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Corriere della sera 01-11-2006
 
La legge elettorale e i due referendum - Il «PORCELLUM» da eliminare
 
di GIOVANNI SARTORI
 
L’ultima malefatta di Berlusconi è stata il porcellum , la legge elettorale varata sotto elezioni che il suo stesso estensore ha definito una «porcata». Tutti d’accordo, oggi, nel ripudiarla. Ma tutti in disaccordo, al solito, su come rifarla. Temendo l’ormai consueto impantanamento, un valente costituzionalista, Giovanni Guzzetta, ha lavorato di cesello sul testo del porcellum ricavandone due quesiti referendari «abrogativi» già depositati - per l’accertamento di ammissibilità - in Cassazione. Il primo referendum propone che venga abrogata la facoltà di collegamento elettorale tra partiti; dal che consegue che il premio di maggioranza previsto dalla legge vigente sarebbe attribuito al singolo partito più votato invece che all’attuale coalizione di liste. Il secondo referendum propone l’eliminazione delle candidature multiple che oggi coinvolgono addirittura un terzo dei nostri parlamentari. A mio avviso questo secondo referendum è sacrosanto. Candidati che fanno da acchiappavoto in tutto il Paese sono un palese imbroglio degli elettori attratti dal capolista, da Pinco, e poi si ritrovano insediato un ignoto Pallino; e creano anche un plurieletto che è signore del destino di candidati «sudditi» eletti grazie alla sua benevolente rinunzia.
La valutazione del primo referendum è invece più complessa. Come ripeto da sempre, stabilire una soglia di sbarramento (attualmente del 4 per cento alla Camera e dell’8 per cento al Senato) e poi consentire coalizioni elettorali è un controsenso: perché le coalizioni vanificano lo sbarramento. Pertanto la proposta di vietare i collegamenti elettorali è anch’essa sacrosanta. Solo così gli sbarramenti funzionerebbero e andrebbero a ridurre drasticamente la nostra frammentazione partitica.
Le mie perplessità vertono invece sull’implicazione che - vietate che siano le alleanze - il premio di maggioranza spetta soltanto al primo vincitore. Il sottinteso di questa proposta è meritorio: incentiva l’aggregazione dei partitini in un «partitone» in grado, appunto, di vincere il premio. Fin qui benissimo. Salvo il rischio - già segnalato da Mannheimer - che il premio venga sdoppiato nelle due Camere tra due partiti diversi. Ma questo è un rischio che ritengo minore. Il più grave è che un partito di maggioranza relativa - attualmente Forza Italia - possa vincere in entrambe le Camere il premio senza aggregarsi con nessuno, e così conseguire una maggioranza assoluta (di seggi) tutto da solo: il che prefigura, in ipotesi, un inedito strapotere di Berlusconi.
Si capisce che se la sinistra si fonderà (parzialmente) nel Partito Democratico, in tal caso anche Berlusconi dovrà cercare una amalgama parziale. Ma il punto è che le aggregazioni a sinistra sono molto più difficili delle aggregazioni a destra. A sinistra le fusioni producono scissioni, e poi il suo cespugliume massimalista non ha nessuna intenzione di lasciarsi fagocitare. Dal che risulta che il premio di maggioranza pone alla nostra sinistra più problemi di quanti sia mai stata in grado di risolvere.
La soluzione ideale sarebbe di abolire il premio di maggioranza. Occorre davvero? In Germania il premio non c’è, e la soglia di sbarramento del 5 per cento ha funzionato come doveva. Da noi potrebbe azzerare o quasi una diecina di partitini. Sì, certo, i referendum abrogativi proposti dal professor Guzzetta sono di gran lunga meglio che niente. Ma sarebbero ancora più utili se costringessero i politici a darsi una mossa abrogando anche, ripeto, un premio di maggioranza troppo rischioso o deformante.


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