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17
luglio 2006
Dopo settimane di carneficine e di bombardamenti a tappeto per radere al suolo obiettivi civili palestinesi e libanesi compiuti dall'esercito israeliano, per il Presidente del Consiglio Prodi c'è un solo modo per avviare la soluzione della crisi: "prima di tutto rimuovere la presenza di Hezbollah armati nel Sud del Libano". E come se il prima non contasse per giudicare il dopo, per il Ministro degli Interni Amato "Sbaglia chi vede in Hamas, in Hezbollah, pazzi estremisti, fanatici incapaci di intendere e volere. Al contrario è un piano coordinato, davanti a cui noi, il governo e la sinistra, non possiamo non vedere. Tutto è stato calcolato per scatenare la reazione di Israele e isolare le voci moderate in Palestina e in Libano". Contro quindi l'evidenza, si dà voce al solito "giustificazionismo": Israele è stata provocata e questa provocazione altro non è che un piano studiato ad arte per distruggere Israele. Per questo motivo, non si può chiedere ad Israele di sospendere quelle che sono delle vere e proprie rappresaglie naziste contro le popolazioni civili se prima non vengono soddisfatte determinate condizioni. Condizioni,
condizioni e ancora
condizioni.
Sono anni che per la soluzione palestinese vengono poste condizioni a
chi
subisce l'occupazione e mai nei confronti dell'occupante. A questo punto, ogni pur minima forma di comprensione non può più essere consentita. La
natura dello stato di Israele
è
razzista e, come tutti i razzismi, è in grado soltanto di
produrre
frutti avvelenati.
Israele va fermata e va posta di fronte alle proprie responsabilità, perché non può esservi nessuna giustificazione in grado di farci tollerare forme nuove di nazismo. |
Dopo la sanguinosa giornata di ieri, Israele non si ferma
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UNA SHOAH PIU’ GRANDE…
di Germano Monti Da molti anni abbiamo dovuto fare l’abitudine alla sistematica disinformazione esistente in Italia sulla questione palestinese, intossicazione direttamente dipendente dalla subordinazione bipartisan della politica italiana a quella dello Stato ebraico. Basti dire che l’inviato più fazioso e manipolatore che la RAI abbia mai avuto in Medio Oriente – quel Claudio Pagliara idolo delle lobby sioniste – fu piazzato lì da Berlusconi all’inizio del suo mandato e lì è rimasto per tutta la durata del governo Prodi. Ultimamente, si è passato ogni limite, compreso quello della decenza: mentre autorevoli (si fa per dire) esponenti della politica, della cultura e dell’informazione si mobilitano come un sol’uomo contro il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino, in cui lo Stato di Israele sarà l’ospite d’onore, i morti palestinesi sotto le bombe, i missili, le cannonate e i rastrellamenti israeliani non meritano mai l’onore della prima pagina e quasi mai quello di un trafiletto. Il fatto che da quasi un anno e mezzo l’intera popolazione della Striscia di Gaza sia sottoposta ad un embargo internazionale (voluto dallo Stato ebraico e dagli Stati Uniti, cui si è prontamente accodata l’Unione Europea, compresa l’Italia di Berlusconi e di Prodi) e che questo stia comportando la riduzione alla fame di un milione e mezzo di esseri umani, non mobilita i nostri intellettuali, i nostri opinionisti, i nostri politici. La complicità con i crimini israeliani ha raggiunto il livello dell’oscenità: trentaquattro persone assassinate in due giorni, fra cui molti bambini colpevoli di giocare a pallone su campetti improvvisati, non ha prodotto un solo soprassalto di indignazione fra i tanti che, particolarmente a “sinistra”, si disperano perché qualcuno ha manifestato l’intenzione di disturbare la celebrazione della nascita di uno Stato – canaglia, anzi, dello Stato – canaglia per eccellenza, visto che detiene il record assoluto delle violazioni delle Risoluzioni delle Nazioni Unite, non ha mai sottoscritto i più importanti trattati internazionali (da quello sulla non proliferazione nucleare a quello sullo sfruttamento delle risorse idriche, tanto per citarne un paio) ed è retto da una legislazione razzista e discriminatoria che non ha nulla da invidiare a quella dell’Italia del 1938 o a quella del Sudafrica dell’Apartheid. Ieri sera, guardavo su Al Jazeera le immagini strazianti del bambino di cinque mesi quasi fatto a pezzi da un missile israeliano: il nome di quel bambino me lo sono dovuto andare a cercare su siti non italiani, perché qui da noi le vittime palestinesi non hanno mai un nome, meno che mai un volto. Mohammed Al Bourai, si chiamava quel bambino. Quel nome non lo sentiremo, ovviamente, mai nelle corrispondenze di Claudio Pagliara, ma non lo leggeremo mai in un editoriale di Valentino Parlato, così come non uscirà mai dalla bocca di fausto bertinotti, entrambi, invece, straordinariamente loquaci nel condannare il boicottaggio della Fiera del Libro dedicata allo Stato di Israele. Ora, sono curioso di vedere se e come Parlato, bertinotti e tanti altri commenteranno le parole di un certo Matan Vilnai, un nome che ai più non dice nulla, ma che in Israele è qualcuno, poiché è stato più volte Ministro ed attualmente è il Vice Ministro (laburista) della Difesa. Questo signore sa di cosa parla: è stato un ufficiale dell’unità speciale Sayeret Matkal, di cui è stato comandante l’attuale Ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, unità formata sul modello della S.A.S. britannica, con cui ha in comune anche il simpatico motto “Chi osa vince”. Orbene, il Vice Ministro (nonché commilitone del Ministro), secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, ha dichiarato alla radio dell’esercito israeliano che il lancio di razzi contro le città israeliane varrà ai Palestinesi “una Shoah più grande, useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per difenderci”. Ha detto proprio così, “una Shoah più grande”. Un suo portavoce si è poi premurato di precisare che “il Vice ministro della Difesa ha usato il termine nel senso di catastrofe", e che "egli non voleva fare alcuna allusione al genocidio". Ma le parole hanno un senso, e certe parole sono inequivocabili, specie se pronunciate da chi sa benissimo di cosa sta parlando. Dunque, un esponente del governo israeliano dichiara pubblicamente che i Palestinesi devono aspettarsi qualcosa di peggio di quello che i nazisti hanno commesso nei confronti degli Ebrei. Domande che si affollano nella mia mente: il sig. Vilnai sarà estromesso dal governo israeliano? Parlato e bertinotti si indigneranno? I vertici della Fiera del Libro chiederanno che almeno il signor Vilnai non si presenti ai festeggiamenti in onore dello Stato di cui è al governo? Le associazioni di ex deportati e dei sopravvissuti alla Shoah (quella più piccola, secondo il sig. Vilnai) faranno sentire la loro voce? Aspetto risposte. Non riuscendo a cancellare il pensiero che il nome di Mohammed Al Bourai non commuoverà intere generazioni, come ha fatto quello di Anna Frank, perché a lui non hanno lasciato nemmeno il tempo di imparare a scrivere. |
| La terra di Israele
solo agli ebrei. Ma questo non è razzismo? 20 luglio 2007
Da Liberazione di
Luisa Morgantini
Il Parlamento israeliano ha approvato ieri in prima lettura una legge che autorizza la vendita delle terre demaniali solo agli ebrei. Israele in questo modo ferisce una volta di più la democrazia, all'insegna della discriminazione e dell'Apartheid. Il progetto di legge approvato dalla Knesset, sostenuta dalla destra israeliana , da Kadima e dal Likud, vieta l'assegnazione delle terre del JNF (Jewish National Fund), il 13% delle terre di tutto lo Stato d'Israele, ai cittadini non ebrei. La legge è stata approvata con una maggioranza schiacciante, 64 deputati a favore e con soli 16 voti contrari. Non ha avuto alcun effetto la discussione preliminare al voto nella Presidenza della stessa Knesset dove varie voci si erano levate contro tale provvedimento e ne aveva chiesto l'annullamento. Richesta respinta dal servizio legale del Parlamento con la giustificazione che "non c'è un esplicito riferimento razzista nella legge". Come chiamare allora l'esclusione per i cittadini arabo-israeliani dai bandi per l'assegnazione delle terre? Come altro chiamare, se non razzista, questa legge definita proprio da alcuni deputati della Knesset come "abominevole", che serve solo ad istituzionalizzare la discriminazione nei confronti dei non-ebrei e legittima una democrazia su base etnica? Questa legge è solo una delle tante espressioni di razzismo e discriminazione in atto in Israele, che continua a demolire le case dei suoi cittadini arabi, a espropriare illegalmente le loro terre, a sradicare i loro alberi. Glui unici ad opporsi al provvedimento sono stati i rappresentanti di Meretz-Yachad, il partito di sinistra impegnato sul fronte della giustizia sociale. «Quanto approvato ieri dalla Knesset mostra il vero volto del Governo - hanno dichiarato - e getta su Israele lo spettro di uno stato di Apartheid». I partiti arabi Balad e Raam-Taal e di Hadash, arabi e ebrei di sinistra, denunciano il rischio di legalizzare "il furto di terre che dal 1948 è tuttora in corso ai danni degli arabo-israeliani". Il vero volto del Parlamento Israeliano non può essere quello di Uri Ariel, il radicale dei coloni primo sostenitore di questa legge, se non si vuole che l'aumento del livello di razzismo e la conseguente diminuzione del livello di democrazia, portino ad una seria accelerazione verso l'istituzionalizzazione dell'Apartheid e la cancellazione di ogni diritto. |
Rapporto Onu: per i palestinesi leggi da
apartheid
24 febbraio 2007 «Le leggi e le prassi di Israele certamente somigliano ad aspetti dell’apartheid» a denunciarlo l’ultimo dossie per l’Onu del “rapporteur” per i diritti umani e docente di diritto internazionale sudafricano John Dugard. Nel documento (24 pagine divise in 12 capitoli e 63 punti, datate 29 gennaio 2007) il funzionario delle Nazioni Unite scrive: «È difficile evitare la conclusione che molte delle leggi e delle prassi d’Israele violano, soprattutto nella limitazione dei movimenti dei palestinesi, la convenzione internazionale del 1973 per la soppressione e la punizione del crimine dell'apartheid… Le demolizioni di case in Cisgiordania e a Gerusalemme est vengono attuate in un modo che discrimina contro i palestinesi… Nell’intera Cisgiordania, e in particolare a Hebron, ai coloni è concesso trattamento preferenziale sui palestinesi per quel che riguarda il movimento (le strade principali sono riservate ai coloni), i diritti di costruzione, la protezione dell’esercito e le leggi per la riunificazione familiare». Vengono poi definiti « strangolamento controllato» i duri controlli israeliani attuati sul flusso di persone e di beni verso la Striscia di Gaza che, come già denunciato nel 2003 da un altro ‘special rapporteur’, lo svizzero Jean Ziegler, contribuiscono all’aggravarsi della povertà e della disoccupazione di un territorio segnato dalla disperazione. Dugard sottolinea inoltre che «il riscorso indiscriminato alla forza militare contro i civili e obbiettivi civili ha dato luogo a veri e propri crimini di guerra». Nel settembre 2003, sui Territori Palestinesi Ziegler già scriveva: «L’economia è quasi collassata e il numero dei poverissimi è triplicato. Il 60% circa dei palestinesi vive ora in estrema povertà (il 75% a Gaza, il 50% in Cisgiordania). Il prodotto interno lordo pro-capite è precipitato di quasi la metà rispetto a due anni fa. Anche quando il cibo è disponibile, molti non sono in grado di comprarlo. Più del 50% è stato costretto a indebitarsi per nutrirsi e molti altri, in preda alla disperazione, vendono tutto quel che possiedono. Oltre il 50% dei palestinesi è ora completamente dipendente dagli aiuti umanitari». Le conclusioni cui giungono questi esperti non riflettono necessariamente la posizione delle Nazioni Unite. E Israele ha già detto che considera troppo parziale il rapporto del relatore Onu. Mark Regev, un portavoce del ministero degli esteri, lo ha definito un classico prodotto della «faziosità politica» già dimostrata dell'apparato dell'Onu che si occupa dei diritti umani. |
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Editoriale riforme.net
25 gennaio 2007Se anche il Presidente Napolitano nega l'Olocausto ... |
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| 19 novembre 2006
Mi permetto di segnalare, ai tanti giornalisti presenti alla manifestazione di ieri a Roma (18-11-2006), che mentre loro erano impegnanti a riprendere 3 manichini che bruciavano lontano dal palco, c'erano circa 20.000 persone impegnate ad approfondire le ragioni per le quali avevano scelto di manifestare a Roma piuttosto che a Milano. Tra le questioni approfondite e delle quali i giornalisti si sono ben guardati dall'informare, ovviamente, l'accordo militare Italia-Israele sottoscritto dal Governo Berlusconi: http://www.italgiure.giustizia.it/nir/lexs/2005/lexs_410692.html Per altro, la manifestazione è stata anche l'occasione per parlare, indirettamente, di legge finanziaria e di tagli ai servizi, ricordando che mentre in Italia si mettono i ticket per il pronto soccorso e mentre Israele impegna gran parte delle sue risorse economiche per sviluppare ed usare nuove armi contro il popolo palestinese (senza dimenticare la carneficina della dura estate libanese, che ancora prosegue in conseguenza delle bombe a grappolo ampiamente utilizzate dall'esercito israeliano), la Regione lazio "coopera" con Israele con uno stanziamento previsto di 500.000 Euro: http://www.regione.lazio.it/web2/contents/giusti/dettaglio.php?vmf=1 Gerusalemme, 7 giu. (Adnkronos/Ign) - Attivare una cooperazione tra le imprese del Lazio e di Israele e stimolare l'innovazione e la ricerca. Questo lo scopo del progetto 'Lisite' presentato ieri a Gerusalemme dal presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo al direttore generale di Matimop, l'organizzazione pubblica no profit del ministero dell'Economia israeliano costituita per promuovere lo sviluppo industriale. Il protocollo,che riguarda innovazione e ricerca in settori come quello chimico-farmaceutico, dell'energia, aerospaziale ed elettronico verra'firmato a Roma il 10 e l'11 luglio. Tra gli obiettivi del progetto quello di creare un fondo ad hoc, per il quale la Regione ha previsto uno stanziamento di 500mila euro. 18 novembre 2006 Sono stato alla
manifestazione
di Roma organizzata dal Forum Palestina.
Ma anche in rete non va meglio: l'unico sito che ha menzionato che dal palco è stata bruciata una bandiera nazista, come gesto di caratterizzazione della manifestazione da parte dei promotori, è stato Repubblica.it. Il torto della
manifestazione,
evidentemente, è stato quello di avere avuto parole d'ordine
chiare
sulle quali è bene far scendere un muro di silenzio:
Grazie, cari giornalisti, per l'ennesima dimostrazione che in questo paese la libertà di stampa non esiste; o forse, perché no? sono in molti a non meritarla visto che è raro, nel panorama giornalistico italiano, trovare giornalisti che fanno il proprio lavoro in libertà e coscienza. PS.: Per quanto riguarda i politici di centrosinistra ed il Governo Prodi, manifestazione di Roma o no, cosa hanno da dire circa l'accordo militare Italia-Israele? Quanto meno, che si dimostrino equidistanti come dicono togliendo tutti gli aiuti, militari e finanziari (anche da parte delle Regioni), all'unica delle due parti in causa sino ad oggi di fatto ampiamente sostenuta. |
dal
sito web del quotidiano israeliano Haaretz
(http://www.haaretz.com/hasen/spages/783711.html) 6 novembre 2006 Ascoltate
il maggiore Stern di Gideon Levy (levy@haaretz.co.il)
Relativamente ad una azione in cui è in corso un
bagno di sangue
a Beit Hanun, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) infieriscono con
violenza,
uccidendo almeno 37 persone in quattro giorni e l'opinione pubblica
israeliana
sbadiglia, indifferente. Un comandante di brigata dice ai suoi soldati,
che hanno ucciso 12 persone in un giorno: "Avete vinto 12 a 0", i
soldati
rispondono con uno smagliante sorriso. Questo il nadir morale da noi
raggiunto,
dopo una lunga e scivolosa discesa: la vita umana ora non vale
alcunché.
Ne abbiamo avuto la prova alla fine della settimana, per bocca di un
chiacchierone
che talvolta dice il vero, il maggiore Elazar Stern, comandante del
Comitato
Direttivo del Personale dell'IDF. "L'eccessivo preoccuparsi per la vita
umana, proprio dell'IDF, ha portato ad alcuni dei fallimenti della
guerra
nel Libano: questo non dovrebbe accadere", ha commentato Stern a Canale
7. Andrebbe lodato per essere stato schietto: chi ha l'intollerabile
leggerezza
di imbarcarsi in una futile guerra di sua scelta non può
permettersi
il lusso di mostrare preoccupazione per la vita dei soldati. In guerra
i soldati non solo uccidono, ma sono pure uccisi. Questo avrebbe dovuto
essere dichiarato in anticipo. Ma le osservazioni del generale sono
pure
corrotte dall'ipocrisia: chi uccide in pochi mesi più di 1.000
libanesi
e di 300 palestinesi, per dubbi motivi, non ha il diritto di parlare di
preoccupazione per la vita umana. Il fatto che la protesta pubblica
contro
la guerra non sia decollata dimostra che, dopo aver smesso di
preoccuparci
per la vita degli altri, stiamo anche gradualmente smettendo di
preoccuparci
per quella dei nostri figli, inutilmente uccisi. Il disprezzo per la
vita
umana inizia da quella degli arabi, e finisce con quella degli ebrei.
Che
lunga strada abbiamo percorso da quando, per quanto con ipocrisia,
parlavamo
di "purezza delle armi".
Questo concetto è stato totalmente cancellato dal vocabolario. Che lunga strada abbiamo percorso da quando eravamo orgogliosi del fatto che, diversamente dagli arabi, cercavamo di non uccidere civili innocenti. E adesso siamo arrivati allo choc della realtà della seconda guerra nel Libano. Per esempio, il numero di persone uccise da Israele non solo è 10 volte superiore a quelle uccise da Hezbollah, ma il numero di soldati uccisi da Hezbollah è tre volte superiore a quello dei civili, mentre il numero di civili libanesi uccisi da Israele è circa tre volte superiore al numero di combattenti di Hezbollah. Allora, quali armi sono più pure? Un giornalista di The Guardian, attualmente in Israele, è rimasto scosso nell'udire che questi numeri non sono stati oggetto di discussione pubblica, qui. Lo stadio attuale di declino etico è iniziato con gli assassinii mirati nei territori. Quando sono cominciati, si discuteva ancora se fossero legali e giusti. Chi ricorda che gli assassinii erano un tempo limitati (per lo meno a parole), alle bombe ad orologeria? L'Alta Corte di Giustizia, nella sua codardia, ha evitato per anni di prendere posizione sul problema, malgrado le petizioni che le erano presentate. E il progetto di assassinii è cresciuto e si è dilatato, fino a raggiungere dimensioni mostruose. Negli ultimi mesi, quasi nessun giorno è trascorso senza che si uccidessero palestinesi a Gaza. Invece di chiedercene il motivo, abbiamo un primo ministro che si vanta, al Comitato Parlamentare per gli Affari Esteri e la Difesa, di circa 300 terroristi morti in quattro mesi come se le uccisioni fossero in sè un grandioso risultato. Questo quanto apprendiamo da Ehud Olmert: qualcosa di incommensurabilmente più grave di tutta la corruzione che gli si attribuisce. Nessuno ha chiesto chi erano le vittime, se tutti meritavano di morire, quale beneficio ottenga Israele da tutte queste uccisioni all'ingrosso. Oltre allo spaventoso numero di civili ammazzati, fra cui decine di donne e bambini, dovremmo anche domandare se ogni persona armata a Gaza (ve ne sono decine di migliaia) meriti di essere condannata a morte, senza processo. Il giorno in cui l'IDF ha dato inizio agli assassinii mirati, ha condannato a scomparire le nostre preoccupazioni per la vita umana. L'IDF opera nella cittadina di Beit Hanun ormai da diversi giorni. L'Operazione Nubi d'Autunno ha apparentemente lo scopo di mirare a chi lancia razzi Qassam, ma nel frattempo ha solo portato più missili su Sderot oltre alle morti, alla distruzione ed al terrore che si impianta nel cuore dei 30.000 abitanti della cittadina. Di recente, sono stato due volte nella casa della famiglia di Abu Ouda, a Beit Hanun: la prima quando una bomba ha distrutto la loro abitazione; la seconda quando dei soldati hanno ucciso padre, figlio e figlia, innocenti di ogni delitto. E questo era prima dell'Operazione Nubi d'Autunno. E come presenta la stampa israeliana Nubi d'Autunno? Su Maariv, martedì, c'era bisogno di una lente d'ingrandimento per trovare una nota estemporanea sull'uccisione di 10 palestinesi in un solo giorno; lo stesso vale per Yediot Ahronot. I due giornali più diffusi del Paese mostrano un livello di disumanizzazione disgustoso. Che il commentatore militare di Yediot Ahronot, Alex Fishman, asserisca che uno degli scopi di Nubi d'Autunno è di far esercitare le truppe per "la grande operazione" non evoca alcuna protesta. Se l'IDF s'imbarca in esercitazioni in una zona densamente popolata, seminando morte e distruzione, non dimostra forse uno spaventoso disprezzo per la vita umana? Le uccisioni quotidiane a Gaza sono menzionate a malapena. Operazioni futili, che hanno lo scopo di restituire all'IDF l'onore perduto, non evocano alcun dibattito circa lo scopo, l'eticità, le probabilità di successo. Nessuno si meraviglia del rapporto fra il danno causato dai Qassam e quello delle morti e delle distruzioni fra cui il bombardamento della centrale elettrica a Gaza, dove un milione e mezzo di persone sono in gabbia, in miseria ed alla fame. Queste futili operazioni non fermeranno i Qassam, che hanno lo scopo di far ricordare con dolore, a noi e al resto del mondo, la pena degli abitanti di Gaza, in prigione e boicottati: nessuno la noterebbe, se non fosse per i missili. Il sistema per combattere i Qassam è quello di por fine al boicottaggio, di sedersi al tavolo dei negoziati e di raggiungere un accordo. Altrimenti continueremo a scivolare nel baratro, diventando indifferenti alle loro morti, e presto anche alle nostre. Ascoltate il maggiore Stern. |
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REPORTAGE / Secondo l'Onu sono oltre un milione gli ordigni inesplosi La bonifica dovrebbe finire entro il 2007. Ma intanto è impossibile coltivare i campi Gianluca Ursini TIRO (LIBANO) - L'eredità lasciata dalla guerra di quest'estate non osserva vacanze. Anche ieri un libanese è morto, e un altro gravemente ferito, per aver raccolto da terra una bomba a grappolo, o cluster bomb, lasciata dalle incursioni israeliane interrotte dalla tregua del 14 agosto. Secondo calcoli Onu, dovrebbero esssere un milione 100mila gli ordigni inesplosi dall'ultima guerra, più 300mila dalle guerre precedenti. In Kosovo gli sminatori delle Nazioni Unite impiegarono 2 anni per bonificare 20mila bombe in un'area piu vasta. Hafez Khalil
Hassan era un
bidello della scuola 'Abbas Mussauì di Baalbek, nord della valle
della Bekaa; aveva trovato un oggetto sospetto per terra e voleva
mostrarlo
al suo preside, quando l'oggetto è esploso, uccidendolo sul
colpo
e mandando il direttore Fashed Yaghi in terapia intensiva.
Se gli chiedete cosa vede nel futuro dei libanesi del Sud, vi guarderà con un barlume di disprezzo negli occhi e replicherà duro "Tu cosa pensi ci aspettiamo in queste condizioni?" A questo punto sarebbe meglio non chiedere cosa pensi degli israeliani, ma la risposta viene inaspettatamente pacata: "L'unica cosa che vorrei dire loro è di non usare ordigni tra i civili. I bambini non combattono le guerre". Le cluster bomb, o ordigni a grappolo, lanciati da Israele nel corso dell'offensiva estiva, si disperdono sul terreno dall'ogiva con cui vengono sganciate e possono uccidere anche ad anni di distanza. Esplodono per una semplice scossa. ''I nostri esperti in Kosovo ci hanno riferito di aver impiegato 2 anni per disattivarne 20mila. Noi pensiamo di farcela per fine 2007; intanto limoni, arance e olive marciscono sugli alberi perché i contadini non si possono avvicinare - spiega Dalya Farran dell'UnMacc - ma siamo ottimisti. Abbiamo molti più sminatori rispetto a Kosovo 2000'. Al momento non si
ha ancora
una mappa dettagliata dei luoghi in cui Israele ha sganciato questi
ordigni.
Israele ha promesso più volte mappe aggiornate, ma dalla UnMacc
sostengono di aver ricevuto solo quelle relative ai campi minati nel
2000. "In due mesi abbiamo tra tutti i team rimosso 45mila mine, da record. Ne rimangono circa un milione 100mila, sganciate con 790 raid aerei e da 1800 missili, calcolando 650 cluster per missile e 644 in ogni aereo. Finora abbiamo contato 780 siti colpiti ma continuiamo a scoprirne di nuovi''. Chalak, sminatore caposquadra istruito dagli iracheni, mostra come si fa esplodere un ordigno, in una buca circondata da sacchi di sabbia. Le cluster sembrano scatole delle conserve alimentari. L'agrumeto in cui ci troviamo ha un odore forte di arance marce, che nessuno può raccogliere: un pasto per i vermi. Il terreno è pieno di paletti giallorossi che indicano dove le cluster sono state neutralizzate. Molta prudenza con i paletti rossi, che indicano a un metro un ordigno inesploso. Un agricoltore
guida un furgoncino
carico di casse di limoni. ''Almeno il limoneto è stato
bonificato.
Le arance invece sono destinate a marcire sui rami..". "Per giorni
interi
lo sminamento sarà bloccato dalle prime piogge - spiega Chalak -
e in più molte bombe stanno finendo sotto il fango".
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23 ottobre 2006 Maura Gualco Israele ha ammesso di aver usato il fosforo bianco durante la guerra in Libano, nonostante già da tempo media internazionali,organizzazioni umanitarie e il governo libanese, ne avessero documentato il suo utilizzo. L´esecutivo israeliano si giustifica affermando di non aver nessun divieto in merito in quanto non avrebbe mai sottoscritto il Terzo Protocollo della Convenzione di Ginevra che ne vieta l´uso. Non è, tuttavia, soltanto il Terzo Protocollo che proibisce l´uso di fosforo bianco. Ne parliamo con Domenico Gallo, magistrato esperto in diritto internazionale ed ex senatore. Come sono
considerate
dal diritto internazionale le armi al fosforo? Israele ha
ammesso di
aver usato il fosforo bianco. Ha ha violato il diritto internazionale?
Gerusalemme si
giustifica
sostenendo di non aver sottoscritto il Terzo Protocollo.
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La strage in Galilea. La vicenda della strage in Galilea, avvenuta presso il kibbutz di Kfar Ghiladi, a sud di Kiryat Shmona, ha avuto un prologo. Ieri infatti un commando israeliano era riuscito ad operare nella zona di Tiro, dove aveva distrutto bunker e arsenali degli Hezbollah. Al ritorno in Israele forze speciali avevano avvertito che oggi, alle 12 in punto, gli Hezbollah avrebbero scatenato un durissimo bombardamento. In quell'ora gli abitanti di Kiryat Shmona sono entrati a precipizio nei loro rifugi, mentre sulla loro città piovevano in rapida successione decine di razzi che hanno distrutto la sinagoga centrale e il centro commerciale. Razzo sul cimitero. Mentre i razzi ancora esplodevano nel centro abitato, dal vicino kibbutz di Kfar Ghiladi si è appreso che la esplosione di un razzo in una zona aperta, il cimitero, aveva provocato almeno una decina di morti e feriti. Malgrado il pericolo personale per gli equipaggi, numerose ambulanze si sono dirette a sirene spiegate verso il luogo del disastro dove hanno effettivamente trovato una scena raccapricciante. I morti, dilaniati dalle esplosioni, giacevano riversi sulle tombe, in ordine sparso. In seguito si è appreso che il razzo li aveva centrati mentre erano immersi nella preghiera di 'mincha', della tarda mattinata. La morte dei riservisti. Si trattava di riservisti, arruolati oggi con un ordine di richiamo immediato, arruolati in unità diverse fra cui paracadutisti e genio. Secondo alcune informazioni, si stavano organizzando per entrare in Libano. Attorno a loro c'erano camion con munizioni. Altri riservisti che trovavano nelle vicinanze hanno provveduto a prestare loro soccorso e ad organizzare le operazioni di salvataggio per i feriti, alcuni dei quali versavano in condizioni disperate. Due degli evacuati sono morti dopo il ricovero nell'ospedale Ziv di Safed. Altri feriti sono stati trasportati nell'ospedale Rambam di Haifa. Festeggiamenti in Cisgiordania e Gaza. Per molte ore i mezzi di comunicazione non hanno potuto riferire che le vittime erano soldati della riserva, in ossequio alle restrizioni della censura militare secondo cui informazioni del genere possono essere divulgate solo quanto i congiunti diretti delle vittime siano stati informati personalmente. Le notizie della esplosione di Kfar Ghiladi hanno destato scene immediate di entusiasmo fra i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza che sono scesi nelle strade per inneggiare a Hassan Nasrallah e per distribuire dolciumi ai passanti. A Nablus è stata notata in particolare la presenza dei miliziani delle Brigate di al-Aqsa (al Fatah) che in segno di gioia hanno sparato in aria raffiche di arma automatica. La strage di Haifa. Poche ore dopo è stata la volta di Haifa, la terza città del paese, a trovarsi esposta, dopo dieci giorni di tranquillità, ad un durissimo attacco lanciato da Tiro. Alle ore 20 locali, proprio quando i telegiornali israeliani iniziavano i loro programmi, Haifa è stata investita da un pesantissimo bombardamento. I razzi sono caduti in sei zone diverse della città, fra cui in un rione arabo. In serata una salva di katiuscia ha colpito ancora Haifa, la terza città del paese, dove fa l'altro è crollato un edificio. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di tre vittime. Il numero dei feriti e delle persone in stato di shock che hanno avuto bisogno di cure mediche è stimato ora in una sessantina, secondo i media locali. Bombardamenti in Libano. Anche oggi ci sono stati duri scontri fra soldati israeliani e miliziani Hezbollah nel Libano meridionale, dove Israele sta consolidando una fascia di sicurezza di 7-8 km circa di profondità in territorio libanese. Nel villaggio di Ras Bayada, a sud di Tiro, due soldati sono stati feriti, uno è in condizioni gravi. Scontri a fuoco sono segnalati anche nei villaggi di a-Tiri, Beit Lif e Rajamin dove le forze israeliane avrebbero ucciso alcuni miliziani Hezbollah. Nella notte, secondo la radio militare, forze speciali israeliane hanno di nuovo colpito a sud di Tiro obiettivi Hezbollah distruggendo un bunker, tre lanciarazzi e tre magazzini di armamenti. Alcuni miliziani sono stati uccisi. E' il secondo raid nella stessa zona in due giorni. Almeno sei persone sono rimaste uccise e cinque ferite in un raid aereo israeliano condotto contro il villaggio di Ansar. Tre donne sono state sepolte sotto le macerie della loro casa centrata da una bomba nel villaggio di Jibin e tre civili sono rimasti uccisi ed uno ferito in un bombardamento contro il villaggio frontaliero di Naqura, nei pressi del quartier generale della forza dell'Onu dispiegata al confine tra Libano e Israele (Unfil). Nella stessa zona, sulla strada tra Naqura e Tiro, sono rimasti uccisi anche tre soldati libanesi, il cui posto di blocco è stato centrato da un razzo sparato da un caccia israeliano. E ancora, a poca distanza, tre militari cinesi dell'Unifil sono rimasti feriti quando un razzo, probabilmente sparato da miliziani Hezbollah, si è abbattuto sul deposito munizioni della loro postazione a Mansouri, poco a Nord del confine. Meno fortunati sono stati invece due civili che viaggiavano davanti ad un convoglio umanitario dell'Onu diretto verso Sud: un razzo sparato da un caccia israeliano ha centrato in pieno il loro furgone, uccidendoli sul colpo. "Trasportavano pane, erano diretti a Tiro", ha detto all'Ansa Robin Lodge, portavoce del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. |
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Razzi sulla Galilea, bombe su Beirut e sulla Valle della Bekaa, combattimenti furiosi. Il conflitto fra Israele e Libano registra, oggi, una giornata di stragi. Almeno 33 persone sono morte in seguito a un attacco messo a segno dall'aviazione israeliana contro un parcheggio utilizzato per il carico di frutta e verdura, alla frontiera fra Libano e Siria. Un altro attacco israeliano ha fatto 17 morti nella città meridionale di Taiba, vicino alla frontiera con Israele. Numerose le infrastrutture distrutte, fra cui i collegamenti con l'unico passo di frontiera con la Siria ancora aperto. L'esercito israeliano, che registra la perdita di 3 militari, sta "ripulendo" una fascia di sicurezza di 6-8 chilometri lungo il confine, in previsione di un cessate il fuoco che potrebbe intervenire la prossima settimana, e dell'arrivo di una forza di pace multinazionale. L'attacco nella Bekaa. Il raid israeliano contro il camion di frutta è stato compiuto in pieno giorno nella località di Qaa, a circa 50 chilometri dall'antica città romana di Baalbeck, nel cuore della Valle della Bekaa, fra i principali bastioni di Hezbollah. Secondo testimoni, l'aviazione israeliana ha centrato un gruppo di circa 25 contadini siriani e curdi. Decine i feriti: circa 15 sono stati portati negli ospedali siriani. Anche la zona cristiana nel nord del Libano, finora risparmiata, è stata per la prima volta sottoposta ai raid: una strategia finalizzata, a quel che sembra, a diffondere il terrore fra la popolazione. Beirut isolata a nord. Gli attacchi israeliani hanno abbattuto quattro ponti che collegavano la capitale con le strade settentrionali del Paese e con l'unico passo di frontiera ancora aperto con la Siria. Gli aerei israeliani hanno distrutto anche parte dell'autostrada che unisce Beirut a Tripoli e la frontiera nord con la Siria, unica via rimasta aperta fra il Libano e l'esterno. Bloccati i convogli umanitari. La distruzione delle infrastrutture ha compromesso il lavoro delle organizzazioni umanitarie, costrette a modificare i piani di invio di aiuti di emergenza nel Paese, in particolare da e per Beirut. "Per oggi era previsto un convoglio non solo di aiuti ma anche di personale, ma in queste condizioni non potrà partire" ha detto la portavoce del Pam, il Programma alimentare mondiale, Christiane Berthiaume. Tre soldati uccisi. Tre militari israeliani sono stati uccisi nei combattimenti. Secondo Israele, si tratta di due soldati e un ufficiale. L'emittente satellitare araba Al Arabiya ha parlato di 6 militari israeliani uccisi. Secondo la radio militare israeliana, almeno 13 miliziani sarebbero morti nei combattimenti, e altri sarebbero stati catturati e portati in Israele. Pioggia di razzi sulla Galilea. Il nord di Israele è stato sottoposto a una pioggia di circa 200 razzi Katiusha lanciati dagli hezbollah, che anche oggi hanno fatto 3 vittime, tutti civili arabo-israeliani, e decine di feriti. I razzi da alcuni giorni non colpiscono più Haifa (probabilmente perché l'offensiva militare in Libano ha allontanato i lanciarazzi dal confine) ma cadono in numero crescente sui centri abitati arabi del nord. Razzi anche sulle alture del Golan popolate da drusi siriani e perfino in territorio siriano. Ieri 160 razzi avevano colpito la Galilea uccidendo 8 civili. Tel Aviv si prepara. La città in allerta in previsione di possibili attacchi missilistici, dopo le nuove minacce agitate ieri dal leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Il municipio ha predisposto piani di emergenza aprendo e controllando i rifugi pubblici della città e con alcune simulazioni di allarme. La popolazione di Tel Aviv resta per il momento calma, affollati i centri commerciali e i caffè. Migliaia di israeliani si sono riversati oggi, primo giorno del weekend ebraico, sulle spiagge della città. |
![]() ![]() Sono almeno 55 i morti nel bombardamento di una palazzina nel villaggio meridionale libanese di Cana, secondo quanto riferisce l'emitteNte Tv araba Al Jazira. Tra le vittime ci sono 22 bambini. L'attacco, ha detto un testimone, è stato compiuto attorno l'una di notte, ma non è stato possibile raggiungere il palazzo distrutto fino al mattino a causa del perdurare dei bombardamenti. L'esercito libanese sta intanto cercando di inviare dei bulldozer sul posto per aiutare a scavare tra le macerie, dove i soccorritori sono al lavoro a mani nude. I SOCCORSI - L'emittente Tv libanese Lbc continua intanto a mostrare drammatiche immagini dei soccorritori della Croce Rossa che estraggono cadaveri dalle macerie, e diversi sono di bambini. Mostrano anche alcuni civili che portano tra le braccia i corpi senza vita di uomini e donne, e anche quelle di un uomo coperto di polvere che solleva da terra il corpo senza vita di una bimba e urla la sua rabbia alle telecamere. VILLAGGIO GIA' COLPITO NEL '96 - Il villaggio di Cana è stato pesantemente segnato dalla guerra tra Israele ed Hezbollah già il 18 aprile del 1996, quando durante l'operazione «Furore» condotta dall'esercito israeliano contro i guerriglieri sciiti venne bombardata dall'artiglieria dello Stato ebraico una vicina base del contingente dell'Onu (Unifil) dove avevano trovato rifugio centinaia di civili. In quel caso i morti furono oltre 100, poi sepolti in una fossa comune al centro del villaggio, dove è stato in seguito eretto anche un monumento. IL PREMIER: «ISRAELE CRIMINALE DI GUERRA» - Il primo ministro libanese Fuad Siniora ha chiesto oggi una «tregua immediata e incondizionata» dopo aver appreso del bombardamento di Cana. Siniora ha definito Israele «criminale di guerra» e ha aggiunto che non parteciperà a nessun negoziato se non ci ci sarà un cessate il fuoco. In una conferenza stampa convocata d' urgenza il primo ministro libanese Siniora, accanto al quale era il presidente del parlamento, Nabih Berri, ha detto di voler «lanciare un grido molto forte a tutti i libanesi, tutti gli arabi e tutto il mondo perchè stiano al nostro fianco di fronte ai criminali di guerra israeliani». «La continuazione dell' aggressione israeliana - ha aggiunto Siniora - non spezzerà la nostra fermezza. In questo momento qualsiasi discorso diverso dal cessate il fuoco non è accettabile». RAMMARICO DI ISRAELE - Il ministero degli Esteri israeliano ha espresso rammarico per la morte di oltre 50 civili nel bombardamento del villaggio di Cana nel sud del Libano. «Israele esprime il suo rammarico per la morte di civili innocenti. Non vogliamo che dei civili siano coinvolti nella guerra tra Israele e Hezbollah» ha dichiarato il portavoce del ministero, Mark Regev. ANNULLATA LA VISITA DELLA RICE - La visita che il segretario di Stato americano Condoleezza Rice aveva in programma di effettuare in Libano è stato cancellata. Ad annunciarlo sono state fonti ufficiali nel paese, precisando che la Rice è stata informata dalle autorità di Beitrut che l'incontro non sarebbe stato possibile prima di un cessate il fuoco che ponga fine all'offensiva israeliana. Le stesse fonti hanno spiegato che alla Rice è stata comunicata la decisione del governo di Beirut dopo l'avvenuto bombardamento israeliano su Cana. |
30 luglio 2006 Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha ribadito che lo Stato ebraico "non ha alcuna fretta" di proclamare un cessate-il-fuoco in Libano, neppure dopo la strage di Cana, villaggio di confine del sud dove i bombardamenti aerei in mattinata hanno provocato almeno 51 morti, tra cui 22 bambini. Il premier, nel suo primo commento sul peggiore bilancio in termini di vittime nei diciannove giorni di conflitto finora trascorsi, ha puntualizzato inoltre che gli abitanti di Cana erano stati avvertiti di lasciare la zona prima che i raid avessero inizio, e che proprio da quel villaggio i guerriglieri sciiti di Hezbollah avevano lanciato nuovi razzi contro Israele. Dal canto suo Mark Regev, portavoce del ministero degli Esteri, ha espresso il "rammarico" del suo Paese "per la morte di civili innocenti", e ha aggiunto: "Noi non vogliamo che i civili siano coinvolti nella guerra tra Israele ed Hezbollah". |
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Gli Usa hanno
fornito a Israele
almeno 100 bombe Gbu-28 all'uranio impoverito. «Provocheranno una
contaminazione tossica» dice Doug Rokke, l'ex capo del team
militare
americano sull'uranio Colpita la centrale elettrica di Jiyyeh, nei
serbatoi
in fiamme 15mila tonnellate di nafta: tutte sulla spiaggia
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28 luglio 2006 Al diciassettesimo giorno dell'offensiva israeliana in Libano, un libanese su cinque non ha più una casa né cibo. È, dunque, una corsa contro il tempo del Programma Alimentare Mondiale (Pam) per portare aiuti umanitari alla popolazione assediata del sud del Paese. L'organizzazione umanitaria, braccio operativo per gli aiuti alimentari delle Nazioni Unite, ha già inviato due convogli in due località a sud con aiuti urgenti. Avviato anche un ponte aereo umanitario per far fronte alle necessità di una popolazione in forte difficoltà. «Si tratta di donne e bambini che non solo rischiano ogni giorno di essere bombardati e feriti, ma anche di avere sempre meno cibo e acqua a disposizione. Non c'è tempo da perdere, dobbiamo raggiungerli», ha messo in guardia Amer Daoudi, coordinatore per l'operazione d'emergenza del Pam in Libano. Gli aiuti inviati nella mattinata di venerdì 28 luglio sono diretti alle città di Sidone e Jezzine, dove la popolazione è allo sbando. Questi aiuti non basteranno nonostante l'enorme quantità inviata: il convoglio di otto camion per Jezzine trasporta 90 tonnellate di farina di grano, 15 tonnellate di carne in scatola e altri generi di prima necessità come coperte e ripari forniti da "Medici senza Frontiere" (Msf). Quello per Sidone, invece, 18 tonnellate di cibo e comprende sei camion di generi inviati da Unrwa (L´Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l´occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente) per i rifugiati palestinesi nei campi. Nei convogli ci sono anche medicine e attrezzature per ricoveri d'emergenza di diverse associazioni umanitarie come Undp, Unhcr, Unicef e Oms. Altri convogli sono previsti nei prossimi giorni. Il Pam sta lavorando il più rapidamente possibile per avere più camion e per trovare gli autisti disposti a viaggiare lungo strade pericolose. Preoccupano anche la scarsa disponibilità di carburante e l'aumento dei prezzi. «La situazione è sempre più drammatica», racconta il personale che ha viaggiato mercoledì 26 nel primo convoglio umanitario diretto a Tiro: «una lunga serie di villaggi deserti e di piccole città affollate all'inverosimile di sfollati, senza denaro per poter comprare cibo e acqua. Le persone in fuga si sono trovate intrappolate nel traffico diretto a nord». La città di Tiro era stata oggetto di pesanti bombardamenti lo scorso mercoledì con ordigni che sono caduti vicino al convoglio Onu appena giunto a destinazione. «Si sta preparando una catastrofe ancora peggiore, se non aiuteremo presto queste persone», ha sottolineato Daoudi. Il conflitto ha creato almeno 800mila sfollati tra le macerie di infrastrutture e la scarsità di servizi e beni essenziali. Il Pam fornirà assistenza, prima di tutto, alle persone bisognose, compresi 95mila sfollati che hanno trovato riparo nelle scuole e negli edifici pubblici di Beirut, 165mila persone nella zone più duramente colpite nel sud del Libano e 50mila delle circa 140mila persone fuggite in Siria. Ma anche
l´emergenza
umanitaria ha i suoi costi e per far fronte alle necessità del
Libano
il Pam, nonostante sia la più grande agenzia umanitaria del
mondo,
necessita di 48 milioni di dollari per logistica e cibo. Il valore
della
sola operazione per la logistica ammonta a 38 milioni di dollari. Il
Pam
prevede di consegnare sino a 12mila tonnellate di cibo e generi di
prima
necessità ogni mese e di gestire la flotta dei camion per conto
delle agenzie Onu, le organizzazioni non governative e quelle
internazionali. |
Un missile israeliano ha distrutto una base dell’Onu, nel sud del Libano, uccidendo quattro Caschi blu. Gli osservatori morti provenivano dall’Austria, dal Canada, dalla Cina e dalla Finlandia. Ieri notte due corpi sono già stati recuperati, gli altri erano ancora sotto le macerie. Il portavoce dell’Unifil, Milos Strugar, ha confermato l’attacco e ha spiegato che prima del raid altri 14 proiettili erano esplosi attorno alla postazione, vicino alla città di Khyiam. I bombardamenti sono continuati anche durante le operazioni di soccorso, quando le squadre Onu hanno cercato di estrarre i corpi dalle macerie. Kofi Annan, a Roma per il vertice di oggi alla Farnesina, ha detto di essere sgomento. «L’aviazione israeliana ha apparentemente preso di mira in modo deliberato la nostra postazione», ha commentato il segretario generale delle Nazioni Unite. E ha chiesto allo Stato maggiore un’inchiesta. «Il bombardamento aereo e d’artiglieria è avvenuto contro una base segnalata e che esisteva da molto tempo. Il premier Ehud Olmert mi aveva assicurato che le postazioni Onu sarebbero state risparmiate nei combattimenti». Fonti del Dipartimento di Stato americano, al seguito di Condoleezza Rice a Roma, hanno invece parlato di un «incidente»: «E’ stata una tragedia terribile». Gli israeliani hanno risposto di «non mirare mai al personale Onu» e hanno annunciato un’indagine. «Siamo profondamente dispiaciuti. Fin dall’inizio del conflitto abbiamo fatto di tutto per garantire la sicurezza dei caschi blu», ha detto Mark Regev, portavoce del ministero degli Esteri. La missione dell’Unifil è in Libano dal 1978, dopo la prima grande offensiva israeliana nel sud. Nei giorni scorsi, il proiettile di un tank ha centrato un’altra base, ferendo quattro ghanesi. Il capitano Roberto Punzo è stato invece colpito domenica dal fuoco dei miliziani sciiti. Nel 1996 l’aviazione israeliana aveva distrutto una base dell’Unifil - durante l’operazione Grappoli di furia - uccidendo 106 civili, che avevano cercato rifugio tra i caschi blu. Ieri sono ricominciati i bombardamenti al sud di Beirut, dopo una pausa per permettere la visita di Condoleezza Rice, che è passata dalla capitale lunedì, in elicottero da Cipro. Nei raid sui villaggi nel sud, una famiglia di 7 persone è stata sterminata, quando un missile ha distrutto la casa dove vivevano a Nabatyeh. Novanta razzi sono stati sparati dagli artiglieri di Hezbollah contro il nord di Israele. Una ragazzina araba israeliana di 15 anni è rimasta uccisa a Maghar, un uomo è morto per un infarto a Haifa, mentre correva verso un rifugio. Davide Frattini |
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23 luglio 2006 «C´è una distruzione edificio per edificio di parecchie zone residenziali. Si tratta di un uso della forza eccessivo in un´area con tanti abitanti» ha detto Egeland al termine di una visita dei quartieri di Beirut distrutti dai bombardamenti israeliani. Il diplomatico norvegese è in Libano per lanciare un appello internazionale perché siano organizzati soccorsi urgenti per il mezzo milione di profughi libanesi, Sabato, Egeland – che ha definito la risposta israeliana attacchi Hezbollah «sproporzionata» - aveva dichiarato che in Libano si sta vivendo una crisi umanitaria di enormi proporzioni. |
22 luglio 2006 Il documento condanna sia le operazioni militari israeliane sia i bombardamenti degli Hezbollah: «Negli ultimi giorni prosegue la nota le forze aeree israeliane hanno distrutto un numero infinito di edifici civili, di infrastrutture e mezzi di trasporto in operazioni che hanno ucciso almeno trecento persone, la maggior parte delle quali civili, creando il caos nelle città libanesi e portando allo sfollamento di oltre mezzo milione di persone. Esterrefatti dall´impatto di operazioni militari così violente, la Commissione internazionale dei giuristi (Icj) ricorda che Israele ha l´obbligo di rispettare senza alcuna condizione di vita la sicurezza dei civili come stabilito dalla convenzione di Ginevra di cui è firmatario». Nel documento i giuristi chiedono l´intervento urgente delle Nazioni Unite e si dicono stupiti della «inattività e dell´apatia della comunità internazionale» nei confronti delle azioni militari condotte da Israele in Libano o a Gaza, che stanno causando la morte e la sofferenza di molti civili innocenti. Includendo i lanci di missili da parte dei miliziani di Hezbollah, i giuristi aggiungono: «Allo stesso modo bombardare città indifese, villaggi e strutture che non sono obiettivi militari costituisce un crimine di guerra per cui alcuni individui potranno essere incriminati come responsabili». Federico Andrei-Guzman, vicesegretario generale dell´Icj ha aggiunto: «Se Israele ha il legittimo diritto di difendersi da rapimenti e dal lancio di missili sul proprio territorio, questo diritto non è illimitato ed è soggetto alle restrizioni del diritto internazionale… Invece, le sproporzionate e indiscriminate reazioni dell´esercito israeliano sono rappresaglie contro la popolazione civile e assomigliano molto a una sorta di punizione collettiva». «Nel diritto internazionale, le punizioni collettive costituiscono un crimine di guerra», ha concluso Andrei-Guzman. |
21 luglio 2006 Nel comunicato si precisa che tre colpi di artiglieria sono arrivati sull'edificio dentro la base del Gruppo di Osservatori Libano (Ogl) nell'area di Marun Al Ras, provocando danni estesi a veicoli e costruzione, ma nessuna vittima. La stessa postazione era stata colpita ieri da altri quattro colpi di artiglieria. Nella base si trovano 34 civili provenienti dal vicino villaggio. Un altro
proiettile aveva
colpito il compound dell'Unifil a Naqura ieri sera ed uno è
caduto
sulla base di Marwahin stamattina. Anche in questo caso solo danni
materiali,
così come veicoli sono stati danneggiati nella postazione
ghanese
ad At Tiri e nella base di pattuglia dell'area di Khyam, nel settore
est. |
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19 luglio 2006 http://www.corriere.it/ult...1%7D BEIRUT - "Qui c'e' molto dolore. Fino a otto giorni fa Beirut era una citta' florida, piena di turisti, allegra e in piena attivita' e oggi e' tutto fermo, tutto chiuso e distrutto. L'unica strada che rimane ancora percorribile e' Beirut-Tripoli, tutte le altre sono sentieri di campagna su cui possono passare solo le jeep. E' una situazione di desolazione e di tristezza. Stanotte e' stata colpita la fabbrica del latte e di medicinali, quindi non so cosa succedera' nei prossimi giorni. Dato che c'e' il blocco cominceranno a scarseggiare le medicine". E' il racconto dell'ambasciatore italiano a Beirut Franco Mistretta che ha descritto l'atmosfera che si respira in Libano e quanto e' gia' cambiata in pochi giorni di conflitto. (Agr) |
18 luglio 2006 Quasi mezzo milione di sfollati per i bombardamenti israeliani. Un ottavo della popolazione libanese, che si aggira intorno ai quattro milioni di abitanti, senza una casa. Per Roberto Laurenti, rappresentante a Beirut dell´Unicef, «la situazione è al tempo stesso allarmante e catastrofica». Il bilancio delle vittime dei raid israeliani, secondo calcoli incompleti e, ovviamente, provvisori forniti dal ministro degli esteri Massimo D´Alema, ha superato ormai i duecentoventi morti (il 30 per cento dei quali, aggiunge l´Unicef, sono bambini). Oltre cento i palestinesi uccisi nella striscia di Gaza dall´inizio delle ostilità. Ma quello che preoccupa forse di più ora è la crisi umanitaria che può innestarsi di fronte all´esaurimento delle scorte alimentari e alla progressiva distruzione delle infrastrutture del Paese. Israele, dal canto suo, esprime soddisfazione per quelli che definisce successi militari: «Nelle ultime 24 ore gli attacchi in Libano sono continuati con successo – afferma martedì sera il generale Gadi Eisenkot - Fino ad ora sono stati colpiti almeno 1000 obiettivi terroristici, comprese 180 postazioni di lancio dei Katyusha e di altri razzi a lunga gittata». Il premier Olmert ha ribadito che l´offensiva «continuerà a colpire obiettivi dei miliziani fino a quando non saranno liberati i due soldati rapiti e non sarà ripristinata la sicurezza dei cittadini israeliani». Il numero due dell´esercito Moshe Kaplinski non esclude «un´invasione massiccia via terra»: «In questo momento non pensiamo di intraprenderla, ma se dovremo farla la faremo» |
18 luglio 2006 BEIRUT (LIBANO) - Morti e feriti, ma anche uomini, donne e bambini senza più casa. L'offensiva israeliana in Libano ha spinto almeno 500.000 persone alla fuga dal paese dei cedri, dove la situazione umanitaria è «catastrofica». Lo ha detto il rappresentante dell'Unicef a Beirut, Roberto Laurenti. Secondo la Croce Rossa libanese, gli sfollati sarebbero addirittura 700 mila. E il numero è destinato a crescere. Si tratta comunque di numeri impressionanti. LA FUGA DEGLI STRANIERI - Più fortunati i residenti stranieri in Libano che stanno cercando di lasciare il Paese in questi giorni. Sono infatti una decina i Paesi coinvolti in massicce operazioni di evacuazione dei cittadini stranieri in Libano. Con elicotteri, navi da guerra e traghetti noleggiati, Italia, Francia, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna e persino Australia e Canada si sono mobilitati per riportare a casa decine di migliaia di persone in fuga dai bombardamenti israeliani. A Londra Tony Blair ha detto al parlamento che sei navi britanniche incrociano al largo delle coste del Libano, tra cui l'ammiraglia - la portaerei Illustrious - e la nave da sbarco Bulwark per portare via 22mila persone tra cui 10mila con doppia cittadinanza. All'alba è arrivato a Cipro anche un traghetto francese con a bordo 1.250 sfollati: 800 francesi, 400 di altri Paesi europei e 50 americani. In nottata sono arrivati a Fiumicino 186 italiani che lunedì sera erano sbarcati a Larnaca insieme a 58 libanesi e 49 svedesi portati via da Beirut a bordo di un cacciatorpediniere italiano. GLI USA MANDANO NAVI MILITARI - Washington ha inviato cinque navi da sbarco e una portaerei con 2.200 marines per aiutare a sgomberare i 25mila cittadini americani in Libano. Mosca è riuscita a trasferire in autobus 270 russi da Beirut alla Siria, dove erano arrivati anche 320 tedeschi trasferiti poi in aereo a Dusseldorf e 113 spagnoli partiti alla volta di Madrid. Nelle chiese cattoliche del Libano hanno trovato rifugio molti dei 30mila filippini che lavorano nel Paese dei cedri e che sono in attesa dei mezzi inviati da Manila per lo sgombero. Canberra è già riuscita a trasferire tre autobus pieni di australiani in Siria, ma conta di noleggiare un traghetto per portar via gli altri 600 che sono rimasti in Libano. |
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16 luglio 2006 È esplosa cinque giorni fa la crisi politico-militare tra il Libano e Israele. Ad innescarla, un raid oltre il confine dei guerriglieri Hezbollah, che ha portato tra l’altro alla cattura di due soldati dello Stato ebraico. Ecco, giorno per giorno, i momenti salienti del conflitto. • 12 LUGLIO - Miliziani Hezbollah
uccidono
otto soldati israeliani e ne catturano due. La risposta dello Stato
ebraico
contro il Libano è durissima: inizia l’offensiva aero-navale
«Giusta
retribuzione». Il premier israeliano, Ehud Olmert, accusa il
governo
di Beirut di essere responsabile di «un atto di guerra».
Porte
chiuse alla trattativa con Hezbollah, che propone uno scambio tra gli
ostaggi
e prigionieri libanesi. • 14 LUGLIO - Raid aerei sulla periferia sciita a sud di Beirut, mentre i turisti stranieri tentano di abbandonare il Libano. Olmert detta le condizioni per un cessate il fuoco: il rilascio degli ostaggi e il disarmo di Hezbollah. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu non chiede un’interruzione delle operazioni militari israeliane. Sfuggito a un raid contro la sua abitazione, il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah proclama «guerra aperta» a Israele. Al largo di Beirut, un razzo colpisce una nave da guerra dello Stato ebraico (quattro marinai morti). • 15 LUGLIO - Raid dell’aviazione israeliana raggiungono la frontiera tra il Libano e la Siria, senza colpire però in territorio siriano. Il bilancio complessivo delle vittime di “Giusta retribuzione” in Libano supera i 100 morti. Continuano i lanci di razzi contro il nord di Israele: nel mirino di Hezbollah finisce anche la città di Tiberiade, situata a 35 km dalla frontiera. L’Italia è tra i primi Paesi a procedere al rimpatrio dal Libano dei propri cittadini. • 16 LUGLIO - Continuano i raid dell’aviazione israeliana in Libano e i lanci di razzi dal Libano su Israele, con un pesante bilancio di vittime civili. In particolare otto israeliani vengono uccisi nella città di Haifa colpita da numerosi missili lanciati dagli hezbollah, che rivendicano l’attacco; mentre in Libano meridionale 13 persone muoiono in un bombardamento israeliano nel villaggio di Jebshit; dieci in un attacco di elicotteri a Tiro; altri 16 in un raid sul villaggio di Aitarun. Un portavoce militare libanese afferma che gli israeliani usano bombe proibite. Nasrallah, dato per ferito, compare alla televisione ed esorta gli arabi a seguire l’esempio di Hezbollah e avverte: finora abbiamo usato solo poche delle nostre armi. A Beirut arriva l’Alto rappresentante europeo Javier Solana; il premier israeliano Olmert fa avere al presidente libanese Fuad Siniora, tramite il presidente del consiglio Romano Prodi, le condizioni per fermare i bombardamenti: restituzione dei due soldati rapiti dagli hezbollah, ritiro dei miliziani sciiti oltre il fiume Litani, 40 km a nord del confine con Israele. Il G8 riunito a San Pietroburgo dichiara che Israele ha diritto all’autodifesa ma deve usare moderazione; che devono essere restituiti i soldati rapiti e devono cessare i lanci di razzi su Israele. Inoltre propone l’invio di osservatori Onu. |
| 26 aprile 2006
Franco Ragusa "Da ebreo e israeliano ieri mi sono colmato di vergogna e di rabbia alla vista del barbaro comportamento dei fascisti della sinistra estremista" ha protestato l’ambasciatore israeliano Ehud Gol per le bandiere israeliane bruciate a Milano durante la manifestazione del 25 aprile. Ebreo e Israeliano come sinonimi per una stessa identità, quindi, come se non potesse esservi un ebreo che non sia anche israeliano. O meglio: come se non potesse esservi un ebreo che non sia anche sionista. Se così fosse, e così sembra che sia visto lo sdegno e le accuse di antisemitismo (Israele=ebrei) che sono arrivate da tutte le parti, da Fini a Bertinotti, siamo di fronte ad una eccezionalità che capovolge tutte le nostre convinzioni. C'è infatti un solo Stato al mondo che non subisce sanzioni e neanche la pur minima critica pur avendo a proprio fondamento giuridico l'appartenenza religiosa. E questo anche quando il fondamento giuridico-religioso arriva al punto di negare il sacrosanto diritto al ritorno dei profughi palestinesi, per altro sancito con tanto di risoluzioni dell'Onu che sono lì a testimoniare l'illegalità mai sanata. Succedesse una cosa simile in qualsiasi altra parte del mondo potrebbe pure scapparci una "guerra intelligente". Per Israele NO! Quando è Israele a
trovarsi sul banco degli imputati della comunità internazionale
"Occorre ricercare una soluzione sul diritto al ritorno che non sia
incompatibile col mantenere a Israele il carattere di uno Stato
ebraico,
ed è quindi evidente che non potrà esserci il ritorno in
massa di milioni di rifugiati palestinesi perché questo
stravolgerebbe
la composizione demografica dello Stato d'Israele e gli ebrei non lo
accetteranno
mai" (Piero Fassino, Unità on line 24/05/2005).
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