attivazione è resa oltremodo improbabile dai requisiti posti: solo un Capo del Governo divenuto per tutti palesemente inetto perderebbe la fedeltà di un manipolo di deputati in grado di far mancare il sostegno della maggioranza assoluta, composta solo da componenti della precedente maggioranza, a qualsiasi proposta di Capo di Governo alternativo.
Bastava garantire la continuità della maggioranza della maggioranza per evitare agli elettori l'imbroglio del ribaltone (se di vero imbroglio si tratta e non di adattamento a una situazione imprevista o difficilmente affrontabile in modo diverso, come nel caso della Grande coalizione in Germania), ma non si è voluto: avrebbe dato troppo potere agli eletti del popolo, al Parlamento!
Viene sminuito fortemente, a vantaggio dei poteri del capo del Governo, anche il potere di garanzia del Presidente della Repubblica, cui viene tolto il potere di rinvio alle Camere delle leggi.
Si è obiettato che la riforma aumenta il tasso di democrazia, poiché mette nelle mani del popolo la scelta del Capo del Governo, prima condizionata dal voto del Parlamento e dal ruolo del Presidente della Repubblica. Purtroppo, per troppi la democrazia si misura solo al momento dell'elezione del Capo.
La complessità sociale e politica di un sistema viene ridotta a un plebiscito nei confronti di un Capo, un sì o un no. Poi il Capo, per cinque anni, ha di fatto ogni potere e i molti eletti nel Parlamento possono contrastarlo solo se sono disposti a perdere il loro ruolo di eletti. No, la democrazia si misura lungo l'intero arco della legislatura e la democrazia dei molti è migliore della democrazia dell'uno.
La democrazia deve anche essere capace di decidere, ma ciò deve realizzarsi contemperando i punti di vista, facendosi carico della complessità, nella ricerca del bene comune. Se per essere "decidente" la democrazia si riduce ad eleggere un Capo ogni cinque anni, al quale il Parlamento deve essere servente, essa diventa una democrazia povera, assai manipolabile, assai esposta a perseguire interessi particolari.
Dobbiamo riformare per far crescere il tasso di democraticità del processo di assunzione delle decisioni che riguardano la collettività; non basta la democraticità nella scelta di chi prende le decisioni. In ogni caso è più democratico un sistema dove le decisioni sono affidate ai molti rappresentanti anziché all'unico rappresentante. Purtroppo, invece, questo disegno di legge va in direzione opposta.
Qualcuno potrebbe dire che la riforma federalista, chiamata «devolution», era nei patti elettorali. È vero, era uno dei punti forti del patto con gli italiani, ma quel patto si era tradotto nel disegno di legge costituzionale Bossi, approvato in questo Senato e poi lasciato arenare per introdurne i contenuti nel disegno di legge all'esame. Avevo votato a favore di quel disegno di legge e ancora lo farei. Il guaio è che quei contenuti di devolution sono ora accompagnati da altre norme che vanno per lo più in direzione opposta a quella della crescita dell'autonomia delle Regioni.
Fanno eccezione, in senso positivo, le norme che prevedono limiti alla possibilità del Parlamento di cambiare gli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale in contrasto con le loro valutazioni, ma per il resto si afferma una logica centralista. Non sono tanto alcune correzioni nella ripartizione delle competenze fra Stato e Regioni a fare problema, anche se esse vanno tutte nella direzione di rafforzare le competenze dello Stato a scapito di quelle delle Regioni. A fare problema è soprattutto l'introduzione del controllo politico nazionale sulla legislazione regionale, in nome della tutela dell'interesse nazionale.
Il Parlamento nazionale potrà annullare leggi regionali. Se il giudizio parlamentare sulla lesione di un interesse nazionale ha la stessa fondatezza di quello sulla costituzionalità di una proposta di legge o sui requisiti di necessità e urgenza di un decreto, ossia una mera motivazione politica, c'è veramente da preoccuparsi per l'autonomia.
Altro che riforma federalista! È una riforma centralista, come del resto Alleanza Nazionale dichiara. Si introduce un centralismo più forte di quello antecedente alla riforma del 2001, sulla quale, colmo dell'ironia, il centro-destra aveva chiesto un referendum in considerazione del fatto che era ritenuta troppo poco federalista! Sinceramente non mi piace la lingua biforcuta: Il nostro linguaggio deve essere chiaro e sincero e portarci ad esprimere dei sì o dei no convinti.
Mentre prima del 2001 il Governo poteva solo rinviare per un riesame una legge o sue parti ai Consigli regionali e sulla successiva loro decisione poteva solo adire la Corte costituzionale, e dopo il 2001 il Governo, a tutela di un interesse nazionale da esso presunto poteva solo adire la Corte costituzionale, con questa riforma il Governo, il suo Capo, può chiedere al Parlamento, nel quale vi è - obbediente alla Camera - una sua maggioranza parlamentare, ma, dati i meccanismi elettivi, obbediente anche in Senato, di annullare una legge regionale.
Vi è un altro arretramento sensibile dell'autonomia, in termini di abolizione della possibilità di una Regione di negoziare con lo Stato una particolare e più forte autonomia. È un'innovazione forte della riforma del 2001; essa veniva incontro alle esigenze di particolare autonomia di Regioni a forte identità, a contatto stretto con Regioni ad autonomia speciale: è il caso del Veneto, ma potrebbe essere anche quello della Lombardia o di altre Regioni ancora.
La distinzione fra Regioni ad autonomia speciale e Regioni ad autonomia ordinaria si stemperava. È strano che la Regione Veneto imprechi contro le vicine Regioni ad autonomia speciale e non abbia fatto nulla per affermare una sua possibile specialità. I parlamentari veneti e lombardi che voteranno a favore di questa riforma lo faranno per togliere ogni possibilità dinamica alla loro autonomia. Da autonomista, nei loro panni, non lo farei.
Non si può poi tacere, a proposito di federalismo, su un altro contenuto della riforma: l'introduzione del cosiddetto Senato federale. Nel mio percorso parlamentare le modalità di elezione (in particolare i tempi cadenzati in concomitanza con le elezioni regionali) sono state migliorate, ma non si può dire che si sia fatto un reale passo in avanti in direzione federalista, anzi! Finora i senatori sono stati eletti su base regionale, come prescrive l'attuale Costituzione. Essi, quindi, rappresentano le popolazioni delle singole Regioni. Come tali, essi hanno il medesimo potere dei deputati, possono dare o negare la fiducia al Governo, votare sui bilanci e sulle leggi finanziarie e su tutte le leggi dello Stato.
Con il disegno di legge all'esame essi continuano ad essere eletti direttamente su base regionale e quindi rappresentano le popolazioni delle Regioni. Però hanno molti meno poteri di quelli attuali, nel senso che non possono dare la sfiducia al Governo, non votano le leggi di bilancio, su molte leggi non possono dire nulla, su altre, riferite ai princìpi ai quali deve attenersi la legislazione regionale, hanno priorità, ma anche per le leggi sulle quali è prioritaria la competenza del Senato, il Capo del Governo può chiedere di spossessare di competenza il Senato per darla in via prioritaria alla Camera, a lui legata da un rapporto di fiducia.
In conclusione, i rappresentanti eletti dalle popolazioni delle Regioni nel Senato cosiddetto federale vengono a perdere i principali poteri che attualmente hanno in un Senato non chiamato federale. È difficile capire come questo sia un passo in avanti rispetto al federalismo. Se i rapporti fra Regioni e Stato fossero regolati dal principio di sussidiarietà, sarebbe logico che fossero gli enti che si federano per creare lo Stato, affinché ad essi esso sia di sussidio, a definire le scelte fondamentali dello Stato.
Poiché lo Stato non è solo federazione di Regioni, ma è anche espressione politica della Nazione, è logico che le sue scelte fondamentali siano definite anche dai rappresentanti diretti del popolo che costituisce la Nazione.
Si possono prevedere processi di assunzione di decisioni nelle quali una decisione è presa da una sola Camera qualora l'altra o una sua parte significativa non reclami un suo proprio esame, in modo da sveltire le procedure legislative, effettivamente ora lente. Ma si è andati ben oltre la necessaria ricerca di evitare inutili perdite di tempo.
In questa riforma manca una rappresentanza degli enti federati (salvo in modo marginale e senza diritto di voto, pochi rappresentanti di Regioni e enti locali) e per di più si riducono di molto i poteri attuali dei rappresentanti delle popolazioni regionali.
È una beffa, malamente mascherata dal nome di Senato federale e dal momento dell'elezione dei senatori. Il vero, unico, risultato è una quasi eliminazione del bicameralismo a vantaggio del potere del Capo del Governo che, in nome della realizzazione del suo programma, può ricondurre alla Camera dei Deputati le decisioni che contano, sapendo che se i deputati non decidono come egli vuole, può provocare lo scioglimento della Camera stessa.
Il mio dissenso riguarda anche altri aspetti minori della riforma, ma per essi rimando agli emendamenti a suo tempo presentati e respinti. Avrei potuto anche soprassedere, in omaggio a un rapporto che, all'atto delle elezioni del 2001, mi lega alla maggioranza. Ma sui due aspetti considerati, il tasso di democraticità e il tasso di rispetto del principio di sussidiarietà verticale, la distanza, la contraddizione tra il disegno di legge all'esame e i valori politici nei quali credo, non solo ispirati al pensiero sociale cristiano, ma maturati in una vita di studioso della società e di partecipe della sua vita politica, sono tali da impormi di confermare il mio voto contrario, nella speranza che sia, poi, il popolo italiano a non far compiere passi indietro nel modo di far vivere nella Costituzione tali valori, come purtroppo ora la maggioranza di centro-destra fa. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e Misto-IdV).
 
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Napolitano. Ne ha facoltà.
 
NAPOLITANO (DS-U). Lei non si stupirà, signor Presidente, se pur essendo stato da così breve tempo chiamato a far parte di quest'Assemblea, prendo oggi la parola. Ho in effetti ritenuto di non potermi sottrarre alla responsabilità di un giudizio motivato su una legge di natura specialissima, qual è quella ora sottoposta al nostro ultimo esame, di revisione complessiva e radicale dell'ordinamento della Repubblica.
Tanto più che, se non sono stato finora partecipe del contrastato iter di questa legge, ho, in periodi precedenti, svolto un ruolo attivo nel lungo processo di elaborazione e discussione di idee e di proposte di riforma costituzionale che si è svolto nei due rami del Parlamento almeno a partire dalla fine degli anni Settanta.
Perché vedete, e vorrei sottolinearlo, sarebbe del tutto infondato il sostenere o il lasciar intendere che nel passato il Parlamento sia rimasto chiuso in un atteggiamento di pura conservazione, di statica e retorica difesa della Costituzione del 1948.
Ben prima che negli anni 1993-1994 intervenisse una vera e propria cesura, una rottura di continuità nel nostro sistema politico, ben prima di allora, tra i partiti storici della Repubblica nata nel 1946, era venuta maturando l'esigenza di un ripensamento e di un adeguamento del quadro istituzionale.
Nel 1982, un primo "inventario" di proposte di riforma venne redatto dalle Commissioni affari costituzionali della Camera e del Senato. Nel 1983 fu istituita, come è noto, un'ampia e rappresentativa Commissione bicamerale di studio sulle riforme istituzionali, presieduta dall'onorevole Bozzi, che presentò nel 1985 un quadro assai ricco di considerazioni e indicazioni concrete, rimaste purtroppo senza seguito.
Vennero poi anni di stagnazione del confronto e dell'iniziativa sui temi di una possibile revisione della Costituzione, anche se non mancarono leggi ordinarie di notevole significato istituzionale, come, nel 1988, quella sull'ordinamento della Presidenza del Consiglio o come, nel 1990, quella sull'ordinamento delle autonomie locali.
Si giunse così, all'inizio della XI Legislatura, in una condizione di grave ritardo dinanzi a esigenze oggettive e a sollecitazioni dell'opinione pubblica ormai non più dilazionabili e quindi si impose una scelta che per primo il presidente della Repubblica appena eletto, Oscar Luigi Scalfaro, invitò "fermamente" il Parlamento a compiere: la nomina, che col compianto presidente Spadolini subito promuovemmo, di una Commissione bicamerale non più solo di studio, ma con poteri di iniziativa legislativa, con funzioni redigenti e referenti, che fosse in grado di sottoporre a entrambe le Assemblee un progetto compiuto di riforma della Parte II della Costituzione.
La Commissione, presieduta prima da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti, riuscì a presentare un organico, non esaustivo ma, condiviso progetto, nel gennaio 1994, (relatore per la forma di Stato Silvano Labriola e per la forma di governo Franco Bassanini). Il progetto cadde con lo scioglimento, di lì a poco, di Camera e Senato.
Ricordo tutto ciò anche perché il senatore Francesco D'Onofrio, nella sua relazione del gennaio 2004, volle richiamare i lavori sia della Commissione De Mita-Iotti sia della successiva Commissione D'Alema, sostenendo che la proposta di riforma presentata dell'attuale Governo dovesse intendersi semplicemente come conclusione di un percorso.
Tale affermazione sarebbe da apprezzare per la sua modestia se non contrastasse con la realtà dell'effettiva ispirazione della proposta, ancora oggi al nostro esame, ispirazione tutt'affatto diversa da quelle che sorreggevano i progetti precedenti e segnatamente quello del gennaio 1994.
Qualche giorno fa ho avuto modo, in occasione della cerimonia di omaggio dedicata all'onorevole Labriola appena scomparso, di mettere in evidenza come la sua relazione di oltre 11 anni fosse audacemente innovativa e nello stesso tempo ispirata a grande equilibrio e responsabilità istituzionale.
Ebbene, con quell'impostazione e con le modifiche che vennero di conseguenza prospettate, risultano coerenti in realtà le proposte di riforma non della maggioranza, ma della minoranza, comprese quelle che escludono la formulazione, nell'articolo 117 della Costituzione, di un elenco di potestà legislative sia concorrenti sia esclusive delle Regioni, accanto alla specificazione delle materie affidate alla competenza dello Stato e postulano possibilità di iniziativa dello Stato federale nell'interesse nazionale, anziché un richiamo sanzionatorio a quell'interesse, ove appaia violato.
Per questo ed altri aspetti - come si sa - l'attuale schieramento di minoranza ha già proposto, con il disegno di legge presentato dai senatori Villone e Bassanini nel settembre 2003, modifiche rilevanti della stessa riforma del Titolo V che esso aveva, da posizioni di maggioranza, varato in modo non sufficientemente meditato.
In effetti, se si legge ancora oggi e si considera obiettivamente il testo presentato, sempre nel gennaio 2004, dai relatori di minoranza, si può constatare come ad una critica puntuale e severa del progetto governativo si accompagnasse un insieme di proposte tale da configurare un vero e proprio progetto alternativo di riforma.
Il Governo e la maggioranza che lo sorregge - a mio avviso - avrebbero dovuto apprezzare il fatto che lo schieramento di centro-sinistra non ha sostenuto che tutte le esigenze di revisione costituzionale, affiorate nel lungo processo da me richiamato e culminato nella Commissione bicamerale D'Alema, fossero da ritenersi ormai superate.
In particolare, pur essendosi significativamente consolidate - attraverso il passaggio al sistema elettorale maggioritario e la prassi di una competizione politica bipolare - la posizione del Governo in Parlamento, la governabilità del Paese e la stabilità dell'azione di Governo, l'attuale opposizione ha continuato e continua a presentare proposte volte a sancire in sede costituzionale tale evoluzione e a rafforzare i poteri del Primo Ministro rispetto alle formulazioni della Carta del 1948.
E' dunque l'attuale opposizione che si è preoccupata e si preoccupa di concludere, sulla base di un'ulteriore e coerente maturazione, il percorso che venne bloccato nel 1998, non occorre qui ricordare come e per responsabilità di chi.
Sono parte della conclusione di quel percorso le proposte della relazione di minoranza relative alla composizione e alle attribuzioni del nuovo Senato della Repubblica, ma anche tutte quelle riguardanti un sostanziale adeguamento del sistema delle garanzie e dello statuto dell'opposizione all'avvento e all'abuso di un meccanismo maggioritario.
 
Presidenza del presidente PERA (ore 17,25)
 
(Segue NAPOLITANO). Quel che anch'io giudico inaccettabile è, invece, il voler dilatare in modo abnorme i poteri del Primo Ministro, secondo uno schema che non trova l'eguale in altri modelli costituzionali europei e, più in generale, lo sfuggire ad ogni vincolo di pesi e contrappesi, di equilibri istituzionali, di limiti e di regole da condividere.
Quel che anch'io giudico inaccettabile è una soluzione priva di ogni razionalità del problema del Senato, con imprevedibili conseguenze sulla linearità ed efficacia del procedimento legislativo; una alterazione della fisionomia unitaria della Corte costituzionale, o, ancor più, un indebolimento dell'istituzione suprema di garanzia, la Presidenza della Repubblica, di cui tutti avremmo dovuto apprezzare l'inestimabile valore in questi anni di più duro scontro politico.
E allora, signor Presidente, onorevoli colleghi, il contrasto che ha preso corpo in Parlamento da due anni a questa parte e che si proporrà agli elettori chiamati a pronunciarsi prossimamente nel referendum confermativo non è tra passato e futuro, tra conservazione e innovazione, come si vorrebbe far credere, ma tra due antitetiche versioni della riforma dell'ordinamento della Repubblica: la prima, dominata da una logica di estrema personalizzazione della politica e del potere e da un deteriore compromesso tra calcoli di parte, a prezzo di una disarticolazione del tessuto istituzionale; la seconda, rispondente ad un'idea di coerente ed efficace riassetto dei poteri e degli equilibri istituzionali nel rispetto di fondamentali principi e valori democratici.
La rottura che c'è stata rispetto al metodo della paziente ricerca di una larga intesa, il ricorso alla forza dei numeri della sola maggioranza per l'approvazione di una riforma non più parziale, come nel 2001, ma globale della Parte II della Costituzione, fanno oggi apparire problematica e ardua, in prospettiva, la ripresa di un cammino costruttivo sul terreno costituzionale; un cammino che bisognerà pur riprendere, nelle forme che risulteranno possibili e più efficaci, una volta che si sia con il referendum sgombrato il campo dalla legge che ha provocato un così radicale conflitto.
Mi asterrò dal rivolgere alle forze di Governo poco realistici appelli alla riflessione, ma non posso fare a meno di esprimere la mia convinzione che la strada indicata qui dall'attuale minoranza corrisponde all'interesse di entrambi gli schieramenti politici, nel loro prevedibile alternarsi in posizioni di maggioranza e di opposizione. Essa corrisponde all'interesse di una moderna e responsabile evoluzione del nostro sistema democratico e anche, non da ultimo, alla ricostruzione di un clima, che è purtroppo venuto meno, di più misurato, impegnato e fecondo confronto in Parlamento: un clima che è condizione per l'esercizio, con autorevolezza, del ruolo insostituibile di questa nostra istituzione. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Misto-RC, Misto-Com e Misto-Pop-Udeur. Molte congratulazioni).
 
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sodano Tommaso. Ne ha facoltà.
 
SODANO Tommaso (Misto-RC). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, il valore del patto fondativo di un Paese è stato a più riprese sottolineato dai più illustri costituzionalisti.
La conquista di valori, di princìpi, di norme in un processo storico che ha visto lotte, guerre, conflitti per arginare e, si spera, estinguere la volontà di potenza che tanto segna la politica, è cristallizzata in forma non ultima e definitiva nelle Costituzioni. Esse sono un fondo di ragione che determina gli argomenti pubblicamente ammissibili. In base ad essi le istituzioni della democrazia costituzionale possono funzionare come mezzi fallibili, tramite cui i pubblici interessi possono essere identificati nella pratica.
Ci piace sottolineare come la Carta fondativa di una Nazione nasca non da contrattazioni sull'attualità politica, ma dalla storia di un Paese, dal sangue delle sue genti, dalla necessità di trovare delle linee di principio, delle garanzie che assicurino un adeguato e giusto svolgimento della vita politica e sociale di un Paese. Chi ha scritto la Costituzione non aveva certo la necessità di accontentare i capricci di qualche esponente politico, come ci pare accada oggi. Chi ha pensato la Costituzione del '48 aveva lo sguardo rivolto al futuro della Nazione, non certo al proprio personale futuro politico.
Di fronte all'importanza del testo costitutivo di una Nazione si può anche pensare che esista la necessità di una revisione, di un'attualizzazione di alcuni suoi aspetti, ma il clima in cui questo avviene dovrebbe essere di collaborazione fra le varie parti politiche del Paese, di costante confronto con gli esperti della materia, senza contare che sarebbe necessaria, come d'altronde prescrive l'articolo 138 della Costituzione stessa, la precisa circoscrizione delle materie su cui legiferare.
Invece quello che è accaduto per il progetto di riforma della Parte II della Costituzione, il clima in cui esso è nato ed in cui si è svolta la discussione è stato radicalmente opposto. Il testo è stato oggetto di discussioni, all'interno di una logica politica, anzi politicista, che prefigura, ancora una volta, una logica di scambio all'interno delle forze politiche della maggioranza. Questa riforma si è caratterizzata così fin dall'inizio.
Un progetto di riforma, quindi, che non guardava ad un interesse generale e ad un'esigenza vera del Paese e ad un'eventuale attualizzazione di qualche aspetto della Costituzione, ma, al contrario, guardava ad interessi, sensibilità ed a sollecitazioni particolari provenienti dalle diverse forze politiche presenti all'interno della Casa delle Libertà.
Con la Costituzione non si scherza, Rifondazione comunista è già stata contraria alla riforma del Titolo V approvata di gran fretta nella scorsa legislatura e, pur pensando che quella norma vada corretta, quella dell'attuale maggioranza è una vera e propria riscrittura delle regole. In realtà nel nostro Paese si sta verificando una pericolosa traslazione del «potere di revisione» in «potere costituente»! Non ci si limita a rivedere un singolo tema della Costituzione ma la si vuole stravolgere in toto.
Il disegno di legge costituzionale del Governo lede - a nostro avviso - in profondità l'articolo 138 della Costituzione in quanto non interviene su un singolo articolo, un istituto specifico, ma sull'intera II Parte, così da contraddire lo spirito e la lettera della norma che regola la revisione: qui l'insieme delle norme, che vanno dal Parlamento al Presidente della Repubblica, alla giurisdizione ordinaria e costituzionale, alla funzione legislativa, alla disciplina di Regioni, Comuni e Province, viene travolto.
Troppo numerosi sarebbero i punti della vostra proposta su cui soffermarsi a discutere in quanto decisamente pericolosi per il mantenimento di un assetto democratico nel nostro Paese, ma su alcuni vale la pena spendere delle parole in più.
L'aspetto più delicato della riforma è quello che coinvolge l'equilibrio e l'assetto dei poteri che caratterizzano la forma di governo. Fondamentale è il cosiddetto Premierato con investitura diretta del Primo Ministro, espressione, questa, che ne esplicita i caratteri essenziali e la sua primazia - segnalata, appunto, dal nome di Primo ministro - e la sua ordinaria permanenza in carica, a scanso di ribaltoni o altro, per l'intera legislatura.
Siamo di fronte ad una pessima personalizzazione del potere, che nel disegno Berlusconi si precisa come Premier assoluto, onnipotente che «conforma e controlla la sua maggioranza», si rovesciano i termini della relazione democratico-costituzionale per cui il popolo esercita la sovranità, «nelle forme e nei limiti della Costituzione». Al contrario, la democrazia d'investitura legittimerebbe un «sovrano» che può tutto, perché eletto direttamente dal popolo e solo a questo dunque dovrebbe rispondere. Essa è l'opposto della democrazia costituzionale, che limita i poteri, pubblici e privati, e rende indisponibili a essi i princìpi e le norme fondamentali.
Con la vostra proposta consegnate nelle mani di un Primo Ministro plenipotenziario la funzione di governo del Presidente degli USA, i poteri di scioglimento del Premier britannico, la funzione «legislativa» del governo francese con il «voto in blocco». Un vero e proprio «Premierato assoluto» che si concretizza non prevedendo la «fiducia iniziale al Governo», fornendo al solo Primo ministro la responsabilità di scioglimento della Camera.
Ma, come al solito, la maggioranza ha voluto farci dono anche del paradosso, che in questo caso si raggiunge prevedendo la possibilità di sfiducia da parte della Camera, con conseguenti dimissioni del Premier ed obbligo di scioglimento della stessa. Come dire «muoia Sansone con tutti i Filistei»! Il ricatto che eserciterà quello che ormai possiamo definire un «Premier-monarca» è evidente.
Nel panorama costituzionale degli ordinamenti democratici il modello proposto non ha eguali. In questa prospettiva, chi potrà esercitare una sia pur minima forma di controllo sull'attività del Premier monarca? Sicuramente non il Parlamento, costantemente sottoposto al ricatto dello scioglimento, ma nemmeno il Presidente della Repubblica, che perde le sue funzioni di organo super partes. I suoi poteri vengono distorti, limitati e soprattutto rigidamente enumerati nell'articolo 26 della vostra proposta, così da impedire quel ruolo di arbitro, quell'ambito di discrezionalità che consente ora al Presidente della Repubblica di essere un regolatore della complessiva vita istituzionale, di garantire in prima istanza la Costituzione, di bilanciare i diversi poteri.
Nei rapporti tra Governo e Parlamento, secondo la Costituzione vigente, il Presidente della Repubblica opera come «commissario delle crisi»: il suo potere di scioglimento è garanzia della «sovranità» del Parlamento tramite la fiducia e dell'indipendenza dell'Esecutivo.
La maggioranza sembra prodigarsi in un lavoro minuzioso, di cesello, teso da un lato a scardinare qualsiasi meccanismo di bilanciamento dei poteri presente nella nostra Costituzione, dall'altro ad aiutare l'attuale maggioranza in improbabili equilibrismi che mirano a risolvere i propri problemi interni.
E' questo il caso della cosiddetta devolution. Appare del tutto evidente che la degenerazione devolutiva operata con il progetto di riforma costituisce un ripiego operato sotto la spinta della Lega nord, che, constatata l'impossibilità di raggiungere il suo obiettivo originario, cioè la secessione, ha convertito la propria strategia nella demolizione dell'ordinamento e della forma di Stato. Non a caso, la devolution è stata prima di tutto un evento mediatico e solo successivamente politico.
Sgombriamo subito il campo da qualsiasi possibile fraintendimento, soprattutto tra le file della maggioranza: il federalismo è nato storicamente per unire, per federare ciò che era diviso, per mettere in relazioni culture, poteri, identità statuali. Il caso italiano si presenta come un processo esattamente opposto, che mira all'espropriazione di funzioni proprie di uno Stato per attribuirle alle Regioni.
Tutte le nuove materie che si vogliono attribuire all'esclusiva competenza delle Regioni incidono negativamente innanzitutto sui diritti sociali. La devoluzione comporterà, in questi casi, una differenziazione in termini di prestazioni garantite dalle diverse Regioni, intaccando principi che sono alla base della nostra tradizione costituzionale, civile e culturale, quali l'eguaglianza e la solidarietà. I rischi sono alti e coinvolgono i più delicati profili relativi alle garanzie ed all'effettività dei diritti, discipline che non possono essere sottratte alla competenza del legislatore nazionale.
Un progetto sbagliato e pericoloso che in più, come ha ripetutamente ammonito il costituzionalista Sartori, rischia di avere un peso economico insostenibile per il nostro Paese. Ancora una volta, la maggioranza, per rincorrere i capricci di una parte, non solo non fa i conti con le necessità del nostro paese, ma manca di prestare attenzione addirittura alla realtà.
Risulta chiaro quindi che, dietro la presunta modifica formale della II parte della Carta costituzionale, si nasconde, in realtà, anche lo smantellamento di molti principi contenuti nella prima parte della Costituzione medesima, che qualificano la natura e l'ispirazione del nostro ordinamento.
Strettamente collegato al progetto federale dello Stato e alla nuova forma di governo è la trasformazione del tradizionale bicameralismo disegnato dalla Costituzione. Il costituente del 1948 configurò un Parlamento posto al centro dell'ordinamento, a garanzia dell'intero sistema di potere, essendo rappresentate in esso tutte le forze politiche democraticamente elette, minoranze comprese. La riforma in atto ne stravolge funzioni e poteri, introducendo, tra l'altro, un contorto iter legislativo.
Il nuovo Parlamento sarà composto da una Camera dei deputati e da un Senato federale. Il progetto dice di ispirarsi al federalismo, ma, nei fatti, il Senato prefigurato dalla riforma ha ben poco di federale, in quanto non rappresenta direttamente le autonomie locali ed i loro interessi, come nei modelli federali classici. Viene eletto a suffragio universale e diretto su base regionale, e dovrebbe avere competenze diverse da quelle della Camera, che resta l'unica Assemblea politica.
Ma il punto di maggiore criticità della tanto auspicata riforma e dell'attuale bicameralismo perfetto è costituito dal nuovo processo di formazione delle leggi. Il testo prevede, infatti, tre distinti tipi di procedimento legislativo che si differenziano tra loro per i diversi ruoli giocati dalle due Camere. Spetterebbe alla Camera legiferare sulle materie di esclusiva competenza statale, mentre al Senato sarebbero assegnate le cosiddette materie concorrenti.
Esiste, infine, un terzo tipo di leggi, come quelle relative alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che riguardano i diritti civili e sociali, oppure la legislazione elettorale locale, su cui le due Camere legiferano alla pari. Se in questa ultima ipotesi, però, le due Assemblee non dovessero trovare un accordo sul testo, entrerebbe in campo una terza Assemblea derivata in cui 60 componenti saranno indicati dai Presidenti delle due Camere. Questa Camera di compensazione avrà il compito di redigere un testo unificato. Una vera "Camera delle Regioni" avrebbe senso solo se esprimesse politicamente le realtà regionali, il che comporta che, nel caso in cui nella maggioranza delle Regioni prevalga un orientamento politico difforme da quello del Governo (come accade oggi in Germania), la maggioranza del Governo debba cercare, almeno su alcuni argomenti, un accordo con l'opposizione.
Se invece entrambe le Camere continuano ad essere espressione della politica nazionale, la diversificazione dei poteri e delle competenze fra di esse si riduce a una non ben giustificata discriminazione tra le due Assemblee e all'introduzione di complicazioni procedurali molto peggiori di quelle che qualcuno oggi lamenta per il bicameralismo vigente.
Questo è infatti l'esito più probabile che discenderebbe dall'attuazione del progetto. Le norme sulle competenze e sul funzionamento delle Camere appaiono incredibilmente farraginose. È facile prevedere che le conseguenze di questo nuovo iter legislativo ricadranno, ancora una volta, sulla Corte costituzionale, la quale si vedrà investita da una valanga di ricorsi volti ad appurare gli eventuali errori in procedendo.
Questo discorso ci introduce all'ultimo punto che intendiamo affrontare, ma che ci sembra ancora una volta esplicativo del lavoro di demolizione di qualsiasi istituto di garanzia democratica del nostro Paese che sta conducendo la maggioranza. Si diceva che le controversie sommergeranno la Corte costituzionale. Vorrei capire, però, cosa sarà la Corte costituzionale dopo questa riforma; cosa farete diventare uno degli organi garanti, non di questo o quell'elettorato, non degli interessi della maggioranza o della minoranza, ma dei princìpi su cui si basa lo Stato italiano.
La Corte costituzionale ha avuto fino ad oggi la funzione di dirimere questioni di sua competenza, applicando solo ed esclusivamente la Costituzione repubblicana; per permetterle di lavorare senza influenze esterne del mondo politico ne è stata pensata una composizione perfettamente equilibrata. La vostra riforma propone di infrangere questo equilibrio. Nei fatti, la vostra proposta ci restituisce una nuova struttura rappresentativa della maggioranza: chi controlla sarà in buona parte espressione di coloro che devono essere controllati. Si tratta di un ennesimo paradosso regalatoci dall'attuale Governo.
Insomma, appare del tutto evidente la pericolosità dei vostri propositi che denunciamo da quando avete presentato questa proposta: stravolgere e mortificare la Costituzione italiana è l'obiettivo primario.
Le revisioni costituzionali acquistano significato nella misura in cui sono stabili e riconosciute, non se inseguono improbabili modernizzazioni dettate da occasionali contingenze politiche. Il patrimonio costituzionale può senz'altro essere adeguato ed aggiornato, ma progressivamente, al mutare delle condizioni sociali, e su obiettivi e regole di convivenza condivise; non è auspicabile, invece, che venga esposto alle indeterminatezze delle strumentali congiunture.
Sotto questa prospettiva, il progetto di revisione costituzionale proposto dal centro-destra si rivela nella sua autentica natura: gli obiettivi di fondo, infatti, non sono tanto quelli di avviare una modernizzazione dell'originario impianto costituzionale, quanto piuttosto quelli di modificarne completamente l'impianto genetico. Da questo punto di vista, abbiamo più volte dichiarato la nostra contrarietà ad interventi di questo tipo, anche quelli proposti da alcuni esponenti del centro-sinistra che, seppur temperandone gli aspetti peggiori, finiscono poi per ricalcare le linee di principio del progetto costituzionale delle destre e riprodurne il suo stesso impianto culturale.
Sul titolo di questo testo di legge è scritto "Modifiche alla Parte II della Costituzione"; è fin troppo evidente, però, che il vostro intento è quello di travolgere in toto la nostra Carta costituzionale, a cominciare dal primo articolo che - lo ricordiamo ai signori della maggioranza - recita: «L'italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Purtroppo quell'aggettivo «democratica» va perdendo sempre più peso grazie all'agire del Governo Berlusconi. (Applausi dal Gruppo Misto-RC, Misto-Com e del senatore Piatti).
 
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Onofrio. Ne ha facoltà.
 
D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, ho ritenuto opportuno prendere la parola in sede di discussione generale perché preferisco contenere l'intervento di domani in dichiarazione di voto sulle questioni essenziali di ordine politico-costituzionale; non avrei avuto tempo per cercare di spiegare, se è possibile, qualcosa di più di questa grande riforma costituzionale che il Gruppo dell'UDC ritengo voterà con grande compattezza. Si tratta, infatti, di una riforma che noi consideriamo importante e che, da questo punto di vista, riteniamo completata dalla legge elettorale proporzionale e non contrastata, come pure mi è stato dato di sentire in quest'Aula.
Signor Presidente, inizio con una considerazione che può sembrare molto lontana; bisogna, però, partire da lontano per capire di cosa si tratta. Per un lunghissimo periodo, dal 1947 fino a domani, quando si voterà questo testo costituzionale, siamo stati di fronte ad una scelta di fondo: ritenere che la cultura e la Costituzione del 1946-1947 debbano sopravvivere alle ragioni storiche che hanno condotto a quella stessa Costituzione.
Quella Costituzione non fu, come pure mi è stato dato di ascoltare in quest'Aula, oggetto di scambio e di opinioni assolutamente regolari; essa fu un serio, durissimo e forte patto politico, come è normale che sia, perché la Costituzione di un Paese è normalmente un grande patto politico. Quella Costituzione non nacque per caso in Italia tra il 1946 e il 1947, ma nacque all'indomani di una lunga e sanguinosa guerra civile, combattuta tra il 1943 e il 1945 e condotta ad una vittoria conclusiva dai partiti del Comitato di liberazione nazionale.
A quelli dei colleghi che si fregiano del titolo di costituzionalisti (cosa per la quale, ovviamente, non basta aver vinto un concorso a cattedra di diritto costituzionale) suggerirei di leggere con attenzione il libro di Costantino Mortati del 1940 sulla Costituzione in senso materiale: la nostra Costituzione repubblicana è di fatto legata alla cultura dell'arco costituzionale.
Di che cosa si tratta? Di un accordo in base al quale le parti politiche decisive dei Comitati di liberazione nazionale, soprattutto democristiani e comunisti (non solo, ma soprattutto loro) concordano che si può anche essere al Governo in formazioni diverse, ma che non si può essere diversi sulla riforma della Costituzione, la quale, una volta che l'accordo è realizzato in Parlamento tra le grandi forze politiche nella formula dei due terzi delle Assemblee parlamentari, non consente al corpo elettorale di pronunciarsi. Il patto partitocratico del 1947 questo significava e ha significato e su questo accordo di fondo è vissuto dal 1947 in poi.
Non si tratta di un'affermazione casuale, perché un personaggio di grande rilievo politico e costituzionale dell'epoca, cioè l'onorevole Togliatti, disse il 19 febbraio 1947 nell'Assemblea costituente una cosa che è rimasta a segnare l'intera storia politica del nostro Paese, appunto dal 1947 fino ai giorni nostri: non pose il contrasto tra le forze politiche che avevano dato vita alla Costituzione nei termini di un contrasto di alternativa democratica; pose la questione in termini di alternativa di legittimità: legittime erano le forze politiche che avevano concorso al patto costituzionale, illegittime - sottolineo illegittime - le forze politiche che non avevano concorso a tale patto.
E Togliatti lo disse in un momento nel quale si stava preparando, ma non si era ancora giunti, da parte di De Gasperi, alla estromissione dei socialisti e dei comunisti dal Governo. Lo disse quindi all'Assemblea costituente e sanzionò di fatto la nascita, anche nella Repubblica italiana, di quel contrasto sulla legittimazione a decidere sulla Costituzione che ha rappresentato purtroppo una costante negativa della storia politica italiana, come ripetutamente detto in un libro di poco tempo fa, del quale consiglierei la lettura a quelli che non lo avessero fatto, curato da Di Nucci e Galli della Loggia, intitolato «Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell'Italia contemporanea». Di questo si trattava e si è trattato.
Noi non abbiamo potuto discutere di fatto nel merito di una riforma costituzionale perché dall'altra parte, non tutti, ma prevalentemente e in modo decisivo, si contestava la legittimità della proposta costituzionale da parte di chi non aveva concorso alla Costituzione vigente. Questo era il patto costituzionale dell'articolo 138 della Costituzione e questo è il motivo per il quale noi cambiamo tale articolo.
Non si tratta, presidente Napolitano, di un'alternativa tra conservatori e innovatori: si tratta di un'alternativa tra chi vuole mummificare la Costituzione secondo quel patto costituzionale e chi ritiene che quel patto ha avuto un valore storico compiuto, concluso e che, come tale, va ripensato.
In che senso proponiamo un cambiamento? Il cambiamento che proponiamo (e in questo risiede la nostra grande forza democratica rispetto alla proposta alternativa) è che, qualunque maggioranza parlamentare - sottolineo qualunque - non può più impedire che si ricorra al referendum popolare confermativo sulla riforma della Costituzione.
Nel testo costituzionale vigente è scritto che, quando in Parlamento si mettono d'accordo due terzi dei parlamentari, il popolo rimane estraneo alla riforma costituzionale, mentre noi vogliamo che il popolo entri nel dibattito costituzionale, decida esso, sulla base del voto parlamentare, se confermare o meno la decisione parlamentare. Questo è il cambiamento radicale che con questa riforma costituzionale viene proposto e di questo si è trattato nel corso di questi lunghi anni.
Perché dico «questi lunghi anni», signor Presidente e onorevole Ministro? Perché noi abbiamo iniziato a discutere di riforma costituzionale nel 2002, quando la Lega Nord, in particolare il ministro per le riforme Bossi, presentò un disegno di legge soltanto relativo alla devoluzione, non un disegno costituzionale completo. Perché si è andato completando quel disegno costituzionale e in che consiste questo completamento? E perché questa grande riforma costituzionale vede l'intera maggioranza di centro-destra a sostegno di questa riforma costituzionale?
Quel disegno è partito dall'ipotesi di completare l'ordinamento federale della Repubblica e di questo va dato merito a chi ha avuto la forza di porre il problema all'inizio di questa legislatura e mi riferisco in particolare alla Lega Nord.
Rispetto alla domanda che questa poneva di un completamento del disegno federalista della Repubblica, rispetto alla modifica del Titolo V della Costituzione deliberato nell'altra legislatura dall'altra maggioranza, noi come UDC, Forza Italia ed AN abbiamo posto condizioni politiche a quella richiesta: quelle condizioni politiche sono state tutte conseguentemente accolte dal partito della Lega Nord a dimostrazione del fatto che tale Gruppo politico è passato dalla cultura del cartello elettorale alla cultura dell'alleanza politica.
E' ovvio che sulle singole questioni ci possa essere una discussione di merito, su questa o quella parte, ma occorre capire che noi siamo passati con questa riforma costituzionale, dal contesto del cartello elettorale con il quale la Lega Nord aveva iniziato la legislatura, proponendo la questione della devolution, alla logica dell'alleanza politica in tre modi tutti e tre essenzialmente rilevanti.
È stata posta la necessità di una forma di Governo che garantisca il divieto di ribaltone; abbiamo ribadito che la volontà popolare, una volta manifestatasi eleggendo un componente del Parlamento, non può essere disattesa con la concorrenza alla formazione di un altro Governo.
Egli rimane libero di determinarsi come vuole sulle leggi, e di determinarsi politicamente come vuole passando anche da uno schieramento all'altro, ma non può concorrere a formare la maggioranza di Governo dell'altro schieramento.
Altro che violazione della rappresentanza dell'intera nazione: c'è la riaffermazione forte del principio di rappresentanza della nazione. L'elettore si esprime sulla maggioranza di Governo, non su una persona. Ho detto ripetutamente che non vi è la sola elezione del Presidente del Consiglio, non vi è l'iper-personalizzazione della forma di Governo. Si eleggono contestualmente maggioranza di Governo e Presidente del Consiglio: contestualmente essi vivono o contestualmente cadono.
Di questo si tratta, non della subordinazione del Parlamento al Governo ma del rispetto in quanto tale della volontà che il voto popolare esprime eleggendo maggioranza, programma e capo del Governo.
Noi stiamo affermando il principio di volere rispettare la volontà popolare che si esprime formando maggioranze, programmi e Governi. Vogliamo tutto questo oppure no? Vogliamo che il corpo elettorale si esprima sulle riforme costituzionali comunque votate dal Parlamento o no?
Di questo si tratta ed è per questo che chi continua a dire di non volerlo, vuole soltanto la mummificazione del vecchio arco costituzionale.
L'onorevole Togliatti lo diceva nel 1947, ma quella affermazione è rimasta scolpita nel corso degli anni e fino ad oggi non è risultata ferma; è una lettura molto utile per chiunque volesse partecipare a questo dibattito non solo su argomenti di dettaglio ma sulla questione di fondo. Diceva il Presidente Togliatti: "Soltanto una maggioranza che corrisponda a questo blocco" - rappresentato dal CLN - "è una maggioranza democratica, legittima, e oltre che possibile, vitale e direi necessaria".
La questione posta nel 1947 da Togliatti è stata riproposta nel 1964 quando i due poli, il polo del Nord ed il polo del Sud, proposero una riforma costituzionale.
Fu scritto nel 1994 nel libro, che ora posso non citare ma che è "Il futuro della Costituzione" a cura di Zagrebelsky ed altri, che quella maggioranza eletta nel 1994 era formata da partiti che non avevano concorso alla Costituzione del 1947 e non potevano proporre la riforma costituzionale. Parlo del 1994; quando nel 1996, con legge costituzionale, si stabilì (con il nuovo articolo 138) che si poteva modificare con legge costituzionale la II parte della Costituzione, vi furono illustri colleghi costituzionalisti che dissero che non si poteva usare il potere di revisione costituzionale rispetto al patto costitutivo originario.
Di questo si trattava e di questo si tratta. Questo è l'oggetto del dibattito davanti a noi, non è la questione di un procedimento legislativo più o meno farraginoso, di una forma di Governo sulla quale si può essere più o meno d'accordo.
Siamo di fronte alla questione di fondo, ribadita nell'altra Camera dai colleghi Adornato e Gasparri nei confronti di chi sostiene non di contestare la riforma, bensì il proponente della riforma. Questa è la questione di fondo: si contesta il proponente. In realtà non si sta discutendo soltanto dei contenuti ma anche del proponente.
Questa riforma si colloca nel solco di questa Costituzione, pur modificando l'arco costituzionale in quello che io definirei il patto costituzionale tra una qualunque maggioranza parlamentare ed il voto popolare. Questa è la nostra proposta. Alla vecchia cultura dell'arco costituzionale proponiamo in alternativa la cultura del patto costituzionale. Di questo è chiamato a decidere il corpo elettorale italiano, ma non solo nel referendum finale. Lo deciderà anche al momento in cui si terranno le prossime elezioni politiche. È del tutto evidente che questa materia sarà considerata in modo particolare nel corso del dibattito politico prossimo. Ci mancherebbe altro.
Chiederemo agli elettori in modo chiaro e preciso di dirci se vogliono che la maggioranza che essi eleggono abbia anche una capacità di proposta costituzionale o no. Di questo si tratta ed ecco perché la materia del referendum, una volta assunta una decisione in proposito, costituirà comunque materia decisiva anche per le prossime elezioni. La domanda da porsi è se si è dentro il solco della Costituzione del 1947, cambiando l'arco costituzionale in patto, o no?
Anch'io voglio leggere la Costituzione del 1947 come ha fatto il collega Sodano Tommaso poco fa. Secondo l'articolo 1: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Questa riforma dà al popolo più o meno poteri? Mi sembra di tutta evidenza che dà più poteri. Quando il popolo decide del programma, della maggioranza e del Capo del Governo ha più poteri di quanti non ne abbia oggi. È quindi certamente nel solco dell'articolo 1 della Costituzione. Questo nel nostro testo costituzionale è scritto in modo molto chiaro.
L'articolo 2 della Costituzione mi sta molto a cuore, signor Presidente, e credo dovrebbe stare molto a cuore non solo ai cattolici ma anche ai molti liberali di questo Parlamento, e non solo dello schieramento di centro-destra. Secondo l'articolo 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».
Ebbene, signor Presidente, l'articolo 2, nei lunghi anni di governo democristiano, non siamo stati capaci di attuarlo fino in fondo perché è prevalsa la cultura del partito-Stato, la cultura secondo cui pubblico vuol dire statale, non quella secondo cui il sociale alternativo allo statale può essere preferito. Noi per la prima volta in questa riforma costituzionale scriviamo, all'articolo 40, che il sociale non è necessariamente statale. Non diciamo più società meno Stato, ma solo più società meno statalismo. Sono due cose diverse.
Si vuole ciò o no, come lettura della Costituzione vigente? La Costituzione vigente è intrisa di una lettura potenzialmente socialista e di uguaglianza dei punti di arrivo, di una lettura possibilmente liberale dell'uguaglianza dei punti di partenza e certamente di una cultura della solidarietà e della sussidiarietà di provenienza cattolica. La nostra formulazione è del tutto coerente con questa impostazione. Lo si vuole o no?
Nel 1977 ebbe luogo un importante dibattito che ho più volte ricordato, tra l'allora vescovo di Ivrea, monsignor Bettazzi, e l'allora segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, nel quale il primo sosteneva la necessità di battersi per una pluralità delle istituzioni, mentre il secondo sosteneva, coerentemente con il suo punto di vista, la pluralità nelle istituzioni.
Purtroppo, siamo stati per quarantacinque anni legati a quella cultura della pluralità nelle istituzioni, in cui si dice che le istituzioni promuovono le formazioni sociali, l'associazionismo e l'individuo. Noi invece scriviamo «riconoscono» le formazioni sociali e l'individuo. È un'alternativa radicale al modello statocentrico, non una centralità statale rispetto alle Regioni, ma alla cultura dello statalismo. Quello che ho appena indicato è un punto fondamentale.
Un discorso analogo può essere fatto anche per l'articolo 5 della Costituzione vigente secondo cui: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali». Chi garantisce l'unità e l'indivisibilità della Repubblica? Il Capo dello Stato e in questa riforma costituzionale lo si spiega. Chi garantisce l'unità e l'indivisibilità della Repubblica? Il potere di riconoscere l'interesse nazionale come limite comunque estremo al potere dell'autonomia legislativa anche esclusiva delle Regioni. Lo abbiamo scritto in questa riforma ma non era indicato nel Titolo V della Parte seconda della Costituzione approvata dal centro-sinistra nella scorsa legislatura. Credo che siano punti fondamentali.
Il federalismo verso il quale ci muoviamo, e che non è realizzato - non ci si deve scordare che questo è un primo significativo passo politico verso una riforma federalista dello Stato - si vedrà realizzato quando si potrà parlare di federalismo fiscale nella prossima legislatura. In questa riforma costituzionale viene ribadito il principio nel quale si compongono l'autonomia legislativa anche esclusiva della Regione - la famosa questione della devoluzione - con l'unità della Repubblica.
Quindi, anche in questo senso, la riforma costituzionale proposta, signor presidente Napolitano, completa la Costituzione vigente, e la completa in un senso che non era stato possibile completare fino ad ora. Certo, la completa in termini che non sono graditi all'altra parte politica. Su questo, devo dire che capisco le ragioni della resistenza, ma si tratta di capire se tali ragioni consentono di attuare la Costituzione anche in questo modo o no.
Noi non stiamo stravolgendo la Costituzione; stiamo attuando la Costituzione in una delle due possibilità che essa prevede. Nella forma della sovranità popolare che determina i programmi, la maggioranza parlamentare e il Presidente, nella forma del riconoscimento delle formazioni sociali e nella forma della potestà legislativa esclusiva delle Regioni. Questo è un modo di attuare la Costituzione.
Non dico che quello adottato fino ad ora era un modo di non attuare la Costituzione, dico che era un altro modo, un modo statocentrico, statolatrico, nel quale prevaleva lo Stato contro il privato. È chiaro: è un altro modo. Questa è l'alternativa bipolare della quale si parla.
Occorre capire che c'è anche una cultura di alternativa bipolare nella lettura della Costituzione, non c'è solo un bipolarismo da giocattolo, nel quale si giochicchia soltanto sulle leggi marginali. C'è un bipolarismo anche di cultura costituzionale, altroché!
La cultura costituzionale da noi proposta indica una volontà bipolare di attuare la Costituzione compiutamente nel senso della sovranità popolare, del riconoscimento del privato e del riconoscimento dell'autonomia regionale dentro l'unità della Repubblica, non contro di essa.
Ho sentito dire che questa riforma costituzionale è una sorta di pegno che si paga alla Lega Nord. Su questo occorre essere chiari fino in fondo e domani, in sede di dichiarazioni di voto, lo ribadirò ancora una volta, da meridionale quale sono e quale mi sento.
La Lega Nord ha avuto il merito strategico di porre la questione della riforma dello Stato in termini politici all'inizio di questa legislatura e non in termini verbali. Questa proposta della Lega Nord è andata completandosi, come ho detto poc'anzi, con una seria di connessioni politiche nel corso dei tre anni, a cominciare ovviamente dall'incontro, molto importante e che fu percepito da tutti come tale, a Lorenzago.
Fu a Lorenzago che fu detto da chi vi parla in questo momento: "siamo qui per discutere ognuno di una parte che gli sta a cuore, o siamo a discutere di un progetto costituzionale nel quale si riconosce l'intera maggioranza politica, che è cosa diversa dal mettere ognuno la propria bandierina?". La risposta fu: "andiamo verso un patto politico di maggioranza".
La riforma che presentiamo è il cemento politico di questa maggioranza, perché non si presenta soltanto più con il volto della richiesta della Lega della devoluzione, bensì con il volto complessivo nel quale la devoluzione diventa parte della sovranità nazionale, nel quale la forma di Governo diventa parte della sovranità popolare, nel quale il primato della società civile diventa parte dell'equilibrio pubblico nuovo.
Queste sono le tre questioni che hanno fatto diventare la riforma, nel corso di questi tre anni, non più la stessa. Domani non voteremo il testo votato nel dicembre 2002: allora votammo il testo della devoluzione e basta; domani, se il Senato voterà il testo della riforma, voterà una riforma che prevede l'avvio del federalismo attraverso la devoluzione, la forma di Governo con il primato popolare, la forma di Stato di tipo federale e, da questo punto di vista, anche la fine di quel bicameralismo abbastanza anomalo che, vorrei ricordare ai colleghi del centro-sinistra, non fu voluto dalla Costituente come doppione dell'una o dell'altra Camera.
Il Costituente scelse una soluzione eccentrica, ma non voleva che le due Camere fossero l'una identica all'altra; voleva che il Senato fosse a base regionale, mentre la Camera fosse a base nazionale; voleva che il Senato durasse sei anni e la Camera cinque; voleva ovviamente che potessero esprimere maggioranze politiche diverse. Dov'è l'anomalia?
L'anomalia avviene nel 1953, quando si scioglie il Senato perché si fa la legge maggioritaria alla Camera e si vadano a rileggere le critiche mosse al presidente della Repubblica dell'epoca, Einaudi, quando sciolse il Senato dopo cinque anni mentre aveva durata di sei anni!
Fu sciolto il Senato nel 1958 per farlo durare cinque anni e fu modificata la Costituzione nel 1963, dicendo che il Senato dura cinque anni come la Camera. Allora, nasce il bicameralismo perfetto anomalo.
Con questa riforma finisce di vivere il bicameralismo anomalo e si torna all'origine della Costituzione in modo diverso: il Senato a base regionale e quindi federale, e alla Camera sarà la base politica il principio di maggioranza.
La legge elettorale proporzionale è dentro questa riforma o è contro di essa? Ma mi chiedo se avete letto l'articolo 30 della legge costituzionale? Oppure si fanno affermazioni senza leggere quali sono i termini delle questioni? Do lett