Come per il precedente approfondimento
(Vecchio e nuovo Titolo V nella
bozza dei 4 saggi) del disegno
di legge costituzionale del Governo licenziato dal consiglio dei Ministri
il 16 settembre 2003, prima di affrontare gli aspetti riguardanti la
forma di Governo sono doverose alcune premesse.
In primo luogo si deve dare
atto alla maggioranza di Governo di avere in qualche modo accolto, attraverso
gli emendamenti presentati dal Sen. D'Onofrio, almeno per quanto riguarda
la forma di Governo, le indicazioni provenienti dalle opposizioni di centro
sinistra.
In secondo luogo si deve
dare atto, sempre alla maggioranza di Governo, di non aver cambiato, per
la prima volta nella legislatura, la sostanza di una sua proposta di revisione
della Costituzione.
Accogliendo, infatti, alcuni
punti della bozza Amato, relativamente
ai poteri del Premier e norme antiribaltone, nulla cambia, nella sostanza,
con quanto scritto nella bozza elaborata dai 4 saggi.
Che il Premier possa o no
disporre in maniera diretta del potere di scioglimento, diventa una questione
di nessuna importanza in presenza di meccanismi in ogni caso in grado di
condurre automaticamente, se messi in moto, allo scioglimento della Camera
fiduciaria. E per l'appunto, entrambe le bozze, del Governo e delle opposizioni
di centro sinistra, prevedono norme antiribaltone tali da condurre allo
scioglimento della Camera fiduciaria; a meno di non aggirare il suddetto
principio prevedendo Governi di minoranza, Governi, cioè, in grado
di ottenere il voto di fiducia grazie all'astensione di parlamentari non
collegati alla maggioranza espressa dagli elettori.
Ma escludendo quest'ultima
possibilità (Governi di minoranza), come la logica del principio
antiribaltone imporrebbe (autosufficienza della maggioranza espressa dagli
elettori, sempre secondo quella che è la peculiare e non dimostrata
pretesa dei sistemi maggioritari, e cioè che il voto degli elettori
possa essere univocamente letto come una chiara espressione di volontà
di governo), sarebbe sufficiente, per il Premier, disporre del consenso
di pochi deputati per imporre al resto della maggioranza l'inevitabile
scioglimento della Camera laddove non vi fossero i numeri per poter sostenere,
autonomamente, un nuovo Premier.
Ma l'aspetto più
inquietante di tutto questo meccanismo è che, grazie agli automatismi
"antiribaltone", qualsiasi forza all'interno della maggioranza di governo
potrebbe essere in grado di condizionare l'intera azione di governo pena
l'inevitabile scioglimento della legislatura.
In altre parole, la cura
da adottare (norme antiribaltone) per impedire che il voto degli elettori,
nell'ambito di un sistema maggioritario, possa essere tradito, di fatto
costituirebbe un rimedio peggiore del male.
Il Premier forte esisterebbe
soltanto sulla carta, in quanto costretto a soggiacere ai ricatti di chi
potrebbe non avere timore di nuove elezioni. Altresì, nessun temperamento
al principio dello scioglimento automatico in caso di sfiducia o dimissioni
del Premier potrebbe essere in grado di permettere al Parlamento di sostenere
il Premier o di esprimere un nuovo Premier laddove dovesse venire meno
l'autosufficienza della maggioranza vincitrice le elezioni.
Il tutto, per altro, in
piena contraddizione con il principio costituzionale sancito all'art. Art.
67 della bozza dei 4 saggi: "I deputati ed i senatori rappresentano
la Nazione e la Repubblica ed esercitano le loro funzioni senza vincolo
di mandato”.
Come dire: i Deputati sono
liberi di esercitare senza vincoli di mandato, ma il mandato è revocato
se non accettano il vincolo costituito dal cosiddetto principio antiribaltone.
Da tutto questo quadro emerge
una verità sin troppo chiara per non essere vista: nel principio
antiribaltone c'è qualcosa, all'origine, che non permette di conciliare
le diverse esigenze senza che tutti i rimedi ipotizzabili si rivelino peggiori
del male.
Per arrivare subito al punto,
è l'esigenza stessa che ci si debba dotare di un meccanismo antiribaltone
il problema da risolvere.
Ma da dove scaturisce questa
esigenza? Dalla demagogica convinzione che nei sistemi bipolari il corpo
elettorale possa esprimere una chiara ed univoca volontà di governo.
Gli elettori, secondo i
sostenitori della logica maggioritaria, votano per un preciso programma
di Governo. La cosa è però più teorica che pratica,
come ha avuto inutilmente modo di evidenziare il professor Sartori durante
l'undicesima seduta della Commissione Bicamerale per le riforme istituita
nella XIII legislatura: «Con tutto il rispetto, mi chiedo quante
cose voti un povero elettore, quante volontà esprima e come si faccia
a sapere quale abbia espresso. Il voto è per un partito, per un
programma, quello dell'Ulivo ha cento punti: per quale di questi cento
punti ha votato l'elettore? Non esageriamo con la tesi per la quale il
popolo ha espresso una certa volontà: ...»
Diversamente, è proprio
a causa del meccanismo di elezione maggioritario che gli elettori sono
costretti a subire la politica dall'alto.
Con quale criterio, infatti,
si può pensare che l'elettore eventualmente deluso da una determinata
coalizione possa votare chi determinate scelte non le fa, l'altra parte
(perché: “che bello, c'è l'alternanza!”), è
un mistero ancora tutto da scoprire.
Accertata, quindi, l'esistenza
di un mondo dei sogni assunto a mondo reale, al commentatore non rimane
altro che constatare gli sterili tentativi, sia della maggioranza che dell'opposizione,
assurdamente arroccate a difesa di un bipolarismo che la realtà
sociale italiana non riesce proprio a digerire, di trovare dei modi sotterranei,
inconfessabili, per cercare di limitare i danni.
In questa chiave, certamente,
può essere letta la bozza Amato, che in qualche modo lascia aperta
la strada ai Governi di minoranza; come anche va letta la bozza dei 4 saggi
laddove al nuovo art. 94 Cost. prevede la fiducia implicita senza la necessità
del voto di fiducia.
Ma per l'appunto, tutto
ciò non fa che confermare l'esistenza di un problema senza soluzione
sinché si rimarrà vincolati all'idea che è soltanto
attraverso la semplificazione bipolare che si possono garantire efficienza
di governo e rispetto della sovranità popolare.