| Dichiarazioni di voto Ddl di revisione
Costituzionale: voto della Camera dei Deputati - 20 ottobre 2005
Fonte: Camera |
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PRESIDENTE. L'ordine del giorno
reca il seguito della discussione del disegno di legge costituzionale,
già approvato, in prima deliberazione, dal Senato, modificato, in
prima deliberazione, dalla Camera e approvato, senza modificazioni, in
prima deliberazione, dal Senato: Modifiche alla Parte II della Costituzione
(vedi l'allegato A - A.C. 4862-C - sezione 1).
Ricordo che nella seduta del 19 settembre
2005 si è conclusa la discussione sulle linee generali.
Avverto che, trattandosi di seconda deliberazione
su una proposta di legge costituzionale, a norma del comma 3 dell'articolo
99 del regolamento, si procederà direttamente alla votazione finale,
previe dichiarazioni di voto.
Avverto altresì che lo schema recante
la relativa ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente
calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).
(Dichiarazioni di voto finale - A.C. 4862-C)
PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni
di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare
per dichiarazione di voto l'onorevole Duilio. Ne ha facoltà.
LINO DUILIO. Signor presidente,
signor ministro, onorevoli colleghi, mentre aspettavo di intervenire questa
mattina come primo degli iscritti dinanzi ad un numero così esiguo
e sparuto di colleghi, mi chiedevo se i costituenti che hanno dato vita
alla nostra Carta costituzionale avrebbero mai previsto che si sarebbe
arrivati ad una situazione in cui essa viene modificata unilateralmente
da parte della maggioranza, in un clima di indifferenza così sostanziale.
Ciò peraltro avviene in seconda lettura, essendosi previsto che
la modifica della Costituzione, data la sua importanza, non si può
realizzare in un'unica soluzione ma necessita di un doppio passaggio.
Cala in me, che sono un romantico sul
piano costituzionale, un po' di tristezza nell'osservare la condizione
in cui siamo precipitati, con una seconda riflessione che servirà
a ben poco e non produrrà alcun sussulto circa la possibilità
di tornare indietro su questa modifica. Invito la maggioranza che l'ha
realizzata questa modifica a riflettere sul fatto che essa ha modificato
la legge elettorale sostenendo che abbiamo un Parlamento basato su una
legge elettorale che produce una rappresentanza che non rispecchia la rappresentanza
della maggioranza degli italiani - questa è la motivazione sostanziale
che è stata data - e, dimenticandosi di questa motivazione, adesso,
con 100 voti di differenza, alla fine della legislatura, modifica da sola
la Costituzione. È una contraddizione in termini che si commenta
da sé, al di là di quello che può essere il merito,
su cui si può essere d'accordo o meno. Non si può cambiare
la legge elettorale affermando che essa non riflette la maggioranza dell'opinione
degli italiani e poi, con questo tipo di maggioranza, frutto dell'attuale
legge elettorale, modificare la Costituzione.
Ripeto: questa è una contraddizione
in termini, che ritengo vada stigmatizzata anche alla luce del fatto che
l'attuale maggioranza scricchiola anche da un punto di vista politico.
Non appartengo a quelli che guardano nella sfera di cristallo, ma non sono
proprio sicuro che questa sarà ancora una maggioranza tra pochi
mesi, a seguito della consultazione elettorale.
Detto questo, accenno ad alcuni punti
nel merito del provvedimento in esame, che vorrei ricordare per invitare,
con l'ottimismo della volontà ed il pessimismo della ragione, ad
un sussulto che torni a far riflettere su quanto si sta facendo.
La prima questione è il tema delle
garanzie, che non sono previste in questo progetto. Basta pensare al ruolo
della Corte costituzionale, al quorum per l'elezione del Presidente della
Repubblica, al referendum popolare, ai regolamenti parlamentari che mortificano
il ruolo dell'opposizione. Il discorso delle garanzie è di grandissima
rilevanza e a fondamento della vita democratica, per affrancarla dai rischi
di una regressione qualitativamente poco democratica.
Credo che questo sia uno dei primi aspetti
da riconsiderare relativamente al disegno di legge costituzionale di modifica
della nostra Costituzione.
The second best, come dicono gli inglesi,
vale a dire il secondo elemento che vorrei richiamare alla vostra attenzione,
riguarda il ruolo del Primo ministro, il cui strapotere produce una mutazione
del nostro sistema parlamentare, peraltro in modo subdolo. Vorrei sottolineare,
inoltre, che voi avete approvato una legge elettorale che, sostanzialmente,
porta questo Parlamento ad avere una trentina di sedicenti leader, come
ha affermato il mio amico e maestro Gerardo Bianco, «uomini forti
dal pensiero debole», e circa seicento «camerieri», lo
dico tra virgolette, con tutto il rispetto per la categoria.
In tale contesto, con questo tipo di Parlamento,
prevedete lo strapotere del Primo ministro, che sarà anche in grado
di licenziarlo, in una situazione che è veramente un capolavoro
sul piano della gentilezza democratica e sotto il profilo dei principi,
degli equilibri, dei pesi e dei contrappesi di un sistema parlamentare
nel quale il potere esecutivo dovrebbe porsi, rispetto a quello legislativo,
in una condizione ben diversa da quella prevista in questo progetto.
Sono di fronte ad uno svilimento del Parlamento,
che mette questa istituzione gloriosa in una condizione avvilente. Basta
vedere lo spettacolo a cui è ridotto oggi il Parlamento per renderci
conto che stiamo producendo una ferita gravissima al tessuto istituzionale!
Sebbene ci troviamo in questa condizione, con la modifica della legge elettorale
e la prossima modifica della Costituzione, mettiamo sotto i piedi, se così
posso dire, i principi su cui abbiamo costruito nel nostro paese un sistema
democratico che ha retto per più di cinquant'anni.
State producendo una deriva cesarista,
che sarà dovuta non alla cattiva volontà o ai cromosomi antidemocratici
di Tizio, di Caio o di Sempronio! La democrazia è fatta di regole,
di presupposti, di pesi e contrappesi (questo è il principio di
fondo) e, pertanto, non ce la prendiamo con Tizio, con Caio o con Sempronio;
quando le istituzioni sono messe nelle condizioni per cui chiunque ne può
approfittare, in presenza di regole che elevano il potere e determinano
strapotere, credo che soprattutto gli spiriti liberali che dovrebbero abitare
nella maggioranza di centrodestra si dovrebbero sollevare.
Abbiamo un'altra idea di democrazia, anche
con riferimento alla questione del federalismo, che è il terzo elemento
- the third best, per essere ironici - che vorrei affrontare.
Noi abbiamo in mente un'idea di federalismo
che unisce e non che divide; forse, tutti siamo stati un po' superficiali
nell'introdurre la questione del federalismo, anche solo in termini semantici,
oltre che istituzionali, nel nostro paese, senza avere posto un'adeguata
attenzione a ciò che è accaduto in altri paesi che hanno
già avviato alcune esperienze in senso federalista.
Noi siamo per un'idea di federalismo che
unisce, che produce unità nel paese e non la sua disunità!
A me, peraltro, piace poco la parola federalismo, perché amo il
concetto di autonomia, essendo un popolare sturziano. Noi popolari siamo
per lo Stato delle autonomie, piuttosto che per uno Stato federalista!
Con questa modifica state introducendo
nel testo della Costituzione la previsione di competenze esclusive delle
regioni in determinate materie (sanità, scuola, polizia locale)
senza nemmeno sapere di che cosa si sta parlando. Qualcuno dice che la
polizia sarà solamente amministrativa; qualcun altro afferma che
sarà come quella che vediamo nei film americani, con la pistola,
che insegue qualche malfattore sulla strada, e così seguitando.
Ci troviamo, insomma, in una situazione
di pressappochismo giuridico e costituzionale che credo rappresenti un
vulnus.
Vorrei concludere il mio intervento ribadendo
che siamo per lo Stato delle autonomie, poiché proveniamo da una
tradizione culturale, quella del popolarismo (da Sturzo a Moro, a Bachelet
a Ruffilli), che individuava nelle autonomie il cuore dello Stato, in un'ottica
di condivisione, non di divisione, come strada maestra per la costruzione
per via sussidiaria di uno Stato in un orizzonte anche sovranazionale.
Un impianto che non mortifica la solidarietà e che non esalta, come
il vostro, un egoismo territoriale inevitabilmente destinato a produrre
il temibile e regressivo rischio di coltivare principi, come sangue, suolo
e valori, che sono suscettibili di involuzioni pericolosissime per la vita
della nostra comunità.
Per tutte queste considerazioni, esprimeremo
convintamente un voto contrario sul provvedimento in esame, confidando
sul fatto che il referendum popolare cancelli questo colpo di mano che
si sta realizzando con riferimento alla Costituzione del nostro paese (Applausi
dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di
sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-l'Unione).
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente,
colleghi, a oltre quattro anni dal suo insediamento, tutti possono constatare
che il centrodestra non è in grado di condurre l'Italia nel processo
di modernizzazione indispensabile per il suo rilancio.
Gli annunci del Presidente del Consiglio,
Berlusconi, non hanno avuto alcun seguito concreto ed il paese rischia
il declino, schiacciato dalle mancate riforme. Per il terzo anno consecutivo
la crescita sarà inferiore all'1 per cento, la mobilità sociale
è bloccata, la transizione politico-istituzionale sembra non avere
fine, la competitività e le esportazioni non reggono il passo con
gli altri paesi europei e stiamo cadendo in una spirale di illegalità
e di immoralità che non ha eguali in nessun paese avanzato.
E quando le cose vanno male e il centrodestra
è in affanno, quando la discordia tra le forze della maggioranza
parlamentare impedisce decisioni efficaci, si torna a premere il pedale
sulle riforme costituzionali, sulle modifiche alla legge elettorale, quali
obiettivi alternativi da dare in pasto all'opinione pubblica e, addirittura,
come possibile terreno di incontro, di mediazione, tra partiti in conflitto
sulle politiche concrete. Insomma, si dà la devolution alla Lega,
il proporzionale all'UDC, il premierato forte a Forza Italia, si garantisce
all'onorevole Fini la successione alla guida della Casa delle libertà
e poi si vedrà!
Tuttavia, il rischio è quello di
avviare processi di cambiamento non sufficientemente motivati e, comunque,
di indebolire il tessuto costituzionale. La Costituzione non è una
qualsiasi legge che offre risposte contingenti in base agli indirizzi prevalenti
nell'elettorato in un dato momento: è il testo che racchiude ed
esprime le basi stesse della convivenza civile e politica, che offre una
cornice permanente di principi, all'interno della quale la dialettica politica
si può svolgere, consentendo la prevalenza, di volta in volta, di
indirizzi diversi, ma sempre nel rispetto di esigenze essenziali, di garanzie
che riguardano tutti.
Disperdere e banalizzare questo patrimonio
segnerebbe un pauroso regresso. Per questa ragione, di fronte al progetto
proposto dalla maggioranza, prima ancora della valanga di motivatissime
critiche che ne hanno investito i contenuti, occorre ribadire che è
sbagliata la premessa. Una riforma costituzionale non si può approvare
per volontà di una maggioranza elettorale comunque contingente,
senza e contro il consenso delle minoranze. E se ha sbagliato il centrosinistra
nella scorsa legislatura ad approvare da solo, all'ultimo momento, la riforma
del Titolo V della Carta costituzionale (anche se in quel caso non si è
trattato di una intesa della maggioranza imposta all'opposizione, ma di
una intesa che ha travalicato i confini delle parti politiche, tanto che
quella riforma alla Camera di deputati è stata votata insieme da
maggioranza ed opposizione e solo in seguito il centrodestra si è
ritirato improvvisamente dal processo riformatore che aveva condiviso),
tanto più sbaglia l'attuale maggioranza ad insistere nel portare
avanti una riforma ben più ampia e dirompente quale frutto di un
programma approvato solo dagli elettori della Casa delle libertà
e, addirittura, con un'iniziativa formalmente inclusa nel programma di
Governo.
In questo modo finiremo per avere non
una Costituzione, ma una legge costituzionale della maggioranza e del Governo
per poi attendere magari che, in futuro, una nuova maggioranza e un nuovo
esecutivo approvino a loro volta una nuova e diversa legge di riforma costituzionale.
Le modifiche alla Costituzione dovrebbero
essere sempre un fatto straordinario, che interviene solo in presenza di
una convinzione maturata sull'esistenza di problemi che non possono trovare
una soluzione diversa ed adeguata all'interno della cornice costituzionale
vigente nonché sull'attitudine delle riforme proposte a risolvere
i problemi senza aprirne di maggiori.
Per questa ragione, le modifiche della
Costituzione non dovrebbero mai essere il frutto di decisioni di maggioranza,
nel senso di decisioni volute dalla maggioranza politica che dà
vita al Governo né, tantomeno, di decisioni promosse dall'esecutivo.
Tale convinzione sta alla base della scelta,
generalmente accolta in tutte le Costituzioni, compresa la nostra, di garantire
la rigidità della Costituzione, attraverso la previsione di procedimenti
di revisione speciale. Una previsione - mi riferisco all'articolo 138 della
Costituzione - che, insieme alla disposizione sulla Corte costituzionale,
non a caso fu inserita nella sezione della Carta intitolata alle garanzie
costituzionali.
Semmai, oggi, dopo la trasformazione in
senso prevalentemente maggioritario del sistema elettorale, il procedimento
consente l'approvazione di modifiche sostenute da un consenso parlamentare
troppo ristretto e da un troppo limitato consenso popolare esplicito.
Questo non vuol dire chiudersi; nessuno
di noi pensa di chiudersi di fronte a proposte di revisioni costituzionali
mirate, di cui si dovesse dimostrare la necessità, anche perché
la stessa Costituzione è già cambiata, nel senso che già
oggi riceve, per alcuni aspetti, un'applicazione diversa rispetto alle
previsione del passato, pur mantenendo fermi i riferimenti di principio.
E non siamo chiusi a proposte mirate di
revisione, anche perché le riteniamo necessarie; mentre il sistema
politico precedente, con tutti i suoi limiti, possedeva una coerenza interna,
costruita a tavolino dai padri costituenti nel 1947, il nuovo sistema non
ha più questa coerenza. La modifica della legge elettorale, da proporzionale
a maggioritario, impone di ripensare l'intero sistema dei pesi e contrappesi
tra poteri ed istituzioni dello Stato, perché esiste il rischio
che una minoranza nel paese, in grado di esprimere tuttavia una maggioranza
in Parlamento grazie al sistema maggioritario, si mangi tutto e controlli
tutto.
Senza contare che il nuovo Titolo V della
Costituzione ha introdotto una modifica nei rapporti politici e finanziari
tra i diversi livelli di governo che il nostro sistema istituzionale non
è più in grado di gestire efficacemente. Per questo è
necessaria una Camera parlamentare rappresentativa del mondo e delle esigenze
delle autonomie territoriali, che svolga una funzione di coordinamento
delle politiche e di mediazione dei conflitti tra i governi. Non vi è
dubbio che si tratta di esigenze reali, ma la proposta in esame costituisce
una risposta a questa esigenza per molti versi sbagliata e contraddittoria.
Intanto va chiarito che la proposta non
trova la sua vera ragione d'essere in un progetto di effettivo rafforzamento
del regionalismo italiano. La proposta del federalismo, infatti, doveva
servire a ricomporre il rapporto logorato tra società ed istituzioni,
ma da quando gli italiani nel 2001 hanno votato a favore di una riforma
federale che doveva accrescere i poteri degli enti locali e rendere la
politica più vicina agli interessi dei cittadini, le cose vanno
avanti come e peggio di prima. Questo accade perché nei fatti la
politica nazionale ha ridotto lo spazio di autonomia degli enti locali
e, a parte un po' di lavoro in più per i giudici costituzionali,
chiamati a mediare i conflitti tra le regioni e lo Stato determinati dalle
diverse interpretazioni della nuova Carta costituzionale, di questo famoso
federalismo non si è vista traccia, al punto che anche nel caso
della devolution le novità sono in larga parte apparenti, perché,
al di là di alcune correzioni minori, l'impianto della riforma del
2001 non viene sostanzialmente alterato.
La novità dovrebbe essere l'attribuzione
di una competenza legislativa esclusiva alle regioni in alcune materie
specifiche. Il progetto in discussione lascia, tuttavia, alla competenza
statale la determinazione dei livelli essenziali dei diritti e le norme
generali sull'istruzione, aggiungendo anche le norme generali sulla tutela
della salute, mentre resterebbe di competenza concorrente l'istruzione.
Quanto alla polizia amministrativa, tutto si ridurrebbe alla precisazione
che essa può essere anche regionale, oltre che locale.
Come ha osservato Valerio Onida, il fatto
che in tal modo si devolva alle regioni qualcosa e addirittura qualcosa
di esclusivo è difficilmente sostenibile. Vi saranno naturalmente
controversie ulteriori sui rapporti tra norme generali e princìpi
fondamentali, di competenza dello Stato, e normativa di organizzazione
di dettaglio di competenza regionale. Si discuterà su quanto la
legislazione statale, in tema di determinazione dei livelli essenziali
dei diritti, possa interferire nelle materie di competenza regionale, ma
non verranno sostanzialmente spostati i confini tra i poteri centrali e
locali.
«E allora - si è chiesto
proprio Onida - val la pena di impiegare tante energie
politiche e parlamentari in una contrapposizione
su temi costituzionali, anziché concentrarsi sullo sforzo per far
funzionare un po' meglio questo nostro zoppicante regionalismo, attraverso
la legislazione ordinaria, le riforme amministrative, la realizzazione
del nuovo sistema finanziario e fiscale, promesso dalla Costituzione ma
ancora inattuato e in assenza del quale i nuovi poteri delle regioni sono
destinate a rimanere soltanto sulla carta»? E come si fa a non vedere
il paradosso per cui, mentre si promettono alle regioni nuovi poteri con
la cosiddetta devolution, lo stesso Governo che propone la riforma fa approvare
in Parlamento norme e misure di legge ordinaria, diverse volte annullate
dalla Corte costituzionale, che il più delle volte rinverdiscono
pratiche centralistiche nel campo dei lavori pubblici, dell'urbanistica,
dei fondi e microfondi gestiti dallo Stato per le finalità più
diverse, in materie di competenza già regionali?
Come si fa a non vedere, con tutto il
rispetto per le difficoltà congiunturali, anche in sede di legge
finanziaria, che è necessario evitare manovre estemporanee e che
occorre impostare con urgenza un sistema di finanza pubblica regionale
e locale che sia certo, stabile, coerente? Che è necessario realizzare
quel federalismo fiscale che l'articolo 119 della Costituzione detta, ma
che nessuno nell'attuale maggioranza pare abbia fretta di realizzare, nemmeno
quelli che dicono di battersi per il federalismo e che, in realtà
lo tradiscono, perché non comprendono che il fallimento si evita
non già mettendo altra carne al fuoco nel paniere delle competenze,
ma rendendo effettivo l'ampio spazio di autonomia che è già
concessa agli enti locali?
E non stupisce che il progetto di riforma
in discussione, che sembra mosso da questo apparente intento di rifondare
il bicameralismo su basi diverse da quelle attuali, non compia il passo
necessario verso tale scopo, cioè l'istituzione di una Camera rappresentativa
del mondo delle autonomie territoriali: un Senato federale. È ciò
perché il Senato federale di federale ha pochissimo, e, come oggi,
sarebbe formato da senatori eletti direttamente dai cittadini e vedrebbe
solo una partecipazione, senza diritto di voto, dei rappresentanti regionali
e locali. Dunque, sarebbe destinato a deliberare sulla base di schieramenti
di partito e non sulla base di una provenienza regionale. Questa proposta
non compie i passi necessari in questa direzione, perché la riforma
in discussione non ha la sua vera ragion d'essere in un progetto di rafforzamento
effettivo del regionalismo italiano.
Ci sarebbe da discutere se forme di regionalizzazione
più intense di quella attuale siano auspicabili, sopportabili dal
nostro paese. Ma resta il fatto che la riforma in discussione è
diventata soltanto una bandiera che la Lega sventola al proprio elettorato,
in cui le norme della cosiddetta devolution funzionano da merce di scambio,
da traino per altre innovazioni costituzionali: sul Governo, sul Parlamento,
sulla Corte costituzionale; innovazioni, queste sì, che rischiano
di alterare equilibri costituzionali delicati.
Ma se la riforma non ha questo obiettivo,
qual è l'obiettivo centrale?
PRESIDENTE. Concluda, onorevole Maran.
ALESSANDRO MARAN. Ho terminato, signor
Presidente. Come dicevo, l'obiettivo è quello centrale di Governo.
Ce n'è abbastanza, allora, per
chiedere, come faremo, il referendum per annullare una riforma contraddittoria
(Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e
della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Invito i colleghi a rispettare
i tempi.
Ha chiesto di parlare
per dichiarazione di voto l'onorevole Zaccaria. Ne ha facoltà.
ROBERTO ZACCARIA. Signor Presidente,
molte obiezioni di carattere generale, di ordine politico e costituzionale,
sono già state svolte: le condivido e ad esse mi richiamo. In questa
dichiarazione vorrei, però, soffermarmi su uno dei punti emblematici
della riforma che oggi discutiamo, e precisamente sull'articolo 39 del
disegno di legge costituzionale, che modifica l'articolo 117 della Costituzione,
già novellato nel 2001.
Con queste disposizioni si interviene,
tra l'altro, con diverse correzioni ed integrazioni rispetto al testo del
2001, sia per quanto riguarda la definizione del riparto di competenze
tra Stato e regioni, in alcuni ambiti materiali, sia con la novella relativa
al quarto comma dell'articolo, introducendo la cosiddetta devoluzione.
È necessario operare una netta
distinzione tra le due tipologie di modifiche, perché sono ragioni
diverse che le ispirano. Infatti, mentre avrebbe potuto anche essere opportuno
un intervento a fini migliorativi degli elenchi dei commi secondo e terzo
dell'articolo 117 della Costituzione, questo non accade con la riformulazione
del quarto comma dello stesso articolo, ovvero la cosiddetta devolution
in senso stretto, che attribuisce competenze esclusive alla legislazione
regionale su scuola, sanità e polizia amministrativa, regionale
e locale.
Sul primo punto, in astratto, si sarebbe
anche potuta valutare l'opportunità di intervenire su alcuni profili
opinabili contenuti nel testo del 2001. Mi riferisco, in particolare, a
materie quali le grandi reti di trasporto e navigazione, la produzione,
trasporto e distribuzione nazionale dell'energia, e ad altre ancora.
Per quanto riguarda la devolution è
invece necessario svolgere alcune considerazioni ulteriori. Essa è
frutto di una sorta di trapianto; ricordiamo che la devolution costituiva
una proposta di legge costituzionale a sé stante, dibattuta ed approvata
in prima lettura all'inizio della legislatura e poi inserita bruscamente
nel testo di riforma della seconda parte della Costituzione. Sebbene la
devoluzione richiami, almeno in termini formali, il processo avvenuto in
Gran Bretagna, gli aspetti di affinità sostanziale con una simile
esperienza sono del tutto inconsistenti.
Una simile attribuzione di competenze
esclusive non si riscontra neanche nelle esperienze europee tendenti alla
più forte valorizzazione delle istanze decentrate: non si verifica
nei Länder tedeschi, né nelle comunità autonome spagnole
e nemmeno nell'esperienza belga. Di fronte ad una attribuzione di competenze
così rilevante, non si riscontra, nel nostro ordinamento, una parallela
affermazione della clausola di supremazia americana, o dell'analoga clausola
costituzionale tedesca: in pratica, un istituto unificante azionabile dallo
Stato centrale, che è stato richiamato anche dalla Corte costituzionale
nella celebre sentenza n. 303 del 2003.
Non è possibile, infatti, considerare
in questa luce la reintroduzione del limite dell'interesse nazionale per
la legislazione regionale, soprattutto alla luce del controverso meccanismo
individuato per la sua procedibilità.
Mi preme, soprattutto, sottolineare come
il testo in esame sia oscuro e si presti alle interpretazioni più
contrastanti. Dimostrazione: è stata sostenuta un'impostazione per
così dire continuistica - lo ha sostenuto D'Onofrio - ed anche un'interpretazione
di dirompente novità.
È interessante quello che in dottrina
sostiene Gambino, il quale ha riassunto le due impostazioni in una sorta
di binomio paradossale fra una bomba, da un lato, e una bolla di sapone,
dall'altro. Tanto per fare un esempio, non si sa, né lo hanno chiarito
gli esponenti del Governo, che cosa sia davvero la polizia amministrativa
regionale e cosa comporti l'attribuzione esclusiva alle regioni della sua
disciplina, a fianco dell'attribuzione allo Stato delle competenze in materia
di ordine pubblico e sicurezza. Non è neppure ben chiarito il discrimine
tra gli interventi dello Stato e delle regioni in materia di istruzione,
date le attribuzioni, altrettanto esclusive dello Stato, in materia di
norme generali sull'istruzione definite dall'articolo 117 della Costituzione.
Un altro dei principali rischi derivanti
dalla cosiddetta devolution è la possibilità di un eccessivo
rafforzamento della posizione delle regioni, non solo e non tanto nei confronti
dello Stato centrale ma, anche e soprattutto, sul versante delle autonomie
infraregionali. Il principio autonomistico è ben presente nella
Costituzione sin dall'articolo 5 e si è progressivamente affermato
nell'ordinamento, anche attraverso le riforme attuate con norme ordinarie;
cito, fra tutte, le leggi Bassanini. La riforma del Titolo V della Costituzione
sembra averlo sviluppato ulteriormente anche se forse non ancora pienamente.
L'assegnazione alle regioni di competenze così rilevanti rischia
di trasformare gli enti locali da enti autonomi in meri istituti di decentramento
che, com'è noto, è cosa ben diversa. Successivamente, mentre
da una parte si fonda la legittimità e l'opportunità della
devolution sul ritenuto necessario ampliamento delle funzioni e delle competenze
delle regioni, dall'altra se ne limita una possibilità di sviluppo
e di possibile differenziazione.
La maggioranza ha prospettato una sorta
di bilanciamento all'interno della riforma costituzionale tra devoluzione
di competenze esclusive alle regioni e reintroduzione della clausola dell'interesse
nazionale. In dottrina si è da più parti contestato che la
reintroduzione in Costituzione di una simile clausola sia sufficiente a
ripristinare un indirizzo unificante a fronte della aumentata autonomia
regionale. Si è da più parti ricordato come essa costituisca
una sorta di formula vuota e come il vero parametro di confronto debba
essere costituito dai livelli essenziali delle prestazioni concernenti
i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale indicati dall'articolo
117, comma secondo, della Costituzione (questa è la posizione di
Manzella). Inoltre, alla riesumazione dell'interesse nazionale si è
proceduto inserendo una formula davvero originale, affidando il sindacato
delle leggi regionali al Parlamento in seduta comune: vi ricordate, quando
il Parlamento interviene, ad esempio, per eleggere i giudici costituzionali,
che efficienza dimostra? Forse non ci si è accorti che il giudizio
di merito sull'interesse nazionale delle leggi regionali non è mai
stato, - ripeto, mai - attivato prima del 2001, quando era previsto il
procedimento attraverso un atto bicamerale non legislativo. Figuriamoci
cosa accadrebbe se lo si affidasse alla improbabile mediazione elefantiaca
della struttura immaginata in questo testo.
Il pericolo maggiore del testo di questo
provvedimento è quello che «tocca» l'unità nazionale
nel suo risvolto di coesione sociale e territoriale. Tutti conosciamo bene
il nostro paese, con le sue diversità e gli squilibri che storicamente
ha vissuto e che tuttora lo attraversano. Lo sapevano bene i nostri padri
costituenti che, per questo fine, avevano dato un forte impianto solidaristico
alla nostra Carta costituzionale. Nella Costituzione del 1948, all'articolo
119, quarto comma, si prevedevano contributi speciali finalizzati alla
valorizzazione del Mezzogiorno e delle isole o di singole regioni. Tali
squilibri non sono stati eliminati nel corso degli anni e con la riforma
del Titolo V si è generalizzata la clausola, istituendo, a fianco
dei principi del cosiddetto federalismo fiscale, il fondo perequativo per
i territori con minore capacità fiscale (articolo 119, terzo comma,
della Costituzione). Inoltre, il testo del 2001 dispone la destinazione
di risorse aggiuntive e prevede interventi speciali per promuovere la coesione
e la solidarietà sociale e per rimuovere gli squilibri economici
e sociali. Si tratta di un apparato molto complesso, ma in questa materia
non si può intervenire con l'accetta.
Tutto ciò sta a dimostrare un interesse
costante del costituente e del legislatore costituzionale a fini di solidarietà
e di redistribuzione in una realtà nazionale estremamente diversificata
dal punto di vista delle condizioni di partenza delle diverse parti del
paese. Al contrario, la devolution mira direttamente, in nome, o meglio,
con il pretesto dell'autonomia regionale, ad un abbandono dell'intervento
di perequazione e di redistribuzione, a tutto vantaggio delle zone più
ricche, lasciando, di fatto, al loro destino le zone più disagiate.
Questo è stato ben colto durante
il dibattito che si è svolto nel paese in occasione delle elezioni
regionali: in alcune regioni avete perso soltanto perché non avete
compreso che la gente avrebbe capito questa modifica così devastante.
Le regioni riceveranno anche minori trasferimenti dallo Stato a causa dei
continui tagli che vengono dalle vostre leggi finanziarie.
In conclusione, signor Presidente, credo
che voi - voglio dire voi della maggioranza - approverete senza il nostro
concorso questo pessimo testo di riforma costituzionale; ma noi abbiamo
la certezza morale che vi batteremo al referendum: così salveremo
la nostra Costituzione (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita,
DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-l'Unione)!
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mantini. Ne ha facoltà.
PIERLUIGI MANTINI. Signor Presidente,
in ragione della complessità e della delicatezza della materia,
le chiedo, ringraziandola anticipatamente, di accordarmi la facoltà
di produrre un testo scritto da pubblicare
integralmente in calce al resoconto della seduta odierna.
PRESIDENTE. La Presidenza lo consente
sulla base dei criteri costantemente seguiti.
PIERLUIGI MANTINI. Di conseguenza, in
questa sede mi limiterò alle osservazioni possibili.
È ormai noto agli italiani che
abbiamo più volte evocato e rievocato l'intervento dello spiritus
creator su questi nostri lavori costituenti, come già fece, per
il vero con maggiore successo, Benedetto Croce. Siamo rimasti inascoltati!
Neanche il più laico spirito costituente,
quello del reale confronto democratico richiesto dalla Costituzione per
ogni sua riforma, si è materializzato nel corso di questi travagliati
lavori. Al contrario, il potere costituito si è fatto costituente
e la maggioranza si è chiusa in se stessa, prima con i cosiddetti
saggi, nella baita di Lorenzago, poi nelle aule del Parlamento.
Divisa e confusa, la maggioranza sta utilizzando
la riforma della seconda parte della Costituzione a soli fini di equilibrio
e riequilibrio interni: un po' di devolution alla Lega, l'interesse nazionale
per AN, lo scambio con la legge proporzionale per l'UDC, il «premierato
assoluto» per le pulsioni plebiscitarie e populiste di Forza Italia,
accompagnato da una legge «salva Previti». Sembra un calembour
assurdo e surreale, eppure è la realtà!
La riforma costituzionale in esame è
priva di un'anima ed è intrisa soltanto di interessi di parte: regole
per la Casa delle libertà anziché per la casa comune degli
italiani, come dovrebbe essere la Costituzione. Non abbiamo mai negato
la necessità di riforme mirate, adeguate a sostenere un bipolarismo
democratico e l'efficienza del Governo, in un quadro di federalismo ordinato
e solidale: in tal senso, abbiamo avanzato proposte (su cui non tornerò
nello specifico) per cercare di disegnare le istituzioni del bipolarismo.
Ma ciò che, invece, emerge e viene
sottoposto al nostro voto è un pasticcio indigeribile, un duro colpo
ai principi sostanziali su cui si fonda l'ordinamento repubblicano. Userei
tre espressioni gergali per riassumere ciò che questo disegno di
legge costituzionale tenta di realizzare: involution, «premierato
assoluto», da qualcuno definito «Silvierato assoluto»,
bicameralismo più che imperfetto.
Con la parola involution voglio indicare
quel groviglio confuso di competenze legislative esclusive che sono state
suddivise tra Stato e regioni, attraverso un meccanismo che, da una parte,
le assegna e, dall'altro, le rinnega: attribuite una competenza esclusiva
alle regioni in materia di sanità, polizia, istruzione, ma poi la
rinnegate attribuendo alla competenza esclusiva dello Stato le norme generali
sulla sanità!
Ponete grande enfasi sull'organizzazione
scolastica delle regioni, ma restano allo Stato le norme generali sull'istruzione
e i poteri che discendono dall'articolo 33 della Costituzione.
Volete la polizia dei governatori, ma
vi riducete alla polizia amministrativa regionale, con ciò mortificando
lo stesso principio di sussidiarietà che attribuisce ai comuni compiti
amministrativi.
A questo pasticcio avete aggiunto la clausola
di supremazia dell'interesse nazionale che consente, in pratica, alla maggioranza
di Governo di annullare la stessa autonomia legislativa delle regioni.
Complicazioni inutili che aumentano il contenzioso presso la Corte costituzionale
nei conflitti di attribuzione, senza alcuna utilità.
Si rischia di perdere ulteriormente il
principio fondamentale di sussidiarietà istituzionale, in favore
di un federalismo autoreferenziale, competitivo e rissoso. In questo modo,
però, non si svilupperanno mai con efficacia le politiche nazionali
di cui l'Italia ha bisogno per uscire dalla deriva nella quale avete contribuito
a metterla.
E poi, ancora, il premierato assoluto.
Tutta la dottrina costituzionale più autorevole concorda sulla gravità
del modello che avete disegnato con questa riforma: il potenziamento estremo
della figura del Primo ministro attraverso la sua sostanziale elezione
diretta e la sua esenzione dalla fiducia iniziale del Parlamento; il potere
che gli è dato di forzare la Camera dei deputati all'approvazione
delle misure legislative da lui ritenute essenziali; l'automaticità
dello scioglimento della Camera, conseguente alla sfiducia ed il larghissimo
potere di determinarlo in altri casi da lui esclusivamente valutati, facendo
così venir meno le prerogative stesse, il contrappeso e l'equilibrio
dei rapporti tra esecutivo e Parlamento.
Tutto questo, per l'appunto, senza alcuna
attenzione per i poteri del Parlamento, per l'equilibrio tra gli organi
istituzionali. Ed è giusto quanto detto da altra autorevole dottrina
e cioè che il senso profondo che emerge è piuttosto quello
di una drastica semplificazione del circuito democratico, riducendolo alla
scelta, ogni cinque anni, di una sola persona direttamente investita dalla
carica di Primo ministro, dotato dei massimi poteri nei confronti, non
solo dell'esecutivo, ma anche del Parlamento, senza più nemmeno
l'intralcio di un Capo dello Stato, i cui poteri vengono ridotti drasticamente.
E poi si passa da un bicameralismo perfetto,
certamente atipico sulla scena istituzionale a livello mondiale, ad un
bicameralismo che definirei più che imperfetto, perché non
abbiamo un Senato federale, perché ci siamo fortemente distanziati
sia dal modello americano sia da quello tedesco. Non abbiamo, quindi, membri
del Senato designati dalle autonomie regionali, ma non li abbiamo neanche
eletti in misura pari, quindi, secondo il principio del federalismo americano,
che vuole che ogni Stato elegga un pari numero di senatori. Ed abbiamo
un procedimento legislativo che, francamente, potrà essere materia
per avvocati, perché ormai abbiamo quattro tipi di leggi ad iniziativa
della Camera e del Senato, bicamerali e anche quelle post-contenzioso arbitrale.
Infatti, avete voluto istituire addirittura una commissione arbitrale per
capire quali siano e quali possano essere in determinate materie le competenze
legislative, il che, credo, la dica tutta sul carattere assolutamente poco
funzionale e tecnicamente grave ed impraticabile di questa stessa riforma.
Signor Presidente, onorevoli colleghi,
non ho più tempo per fare ulteriori osservazioni, ma mi sia consentito
di concludere con un appello, rivolto, in particolare, ai colleghi dell'UDC,
che, più volte, hanno dichiarato di non apprezzare questa riforma
costituzionale (mi pare di comprendere che i colleghi Follini e Tabacci
si asterranno oggi dal voto, mentre altri voteranno a favore).
Ebbene, vorrei dire loro: smettetela con
l'elogio dell'incoerenza, non riducete la politica alla mera distanza tra
le parole e i fatti e ricordate che Winston Churchill...
PRESIDENTE. Concluda, onorevole Mantini!
PIERLUIGI MANTINI. ..., ormai senile -
ho concluso -, il quale era solito dire che preferiva avere ragione piuttosto
che essere coerente, era ormai un politico sconfitto (Applausi dei deputati
del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.
GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente,
oggi, a distanza di una settimana, stiamo assistendo al secondo tempo,
dopo il voto sulla legge elettorale, di quello che voi, colleghe e colleghi
di maggioranza, ritenete essere il vostro sogno della grande riforma politica
istituzionale per l'Italia.
Friedrich Nietzsche dice che il vero sogno
è la capacità di sognare sapendo di sognare, ma voi non sapete
che state sognando, voi credete invece per davvero di stare facendo la
grande riforma, ma questo potete crederlo solo qui ed ora in quest'aula,
in una paradossale rivisitazione della sindrome del sommergibile, per cui
si crede che la realtà non sia il mondo che vive, ma la dimensione
entro cui si è costretti.
La dottrina costituzionale italiana non
crede che questa sia la grande riforma, nella sua stragrande maggioranza,
la considera sbagliata e pericolosa; non lo crede il mondo dell'economia
e del lavoro, che si muove e si mobilita contro questa vostra proposta;
non credono che questa sia la grande riforma i cittadini italiani che domenica,
numerosissimi, vi hanno mostrato un assaggio molto saporito di quello che
desiderano veramente: mandarvi a casa!
Non è il caso che, ancora una volta,
ripeta i motivi di assoluta, radicale, irriducibile contrarietà
alla vostra riforma. Mi limiterò a una sola osservazione per sottolineare
la gravità di quanto state facendo ricorrendo ad una riflessione
di Pietro Calamandrei, fatta qualche tempo dopo l'approvazione della nostra
Carta costituzionale.
Calamandrei si lamentava allora di alcuni
ritardi nell'attuazione della Costituzione, cosa quindi ben diversa dallo
scempio che state consumando voi qui oggi, e diceva: «Più
che la carenza delle leggi, sembra pericolosa la carenza della coscienza»,
e rinviava ad un giudizio molto duro di Balladore Pallieri che vi ripropongo
per la straordinaria attualità ed efficacia: «Il fatto più
grave è che si è accentuato il discredito per la legge, si
è autorizzato il popolo italiano a considerare la legge, anche nella
forma costituzionale, cosa di poco momento a cui si può passare
sopra e che comunque deve cedere il passo di fronte ad altre esigenze considerate
più importanti». Pericolosissimo principio in uno Stato repubblicano,
il quale proprio nel rispetto della legge e della Costituzione trova il
fondamento della propria unità e la base della vita ordinata.
Riflettete, colleghi, perché sembra
scritta profeticamente per voi. Avete fatto una verifica di maggioranza
e l'avete chiamata «riforma costituzionale» e più che
la carenza della legge è pericolosa la carenza della coscienza di
quello che state facendo. È questa banalizzazione della Costituzione
- l'avere scambiato la devoluzione con l'interesse nazionale, il premierato
assoluto con uno Senato pseudofederale, quasi fossero piatti sulla tavola
imbandita dell'accordo di maggioranza e che nulla hanno a che fare con
idee e forme del costituzionalismo moderno - che costituisce l'elemento
di maggiore gravità e di grande preoccupazione.
Il diritto innaturale che vi siete arrogati
a rifare a vostra immagine e somiglianza un pezzo cospicuo della Costituzione
conduce inevitabilmente verso l'esito di trasformare la nostra Costituzione
in una Costituzione di parte che, in un ordinamento che vuole essere autenticamente
pluralista, è una contraddizione che rinnega della Costituzione
proprio l'essenza quale luogo espressivo di valori condivisi e di regole
del gioco idonee ad assicurarne l'attuazione.
Quella che state perpetrando è
una vera e propria rottura costituzionale sul piano culturale e su quello
normativo. Due sono i punti cruciali, entrambi convergenti verso l'obiettivo
di devitalizzare la forza ordinativa della nostra Costituzione: l'esasperazione
dei conflitti politici tra Governo e Parlamento, tra Governo e Presidenza
della Repubblica, tra Camera e Senato, tra centro e autonomie; l'affievolimento
delle garanzie per come sono designati il ruolo e le funzioni del Presidente
della Repubblica, della Corte costituzionale, il rapporto tra maggioranza
e minoranza, i diritti di cittadinanza.
Nel primo caso, che si concreta nella
prima rottura, l'esito è una politicizzazione della Costituzione;
nel secondo caso, invece, il risultato è una sostanziale decostituzionalizzazione
della nostra Carta: questa è la vostra grande riforma!
A rileggerla, non viene in mente Piero
Calamandrei, che evocava lo spirito lungimirante, il senso storico appreso
da Benedetto Croce, che impediva di trasformare la Costituzione in un gretto
compromesso di partito schiacciato sulle previsioni elettorali dell'immediato
domani; a rileggerla, mi viene in mente, piuttosto, il titolo di un libro,
di una dolente bellezza, di Jean-Claude Izzo Casino totale e, più
ancora, la frase di Jim Morrison con cui si apre il libro: «Non esiste
la verità, ci sono solo storie». Sembra scritto proprio per
voi: questa riforma è un «casino totale»! È una
riforma costituzionale senza verità, ma con molte storie dietro:
la storia della vostra incapacità di essere forza di governo e di
cambiamento; la storia della vostra arroganza di maggioranza; la storia
della vostra incapacità di ascoltare il Parlamento ed il paese;
la storia di una stagione politica che non ha saputo guardare oltre se
stessa ed i suoi immediati tristissimi interessi. Una storia da dimenticare
e superare. E ciò è esattamente quanto accadrà la
prossima primavera, quando a votare non sarete solo voi, in quest'aula,
ma tutti i cittadini italiani (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita,
DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e di Rifondazione comunista
- Congratulazioni)!
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Leoni. Ne ha facoltà.
CARLO LEONI. Signor presidente,
onorevoli colleghi, si sta per compiere, stamani, l'ennesimo atto di protervia
di una maggioranza parlamentare che, come hanno chiaramente rivelato le
recenti elezioni regionali, non è più maggioranza nel paese.
Personalmente, sono tra quanti, non solo per scaramanzia ma per profondo
rispetto nei confronti degli elettori, ritengono aperto in ogni caso l'esito
delle prossime elezioni politiche; non penso che l'Unione abbia già
vinto le elezioni...
PRESIDENTE. Scusi, onorevole Leoni; colleghi,
per cortesia, lasciate parlare il collega. Ministro Calderoli...
CARLO LEONI. Ma ora, in una situazione
quantomeno incerta, una maggioranza parlamentare che è stata già
sconfitta alle «regionali», se non altro per rispetto nei confronti
delle istituzioni, dovrebbe astenersi dall'operare forzature sulle regole,
come invece è avvenuto attraverso la riforma della legge elettorale;
soprattutto, dovrebbe astenersi da uno stravolgimento della Carta quale
quello che intendete operare.
Le elezioni regionali vi hanno visto nettamente
in minoranza; non è dato ora sapere se sarete maggioranza con le
prossime elezioni politiche, molto probabilmente no. Certamente, oggi voi
non potete pensare di essere i padroni dell'Italia; gli oltre quattro milioni
di cittadini che domenica scorsa hanno votato alle «primarie»
dell'Unione hanno voluto manifestare un senso di adesione al progetto politico
del centrosinistra, ma anche una reazione a questa vostra protervia. Hanno
capito che il vostro atteggiamento costituisce un segno di debolezza, non
di forza; di disperazione, non di sicurezza: esso produrrà un effetto
boomerang perché la reazione democratica della maggioranza degli
italiani crescerà e vi porterà, di qui a qualche mese, due
cattive notizie: la prima giungerà con le elezioni politiche della
prossima primavera; la seconda con il referendum che cancellerà
questo stravolgimento della Costituzione. Che la vostra sia una prova di
debolezza e non di forza lo dimostra, d'altronde, lo slalom parlamentare
che avete allestito: vi guardate in cagnesco, con diffidenza l'uno nei
confronti dell'altro disputando se varare prima o dopo la devolution la
legge elettorale.
Ciò significa che vi controllate
a vicenda e che in ogni caso l'atto che si compie oggi è voluto
dalla Lega, è frutto di una trattativa e di un accordo posticcio
dove ognuno ha messo la suo bandierina.
Ne vengono fuori un patchwork privo di
armonia e di funzionalità; un salto grave oltre la Repubblica parlamentare,
con l'aumento dei poteri del Primo ministro; un doppio colpo all'unità
federale del paese, sia con la devolution, che introduce una diseguaglianza
nell'esercizio e nella fruizione di diritti sociali, a seconda delle regioni
di appartenenza, sia con la clausola dell'interesse nazionale, attraverso
la quale una maggioranza parlamentare può giungere a cancellare
una legge regionale.
Si allestisce un Senato che è tutt'altro
che federale: non lo è per composizione, né per meccanismo
di elezione, né per le competenze ad esso attribuite. Si prevede
un procedimento di formazione delle leggi che, bene che vada, porterà
alla paralisi ed alla confusione permanente. Si contempla, altresì,
un Presidente della Repubblica il cui ruolo viene ridotto a poco più
di un maestro di cerimonie.
Affermo che il vostro è un atto
di disperazione, e non di forza, poiché sono certo che i più
consapevoli tra di voi magari non pensano, come facciamo noi, che si stia
portando un grave attacco alla Repubblica parlamentare ed all'unità
del paese, ma certamente sanno che tale impalcatura istituzionale non può
funzionare. Tuttavia, non potete farci niente, perché a questo passaggio
sono legate le sorti della maggioranza e della coalizione: per questi motivi,
si tratta di un atto disperato e senza futuro.
Qualcuno tra di voi (come, ad esempio,
gli onorevoli Tabacci ed Adornato), nel corso del dibattito, la scorsa
settimana, sulla proposta di riforma della legge elettorale, ha fatto appello
ad un confronto bipolare e meno drammatico, ad uscire dalla logica amico-nemico
e ad un maggiore rispetto reciproco tra le due coalizioni. La domanda che
vi pongo è: a chi rivolgete tale predica? Che rispetto c'è
da parte di una maggioranza che, con i suoi soli voti, impone l'approvazione
di una legge elettorale e lo stravolgimento della Costituzione, dopo aver
imposto la legge Gasparri e le leggi ad personam? Vorrei altresì
ricordare che oggi il Presidente del Consiglio ha affermato che, con i
suoi voti, vuole cambiare anche la par condicio.
Che opposizione sarebbe quella che non
dovesse ribellarsi a tale protervia? Noi non vogliamo la conservazione.
Sappiamo bene che è necessario apportare degli aggiornamenti a taluni
aspetti della Parte II della Costituzione, come la fine del bicameralismo
perfetto ed un vero Senato federale o delle regioni. Riteniamo, altresì,
che, per consolidare il bipolarismo, contro il rischio di un maggioritario
estremista, occorra introdurre garanzie a favore non dell'opposizione,
ma del Parlamento. Crediamo, infine, che servano interventi correttivi
all'attuale Titolo V della Costituzione.
Vogliamo non conservare, ma migliorare.
Migliorare, tuttavia, non significa lo stravolgimento arrogante e confuso
della Parte II della Costituzione. Ebbene, noi intendiamo contrastare tale
stravolgimento. Ci opponiamo oggi, ancora una volta, in Parlamento, e ci
appelliamo da subito ai cittadini italiani, affinché, nella prossima
primavera, diano vita ad un'alternativa politica democratica al Governo
della Casa delle libertà ed affinché il referendum cancelli
questa pagina nera della storia italiana (Applausi dei deputati dei gruppi
dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tabacci. Ne ha facoltà.
BRUNO TABACCI. Signor Presidente,
il disegno di legge costituzionale al nostro esame può essere scomposto
in due parti ben distinte. La prima è diretta a correggere e ad
integrare la riforma federalista approvata dal centrosinistra nello scorcio
finale della XIII legislatura. Quella riforma, infatti, varata senza la
necessaria ponderazione per conseguire un obiettivo politico di corto respiro,
merita senz'altro di essere emendata, anche sulla base dell'esperienza
sin qui maturata, che ne ha evidenziato limiti e difetti.
Vorrei rispondere all'onorevole Leoni
che il principio in base al quale ognuno si approva la sua Costituzione,
purtroppo, è stato avviato, in maniera erronea, proprio dal centrosinistra,
nella passata legislatura. Sarebbe bene che ciò non proseguisse:
questa è la mia opinione odierna.
Il Parlamento ha compiuto, in massima
parte, un buon lavoro, modificando una ripartizione delle competenze per
non pochi aspetti irragionevole, nonché foriera di effetti paralizzanti
e distorsivi dell'attività legislativa sia statale, sia regionale.
Per rendersi conto delle incongruenze di cui è disseminata la materia,
basti dare uno sguardo alla giurisprudenza della Corte costituzionale,
la quale è stata chiamata a dirimere conflitti sempre più
evidenti nei rapporti tra regioni e Stato.
Si trattava e si tratta, invece, di costruire
un sistema realmente rispettoso dei principi di sussidiarietà, di
adeguatezza e differenziazione che la riforma del Titolo V - lo ribadisco
-, frettolosamente e demagogicamente concepita, avrebbe del resto già
dovuto far propri.
Nell'ambito di interventi legislativi,
tra l'altro, merita di essere sottolineata la riproposizione della nozione
di «interesse nazionale» che, in omaggio ad una certa retorica
federalista, si era deciso di espungere dall'ordinamento costituzionale,
immemori della circostanza che la Repubblica, per quanto la si voglia federalista
e autonomista, rimane, per nostra fortuna, una e indivisibile.
Il contenuto del disegno di legge, su
questo versante, è condiviso anche da molti colleghi dell'opposizione,
che onestamente, anche se tardivamente, hanno riconosciuto l'esigenza di
correggere la rotta, facendo tesoro della prassi applicativa.
Invece, bisogna continuare a riflettere
sul tema delle competenze esclusive. Del resto, è evidente come
le competenze esclusive dello Stato e, in particolare quelle di natura
orizzontale (determinazione dei livelli essenziali, eccetera), siano inevitabilmente
destinate a lambire le competenze regionali.
Più in generale, è gravido
di rischi parificare in toto le competenze legislative statali e regionali,
perché questo meccanismo, se ci va bene, ci consegna ad una conflittualità
istituzionale permanente e a tensioni politiche ed istituzionali alimentate
dal fatto che le maggioranze a livello nazionale sono diverse da quelle
a livello regionale e che da noi c'è la tradizione di utilizzare
le maggioranze periferiche in alternativa al potere centrale.
Da un punto di vista strettamente politico,
un simile innesto costituzionale è in aperta contraddizione con
l'apparato complessivo dello stesso disegno di legge del Titolo V della
Costituzione. Siamo intervenuti per riequilibrare e per restituire coerenza
e funzionalità al disegno complessivo e per far valere le ragioni
dell'unità.
È sicuramente un giudizio ingeneroso
ed ingiusto, però, quello secondo il quale noi lo abbiamo fatto
per disgregare lo Stato, penalizzando il Sud del paese. A questo tipo di
accusa, però, non possiamo sottrarci per il modo con cui la Lega
ne ha rivendicato il merito, che ha finito per evidenziare un contrasto
di interessi che, forse, va al di là del vero, ma che ha determinato
delle conseguenze che, sul piano elettorale, sono state pagate in misura
assai evidente. Abbiamo invocato il vincolo di coalizione in circostanze
assai meno rilevanti per l'interesse del paese e non siamo stati capaci
di affermarlo quando sono entrati in gioco l'architettura costituzionale
dello Stato e la nostra credibilità nei confronti di settori non
irrilevanti del corpo elettorale.
Ciò che mi interessa osservare
oggi - lo avevo già detto un anno fa - è che va esaminata
la questione della modifica della forma di governo con riferimento alla
recente approvazione della legge elettorale, alla quale anche io ho dato
un contributo con una certa passione.
Ho avuto modo di dire ai colleghi dell'UDC
che mi dispiace anche per quelli tra essi, i quali, avendo il giusto desiderio
di fare una battaglia per un modello di tipo proporzionale, si trovano
ora in contraddizione politica rispetto ad un testo che avrebbe bisogno
di un rafforzamento del sistema maggioritario.
Ovviamente, avevo detto queste cose un
anno fa e non immaginavo che saremmo arrivati così maturamente a
portare a conclusione un processo di riforma elettorale in senso proporzionale.
Però, vedo che c'è un'antinomia molto forte. Ovviamente,
oggi do atto ai colleghi dell'UDC e a me medesimo di aver compiuto quella
battaglia e di averla anche vinta. Ma, poiché non ho cambiato idea
e ritengo che la riforma costituzionale al nostro esame presupponga, invece,
un rafforzamento del sistema maggioritario, non posso non chiedermi oggi
quali riflessi debba avere su tale riforma l'essere andati in una direzione
diametralmente opposta, nonostante si trattasse di un approdo allora inimmaginabile.
Questo è il tema di fondo.
Ovviamente, lo dico solo in termini dialogici
al presidente Bruno e ai componenti della Commissione: il maggioritario
è stato abbandonato perché abbiamo valutato che esso era
all'origine di coalizioni innaturali e coatte, strumentali alla raccolta
del consenso, ma profondamente inadeguate a gestirlo. Il leader della coalizione
aveva un ruolo di arbitro e di decisione finale nell'attribuzione dei collegi,
giustificato dal fatto che i singoli candidati sarebbero stati votati dagli
elettori di tutti i partiti della coalizione.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ALFREDO
BIONDI (ore 10,35)
BRUNO TABACCI. Ad elezioni avvenute, per
la medesima ragione, il leader poteva rivendicare un potere di guida all'interno
della coalizione. Così, la riforma costituzionale ha immaginato
di rafforzare sensibilmente i poteri e di garantirgli una sostanziale inamovibilità,
applicando il principio del simul stabunt simul cadent: il leader, da una
parte, e, dall'altra, la maggioranza parlamentare.
Già in occasione della prima deliberazione
ho avuto modo di chiarire che ritengo del tutto inadeguati i meccanismi,
a volte veri e propri marchingegni, come nel caso della disciplina sulla
questione di fiducia, finalizzati a conseguire gli obiettivi della stabilità
e della governabilità.
L'unico risultato certo appare quello
di far risaltare l'onnipotenza del Capo del Governo, che stride però
con gli equilibri propri del regime parlamentare. Che questo sia il tentativo,
lo si evince da due istituti introdotti dal testo in esame: il voto bloccato
e la questione di fiducia. In entrambi i casi, si vuole porre il Capo del
Governo nelle condizioni di forzare la mano al Parlamento. Il paradosso
è che, come tutti sappiamo, i regolamenti parlamentari, salvo il
caso del tutto particolare dei decreti-legge, consentono oggi alla maggioranza
di approvare ogni sorta di provvedimento legislativo in tempi brevi e certi;
lo abbiamo fatto più volte in questa legislatura. La volontà,
che il Capo del Governo dovrebbe coartare, è quindi con tutta evidenza
quella dei parlamentari che lo sostengono, quasi che egli potesse governare
da solo contro tutti e non sulla base del consenso della maggioranza parlamentare.
La riforma elettorale proporzionale cambia
lo scenario e consente di ragionare sulla riforma costituzionale partendo
da premesse diverse. Quella riforma ha dei limiti: penso all'assenza del
voto di preferenza, ma al riguardo non mi ripeto, perché l'ho già
detto. Tuttavia essa è obiettivamente diretta ad innescare una complessiva
riforma del sistema politico. La scelta per il proporzionale manifesta
la volontà di abbandonare un sistema imperniato sulla dialettica
tra coalizioni, tanto eterogenee ed instabili al loro interno, quanto nettamente
contrapposte, anche su tematiche quali le riforme costituzionali e la politica
estera. Il risultato complessivo di una simile dialettica non poteva che
essere una scarsissima capacità di governo del paese, e questo anche
nei casi in cui la coalizione è maggioritaria ed ha resistito per
l'intera durata della legislatura.
La nuova legge elettorale pone invece
al centro i partiti, come del resto si conviene ad una democrazia parlamentare.
Porre al centro i partiti equivale a porre al centro le identità
politiche, i contenuti programmatici, le affinità culturali e ideali.
Il maggioritario all'italiana ha segnato uno svuotamento e l'impoverimento
della forma partito. La nuova legge elettorale crea le condizioni per rilanciare
la forma partito, favorendo processi di riaggregazione e disaggregazione
delle attuali forze politiche. In tal modo, potranno porsi le premesse
per una vera governabilità, fondata, come avviene in tutta Europa,
su partiti che, anche quando fanno parte di una coalizione, presentano
identità chiare, definite e tra loro affini.
Le nuove prospettive aperte dalla riforma
elettorale impongono con tutta evidenza di ripensare anche la riforma costituzionale.
Il Capo del Governo non può più essere considerato, come
peraltro con non poche forzature si poteva sostenere in costanza di un
sistema maggioritario, l'unico depositario, interprete ed esecutore dell'indirizzo
politico e programmatico della maggioranza di Governo.
Per questo ragioni, egregi colleghi, devo
ribadire il mio dissenso, che resta profondo. Mi dispiace per i colleghi
della Lega, che rispetto profondamente, i quali avevano l'opportunità
di prospettare l'inserimento della devoluzione all'interno di un contesto
costituzionale condiviso. Proseguendo lo scontro parlamentare, si arriverà
ad uno sbocco referendario duro e semplificatore. Non potrò non
partecipare, interpretando il pensiero di molti moderati, a tale chiarimento
referendario, nella speranza che si apra finalmente la strada per un'Assemblea
costituente, in grado di aggiornare davvero la Costituzione, proseguendone
lo spirito.
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Soda. Ne ha facoltà.
ANTONIO SODA. Signor Presidente,
questa requisitoria dell'onorevole Tabacci sulle contraddizioni, non soltanto
interne al testo, ma anche in tema di scelte politiche che sono state compiute
in quest'aula nella riorganizzazione del sistema politico, mi esime dal
riprendere alcuni temi di merito. Non c'è tensione, in quest'aula,
da parte vostra. Non c'è la consapevolezza di segnare un passaggio
storico, come avete detto in questi ultimi tempi. C'è piuttosto
la mortificazione dell'intelligenza, della cultura e della capacità
di esprimere liberamente le riflessioni, che anche molti di voi hanno fatto.
Quindi mi limiterò ad un brevissimo appello a quei pochi che possono
ancora ascoltare e forse proclamarsi uomini liberi.
L'invito a riflettere - se ne avete ancora
il tempo, la capacità e la libertà - sull'opportunità
di astenervi da questo voto suicida non nasce ricorrendo allo sdegno e
all'ironia dolente di Claudio Magris, che il vostro ministro non ha neppure
compreso; questo ministro che scrive piccoli saggi forse neppure accorgendosi
di essere in grado di firmarli.
Né ricorrerò al dileggio
di un insigne grammatico di Padova per il quale la tendenza all'anglicismo
della devolution, che pochi di voi conoscono, è rivelatrice, nella
povertà della cultura, dell'affanno che avete nel vano inseguimento
di un orizzonte europeo, quando invece siete immersi in un soffocante provincialismo.
Né mi appellerò ad un'insigne analista del «Devolution
club», che ha sottolineato il collegamento fra differenti regimi
di autogoverno e le divaricazioni degli statuti dei diritti sociali esercitabili
in aree diverse del paese. Né, infine, invocherò gli allarmi
sulle annunciate disuguaglianze su cui gli improvvisati riformatori da
osteria sono stati più volte chiamati a meditare. Più semplicemente,
vi ricorderò le conclusioni di un raro giornalista di inchiesta
qual è Gianantonio Stella.
Narrando le metamorfosi del mitico nord-est,
questo inviato di politica, cronaca e costume del più prestigioso
quotidiano italiano segnalava come, in due brevi tornate elettorali, con
buona pace del centralismo onnivero, onorevole Tabacci, fu spazzato via
il più grande partito del dopoguerra italiano (dall'80, 70, 90 per
cento, in alcune aree del nord-est, allo 0,2, 2 e 3,4 per cento). Egli
ne indicò la ragione, sia pure evocando un proverbio popolare poco
elegante che forse gli amici della Lega conoscono meglio di me. Esso -
scusate la mia pronuncia - in quelle aree suona così: «Finchè
ghe n'è, viva il re. Se non ghe ne ve più, in mona anche
lù!». Il messaggio è chiaro.
Sono infine le condizioni reali, quelle
materiali e quelle morali e, in ultima istanza, secondo l'intuizione di
una cultura dispersa ma non morta, sono queste le condizioni reali che
muovono i singoli, le comunità, i popoli, anche nelle scelte politiche.
Insisto, presidente Bruno, sull'aspetto
relativo all'ingovernabile sistema delle fonti delineate in questo testo.
Esso sarà ingovernabile in quanto creerà un percorso labirintico
nel quale non vi saranno commissioni paritetiche, legittimazione dei Presidenti
delle due Camere, definizione di competenze, intervento della Corte costituzionale
che renderanno praticabile qualsiasi intervento legislativo. Tutto ciò
in un quadro per giunta complesso del sistema delle fonti che vede, da
una parte, la presenza sempre più forte dell'ordinamento comunitario
e della sua armonizzazione nelle legislazioni nazionali, la fonte legislativa
primaria del Parlamento, le fonti normative secondarie del Governo, le
fonti legislative primarie delle regioni e le loro fonti regolamentari.
Voi avete costruito un percorso nel quale questo paese annegherà,
se non vi fermate! Insieme alla devoluzione, scardinante sotto il profilo
dell'uguaglianza dei diritti, al sistema delle fonti divenuto ingovernabile,
state tracciando un modello di Governo rigido, per un verso, e populista,
per un altro, delineato - Dio mi perdoni! - da questi esperti confusi,
chiamandolo pomposamente riforma costituzionale!
Questo modello di Stato, di Governo, di
legislazione e di rapporti (con l'Unione europea, tra lo Stato e le regioni
e tra Governo ed il Parlamento) comporterà - voi siete sfuggiti
a questa domanda - un costo altissimo in termini finanziari.
Qualcuno ha provato a fare i conti dei
costi di questo farraginoso e pericoloso sistema; alla disgregazione della
garanzia ugualitaria o universalistica dei diritti sociali fondamentali
si associa il costo elevato ed insopportabile che graverà sul cittadino
italiano e sulle comunità, in un periodo, peraltro, di scarsità
di risorse pubbliche e di crisi del sistema produttivo del paese.
I cittadini stanno cominciando a capirlo;
di qui quel proverbio popolare secondo il quale, in fondo, bisogna fare
riferimento alle condizioni reali per l'organizzazione dei rapporti sociali,
etici e produttivi fra i singoli e fra i singoli e le comunità e
le comunità fra di loro.
Tali costi altissimi renderanno impraticabile
questa riforma, che non vedrà mai la luce sotto il profilo del diritto
vivente, perché noi vi fermeremo con i vostri elettori.
Voi pensate che questo sistema, questa
cosiddetta riforma, susciti preoccupazioni e perplessità soltanto
nel Mezzogiorno d'Italia, perché siete fermi all'epoca in cui l'onda,
la spinta disgregatrice o, nella migliore delle ipotesi, la spinta delle
autonomie che proviene dal nord faceva leva sui concetti di uno Stato che
spendeva troppo, che destinava troppe risorse all'autoconservazione, del
cosiddetto assistenzialismo del sud e via seguitando.
Oggi, nel nord-est e nelle aree più
avanzate del paese, inondate da questa crisi terribile che impone la ricerca
di un nuovo modello di sviluppo, quelle popolazioni che si rendono conto
del costo degli apparati, della moltiplicazione delle organizzazioni anche
territoriali, che non rispondono ad una visione democratica di partecipazione,
ma soltanto ad una dimensione politicistica, si ribelleranno e su questo
vi sfideremo! Lo faremo non soltanto in Calabria, in Basilicata, in Puglia,
dicendo a quei nostri compatrioti, a quei nostri cittadini che saranno
mortificati i loro diritti e che saranno annegate le loro esigenze, ma
parleremo anche alle comunità del nord. Diremo loro che questa sciagura,
che li mortifica e che diventerà per loro un peso insopportabile,
è il frutto di una scelta confusa, irrazionale ed arbitraria che
non potrà passare nella coscienza del paese (Applausi dei deputati
dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Gerardo Bianco. Ne ha
facoltà.
GERARDO BIANCO. Signor Presidente,
colleghe e colleghi, oggi non è un giorno felice per la nostra Repubblica
e anche la sciatteria di quest'aula e l'assenza dei colleghi lo confermano.
Sembra non vi sia sufficiente consapevolezza della gravità che si
sta per consumare. Eppure, intere pagine di storia rischiano di essere
cancellate da una riforma costituzionale che nasce dal retrobottega della
politica.
È questo, infatti, lo sfondo che
caratterizza l'iter di questo improvvido testo: lo scambio, il mercanteggiamento,
il reciproco ricatto, il cattivo compromesso. Siamo molto distanti, signor
Presidente - lei che è un grande liberale -, dall'atmosfera ideale
e culturale che alimentò la Carta costituzionale che voi della maggioranza
vi accingete a stravolgere, quella Carta costituzionale che vide i grandi
spiriti della Costituente in quest'aula. Essa fiorì dalla lotta
al fascismo, da un'ansia profonda di libertà, da una comune volontà
di costruire uno Stato democratico che avesse nel Parlamento il suo caposaldo.
Essa riprese il filo interrotto dell'eredità risorgimentale, che
aveva raccolto e realizzato la secolare aspirazione, coerentemente espressa
dalla più alta tradizione culturale e civile italiana - da Dante
a Petrarca, da Leopardi a Manzoni, a Mazzini, che vedrà oggi consumare,
in questo anno di celebrazione, il disfacimento dell'Italia -, ad essere
un unico popolo in un'unica nazione.
Oggi, questa vostra riforma viene celebrata
nelle sagre strapaesane dei presunti popoli padani - onorevole ministro
-, nel disprezzo del tricolore, disperdendo in tal modo la nostra più
preziosa storia.
Sento profondo nel mio animo lo sdegno,
quel sentimento di rifiuto intellettuale e morale che, l'altro ieri, ha
magistralmente espresso un grande intellettuale italiano, Claudio Magris,
nel suo sarcastico atto di accusa - che dovrebbe essere letto da tutti
voi - contro la cosiddetta devoluzione.
Questa non è una riforma, ma piuttosto
una irresponsabile manomissione della Costituzione repubblicana. È
uno strappo anche più grave - e invito i colleghi dell'opposizione
a mobilitarsi - della pessima legge elettorale, che squalifica questa maggioranza.
L'utilizzazione dell'articolo 138 per
modificare ben 50 articoli - circa i due terzi della seconda parte della
Costituzione - che ne capovolgono la logica, l'impianto e l'equilibrio
delle parti, non può che suscitare, onorevole Bruno, forti dubbi
di correttezza costituzionale.
Siete privi del mandato parlamentare per
modificare così radicalmente la Costituzione: manca quella proporzionalità
che riflette le realtà sociali, politiche e culturali del paese,
che possono poi consentire la condivisione generalizzata di una costruzione
che stringe il patto solidale di tutto un popolo. Questo è un testo
di parte e, quindi, è intrinsecamente ed a priori delegittimato.
In quale archivio - onorevoli di Alleanza
nazionale, ieri Movimento sociale - è finita la vostra proposta
di Assemblea costituente, che poteva costituire un itinerario positivo
che avrebbe aperto nel paese un vasto dibattito, creando quel clima di
partecipazione che è elemento essenziale per far sentire come comune
quel patto fondativo della vita politica e civile di un popolo?
Avete preferito ammainare le vostre bandiere
e perfino spegnere quel sentimento di patria che costituiva il valore più
alto della vostra tradizione per un piatto di lenticchie governative.
Rileggetevelo questo vostro testo assurdo,
prolisso e contraddittorio! L'elegante articolo 70, di un rigo e mezzo,
viene sostituito da oltre 90 righe; l'articolo 72 passa da 24 a 67 righe;
gli articoli 57 e 64 vengono triplicati; il 94 passa da 13 a 53 righe.
È chiaro che in questa complicazione del testo vi è il tentativo
di saldare le contraddizioni che derivano da quel mercanteggiamento interno
alla maggioranza. Davvero, in coscienza, mi chiedo se riteniate che si
scriva così la Costituzione.
La vostra ossessione di esaltare il ruolo
del Primo ministro, quasi che il vostro possa essere eterno, rompe il delicato
equilibrio tra il Parlamento (la Camera dei «camerieri», come
ha detto l'onorevole Duilio) e il Capo del Governo. Ciò è
appunto sancito da quel capolavoro legislativo che rende obbligatorio il
collegamento con il designato Primo ministro dei candidati, che annulla
l'articolo 67 della rappresentanza.
Vi è molta arretratezza culturale
nell'idea di rafforzare la governabilità con un accentuato potere
del vertice. Le società complesse si governano con trame istituzionali
articolate, con la libera e convergente cooperazione sociale e politica,
non per comandi autoritari.
Voi decretate l'eclisse del Parlamento,
che era l'asse portante della nostra Carta repubblicana, e aprite la strada
al peronismo e al populismo. Come ha scritto il Kelsen: «Al tramonto
del Parlamento segue sempre quello delle libertà e della democrazia».
Onorevole Bruno, beffarde sono le sue
parole allorché afferma che la complessiva deminutio delle prerogative
del Presidente della Repubblica mira ad esaltare il suo ruolo di garanzia.
Il ridimensionamento è tale da ridurre quel ruolo a pura figura
patetica.
Così pensate di equilibrare le
istituzioni del paese? Con la Corte costituzionale (come è stato
già detto) perversamente politicizzata nella sua composizione? La
Costituzione repubblicana ha unito nel suo lungo corso l'Italia; questa
la divide.
Onorevoli colleghi della destra, voi spesso
invocate riconciliazioni storiche e politiche, ma invece state provocando
profonde fratture.
Onorevole Tabacci, lei ha esposto una
serie di contraddizioni; tuttavia, quale ruolo e quale peso avranno le
sue indubbie ragioni nelle decisioni che saranno adottate? So che gli appelli
fatti in quest'aula non servono a nulla. Tuttavia, onorevoli dell'UDC,
che siete oggi assenti e che rivendicate eredità degasperiane e
democristiane, davvero non siete consapevoli che con questa riforma rinnegate
la Carta costituzionale scritta dai nostri padri costituenti?
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MARIO CLEMENTE
MASTELLA (ore 11)
GERARDO BIANCO. Chi quella carta non l'ha
scritta e, pur giovandosene, l'ha contestata può essere oggi indifferente
e disinvolto.
Onorevole ministro, non basterà
tutta l'acqua del Po per assolvervi dal peccato del disfacimento dell'Italia.
Tuttavia, chi ha la storia alle spalle ed ha coltivato ideali di libertà
e di italianità, chi proviene dalle vicende di forze politiche che
hanno costruito questa Repubblica dovrebbe pur interrogarsi e dire: «No,
io non c'entro».
Circa 700 anni fa, in un'epistola ai reggenti
di Roma, Dante Alighieri scrisse: «Con l'attuale miseria trafisse
di dolore gli altri italiani e li confuse con la vergogna. Chi potrebbe
dubitare che siate voi a dovervi vergognare e dolere, voi che allora foste
la causa della sua inaudita eclisse?». Onorevoli deputati della maggioranza,
questa eclisse della nostra Costituzione è la vostra vergogna, che
ci coinvolge tutti. Abbiamo la speranza che domani gli italiani, con il
referendum, ne ripristineranno l'onore (Applausi dei deputati dei gruppi
dei della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo,
di Rifondazione comunista, Misto-Comunisti italiani - Congratulazioni -
Commenti dei deputati della Lega Nord Federazione Padana)!
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rotondi. Ne ha facoltà.
GIANFRANCO ROTONDI. Signor Presidente,
onorevoli colleghi, la Democrazia cristiana voterà convintamente
la devoluzione e ritiene che questa riforma...
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, per cortesia.
GIANFRANCO ROTONDI. Signor Presidente,
la Democrazia cristiana accetta volentieri un'interruzione per consentire
ai colleghi di complimentarsi con l'onorevole Gerardo Bianco, il cui intervento
è sempre interessante, anche quando è dissonante.
PRESIDENTE. Onorevole Bressa, per cortesia...
GIANFRANCO ROTONDI. Esaurito l'entusiasmo
condivisibile per l'intervento dell'onorevole Gerardo Bianco, voglio annunciare
che voteremo convintamente questa riforma, recuperando una ragione supplementare
dal disagio di coloro che, per 20 anni, hanno bloccato ogni ipotesi di
riforma e ritrovano oggi un sussulto di energia per contestare l'unica
riforma che in questo paese sia giunta al voto del Parlamento e che giungerà
al voto degli italiani. Non si tratta, infatti, di una riforma che naviga
nelle sole acque parlamentari: presto gli italiani si pronunceranno e trarranno
da soli le valutazioni che noi abbiamo accompagnato al varo di questa riforma.
Quindi, chi grida al golpe, chi grida
alla tecnica del blitz, chi agita bandiere confuse di fronte all'elettorato,
avrà tutto il tempo di spiegare le proprie ragioni. L'elettorato,
altresì, avrà tutto il tempo di verificare i danni che annunciate,
e che io non vedo, perché la devoluzione presenta delle sfide, anche
per il Mezzogiorno d'Italia, ma salutare questa riforma con le parole di
un grande meridionalista come Guido Dorso credo sia l'accompagnamento più
appropriato per un testo che tanto dibattito sta suscitando nei meridionalisti
che si affollano al capezzale di un Mezzogiorno che muore.
Nel suo volume «La rivoluzione meridionale»,
Guido Dorso affermava che la sfida del Mezzogiorno è aggredire lo
Stato agitando la bandiera del federalismo. Dorso diceva che il sud deve
minacciare la secessione per ottenere il federalismo e che cento uomini
di ferro, ottenuto il federalismo, cambieranno il Mezzogiorno.
L'eterogenesi dei fini, che il presidente
Gerardo Bianco sovente cita e che ci ha insegnato negli anni giovanili,
può aiutarmi a trasmettere l'idea che questa stessa riforma nasce
dalla volontà di un uomo del nord, ma è nelle mani delle
capacità degli uomini del sud. E, come tutte le riforme federaliste,
può essere un contributo per unire questo paese e non per dividerlo
(Applausi).
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Luciano Dussin. Ne ha
facoltà.
LUCIANO DUSSIN. Signor Presidente,
onorevoli colleghi, questa è una giornata molto importante per la
Lega Nord, perché riesce a coronare anni di lungo lavoro nel tentativo
di modernizzare questo paese. È una giornata importante anche per
tutta la Casa delle libertà, che ha creduto in questo caposaldo
del programma elettorale che abbiamo proposto ai cittadini nel 2001. È
una giornata importante anche per il paese.
È ovvio - ascoltavamo poc'anzi
alcuni interventi in tal senso - che taluni tentino di rovinare la festa
con le solite bugie. Prima, addirittura, un esponente della Margherita
affermava che questa maggioranza è priva di legittimità parlamentare.
L'ho ricordato l'altro giorno ed anche in precedenza, ma, visto che si
continua con le bugie, rimandiamo al deputato della Margherita quanto egli
ha affermato: infatti, la vostra maggioranza abusiva, che nel 2001 ha cambiato
la Costituzione con i voti comperati dall'altra parte, testimonia che siete
falsi (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana)!
Ma, se continuate a ribadire queste falsità, troverete sempre qualcuno
che vi dirà che siete falsi, bugiardi fino alla fine (Commenti dei
deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
Queste sono cose che noi non dimentichiamo
e che ribadiremo sempre. Si tratta di legittima difesa contro i bugiardi.
Vi è una serie di insistenze che
provengono da parte di una opposizione che non vuol cambiare questo paese,
che si fa sponsor di uno Stato borbonico, di uno statalismo ormai asfittico
e fuori tempo, non più in grado di adeguarsi all'economia e alla
globalizzazione, che ci è passata sopra la testa, ma che ci obbliga
a fare qualcosa di nuovo nel paese. Bisogna modificare anche la Carta costituzionale,
non per peggiorarla ma per migliorarla e renderla più moderna e
più vicina ai testi costituzionali degli altri paesi che sono, sotto
questo aspetto, più avanti del nostro. Ma c'è qualcuno, come
testimonia l'intervento «borbonico» che abbiamo ascoltato poc'anzi,
che cerca di rovinare la nostra festa (Applausi dei deputati del gruppo
della Lega Nord Federazione Padana).
Perché dicevo poc'anzi che quella
odierna è una giornata importante? Perché finalmente stiamo
per dare seguito e rispettare uno dei capisaldi, uno degli articoli più
importanti della nostra Carta costituzionale varata nel 1948. Mi riferisco
all'articolo 5. Ricordo, a me stesso e a chi vuole dimenticarlo, che in
tale articolo si prevede che la Repubblica riconosce e promuove le autonomie
locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio
decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione
alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
Tale articolo è stato considerato
lettera morta dal 1948 fino ad oggi. Con il provvedimento al nostro esame
stiamo, quindi, rispettando uno dei capisaldi della Costituzione. Un caposaldo
che stiamo difendendo noi, non certo voi, che invece state difendendo una
cosa che purtroppo, in alcuni passaggi, non sta più ai tempi. Voi
avete cercato, come ricordavo prima, di modificare il Titolo V della Costituzione
con i voti di una maggioranza abusiva; modifica confermata poi dai cittadini
con un referendum, che - ahimè - non prevede un quorum, in cui solo
un cittadino su otto ha detto «sì», cioè un cittadino
su otto ha riconosciuto che voi avevate proposto qualcosa di buono. Una
modifica che è stata bocciata addirittura dai governatori delle
regioni cosiddette «rosse» in quanto, nel corso di questi cinque
anni dalla riforma del Titolo V proposta dal centrosinistra, l'Emilia-Romagna,
la Toscana e la Campania non hanno attinto un bel nulla proprio perché
voi avete cambiato la Costituzione affinché nulla cambiasse. La
vostra è, infatti, una mentalità ultra borbonica.
Ciò detto, vi era il dovere da
parte di chi è un po' più «sveglio» di proporre
qualcosa di nuovo a questo paese, che ne ha bisogno, come testimoniano
i discorsi retorici che abbiamo ascoltato poc'anzi, i quali, a nostro avviso,
cozzano terribilmente con la necessità di adeguare la macchina statale
di questo paese perché essa non dà risposte ai cittadini.
Cosa stiamo proponendo? Stiamo proponendo
delle cose importanti. Innanzitutto, il rispetto dell'articolo 5 della
Costituzione, ma anche il rispetto di quell'articolo che già nel
1948 istituiva le regioni ma che la Democrazia cristiana, ferma e sempre
a braccetto con un Partito comunista altrettanto fermo e logoro, ha bloccato
fino al 1975. Difatti, le regioni sono state ferme per tre decenni per
colpa vostra! E dal 1975 fino ad ora sono rimaste ingessate. Con questa
riforma, allora, noi attribuiamo competenze esclusive sia allo Stato sia
alle regioni; in tal modo, i governatori regionali potranno misurarsi direttamente
con il loro elettorato e non potranno più nascondersi dietro alle
inefficienze del sistema borbonico, tanto caro all'onorevole Gerardo Bianco,
che nascondeva le responsabilità di tutti.
Bocciamo definitivamente un bicameralismo
che era peggio di una partita a ping pong - così è stato
descritto -, perché prevedeva che un provvedimento rimbalzasse dalla
Camera dei deputati al Senato e in quella sede bisognasse poi mettersi
d'accordo con l'allora Partito comunista affinché si potesse rimodificarlo
a virgole imbrogliando i cittadini e vanificando tutti i meriti del nostro
popolo. Tutto ciò ha condotto il nostro paese allo stesso livello
di quei paesi che sono molto più inefficienti del nostro, paesi
sottosviluppati, qualcuno suggerisce, ed ha ragione, proprio per le responsabilità
di quella macchina statale che giustificava le inefficienze intellettuali
dei signori che ancora oggi raccontano bugie dentro questo Parlamento.
Pertanto, via anche il bicameralismo!
Si prevede una garanzia di governabilità
perché vi è l'indicazione del premier.
Ricordo all'onorevole Gerardo Bianco,
borbonico, che l'Ulivo si presentò, nel 2001, con un programma che
contemplava il premierato forte. Dunque, ecco un'altra bugia che abbiamo
udito oggi! Probabilmente, si tratta di una dimenticanza, ma del premierato
forte avete parlato voi; oggi lo rinnegate, mentre noi lo portiamo avanti,
perché siamo più coerenti con il nostro programma e, soprattutto,
con quanto abbiamo scritto ai cittadini. Infatti, ricordo, a beneficio
anche di quest'altra parte (perché ho sentito qualche voce dissenziente),
che la Casa delle libertà ottenne la maggioranza dei voti dei cittadini
italiani, nel 2001, sulla base di un programma che fu stampato (il famoso
librettino) ed inviato famiglia per famiglia. Ebbene, a pagina 3 dell'opuscolo,
al punto 7), si parlava, per l'appunto, della devoluzione dei poteri dallo
Stato centrale alle regioni.
Sia a sinistra sia all'interno della Casa
delle libertà qualcuno dimentica che alle promesse bisognerebbe
rispondere con i fatti, per l'elementare esigenza di non andare a raccontare
frottole al corpo elettorale. Il corpo elettorale ricorda se qualcuno non
sta ai patti!
Non entro nel merito, perché ne
abbiamo parlato tantissime volte e, comunque, il nostro capogruppo interverrà
successivamente al riguardo, ma mi auguro che l'ennesimo imbroglio che
sta preparando la sinistra non vada a creare ulteriori danni al paese,
che ha bisogno di verità.
Stanno già orchestrando un referendum
con gli spot che abbiamo udito prima. Ad esempio, dicono: «Questa
è la riforma costituzionale voluta dalla Lega»; ma dimenticano
che è stata votata anche dai cittadini del centrosud, perché
anche costoro hanno approvato le proposte contenute nel programma della
Casa delle libertà del 2001.
Un altro spot sarà: «Regioni
ricche contro regioni povere». Allora, mi auguro che la Casa delle
libertà riesca, tramite i mass media, a ricordare ai cittadini che
questo è un appuntamento storico: se essi non si recheranno alle
urne per confermare una proposta volta a modernizzare la macchina asfittica
che descrivevo in precedenza, rischiamo che questo paese non abbia, nei
prossimi decenni, nulla di nuovo. In tale denegata ipotesi, resterà
ai cittadini una macchina statale che non sarà più al passo
con i tempi: l'economia mondiale ed i rapporti sociali che stiamo vivendo
a livello mondiale in questi ultimi periodi richiederanno accelerazioni
che questa vecchia macchina non potrà più dare!
Quindi, la bugia delle regioni ricche
contro le regioni povere rischia di fare male più alle regioni povere
che a quelle ricche. Infatti, se riuscirete...
PRESIDENTE. Onorevole Luciano Dussin...
LUCIANO DUSSIN. ... a bloccare l'economia
anche delle regioni ricche, che voi osteggiate da sempre, i primi a patire
la fame saranno i cittadini residenti nelle regioni più povere (Applausi
dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana), i quali sono,
pertanto, i primi ad avere la necessità di non essere imbrogliati
da voi! Ci auguriamo che, quando saranno chiamati al referendum, essi si
dimostrino più intelligenti ...
PRESIDENTE. Concluda, onorevole Luciano
Dussin.
LUCIANO DUSSIN. ... delle proposta che
sentiamo avanzare dal centrosinistra.
Concludo ricordando che, in questa giornata
che segna un po' il trionfo del lavoro degli ultimi anni, il gruppo della
Lega Nord Federazione Padana ...
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Luciano
Dussin.
LUCIANO DUSSIN. ... si sente a posto con
la coscienza, perché è riuscito a rispettare uno dei capisaldi
del programma elettorale del 2001 (Applausi dei deputati del gruppo della
Lega Nord Federazione Padana - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cabras. Ne ha facoltà.
ANTONELLO CABRAS. Signor Presidente,
mi spiace dover deludere il collega Luciano Dussin, pur comprendendo le
ragioni per le quali egli ha considerato questa giornata - come l'ha definita?
- la giornata del trionfo: al contrario, questa non appare una giornata
trionfale, per come si sta sviluppando la discussione qui alla Camera e,
ancor meno, per come viene vissuta dalla società, dal popolo, dal
paese, che non sembra gioire per il trionfo a cui faceva riferimento il
collega.
Come hanno efficacemente detto i colleghi
dell'opposizione che sono intervenuti prima di me e come abbiamo preannunciato
in precedenti occasioni, anche entrando nel merito con dovizia di dettagli,
noi non voteremo il disegno di legge costituzionale in esame.
Tuttavia, vorrei che fossero abbandonati
alcuni toni, che credo siano fuori misura, sia tra chi la sostiene, sia
tra chi la contrasta.
In realtà, si tratta di una riforma
senza capo né coda e dovremmo trasmettere al paese questo messaggio.
È una riforma che non affronta nessuno dei problemi che, invece,
sarebbe necessario affrontare. È piuttosto caricaturale la rappresentazione
che vede, da una parte, i riformatori e, dall'altra, i conservatori, nella
fattispecie noi dell'opposizione, perché è così che
siamo considerati. In realtà, siamo stati gli unici ad aver avviato
una vera riforma di sistema con il Titolo V della Costituzione, che inizialmente
avete condiviso (mi riferisco alla fase istruttoria e delle votazioni della
Commissione bicamerale e alla prima lettura dell'Assemblea). Poi, soltanto
per una regione squisitamente politica, avete deciso di interrompere quel
percorso. Poiché questa era la ragione politica, abbiamo pensato
di concludere la riforma nella successiva legislatura. Ma su quel terreno
occorreva proseguire e non sul vostro, senza capo né coda e che
ha il solo obiettivo di tenere unita la vostra coalizione.
Dunque, con una mano, avete concesso alla
Lega la possibilità di attaccare i manifesti durante la prossima
campagna elettorale per comunicare che finalmente aveva conquistato una
grande riforma della Costituzione, e, con l'altra, sempre nell'ambito della
riforma, avete negato gli elementi di autonomia che la Lega vi ha chiesto,
inventandovi un interesse nazionale che entra con gli scarponi nell'autonomia
e nell'autogoverno che avevamo costruito (per cui è sufficiente
che il Parlamento voti per cancellare una legge regionale).
Dovete spiegare al popolo del nord che
questi sono l'autonomia e l'autogoverno che state approvando attraverso
questa riforma costituzionale. Sicuramente, sarà questo l'argomento
della propaganda che l'altra parte della maggioranza farà nel Mezzogiorno
d'Italia, per cercare di negare il contenuto della riforma che prevede,
tra l'altro, un Senato federale che di federale non ha niente.
La verità sta nel fatto che del
Titolo V non avete cambiato sostanzialmente nulla! Avevate la possibilità
di farlo, ma non lo avete fatto. E sta proprio lì la dimostrazione
della nostra ragione, quando abbiamo percorso quella strada. Certamente,
alcune cose andavano modificate - noi stessi lo abbiamo riconosciuto -,
ma, in realtà, l'asse di quella riforma è la strada che dobbiamo
riprendere e voi, con il vostro comportamento, avete dimostrato che quella
era la strada giusta da percorrere.
La perla della vostra proposta sta nel
contraddittorio equilibrio che avete costruito tra le due Camere. Avete
aggiustato le cose, perché mai e poi mai il Senato avrebbe votato
una proposta come quella che sarebbe stato necessario votare, perché
non aveva un'anima. Quindi, per fare in modo che il Senato l'approvasse,
avete inventato un percorso contraddittorio nel quale il Premier è
padrone della Camera politica, ma è assolutamente prigioniero, con
le mani legate dietro la schiena, dell'altra Camera, ossia del Senato.
Dunque, non avete migliorato il testo. Semmai, avete appesantito gli elementi
di fragilità presenti nel sistema attuale.
Con questa proposta, vi state riprendendo
l'autonomia e l'autogoverno che noi abbiamo rafforzato con la riforma del
Titolo V, con l'interesse nazionale, ignorando completamente l'altra parte
della riforma, ossia il federalismo fiscale, che avevate la possibilità
di attuare grazie alla maggioranza che avete in entrambi i rami del Parlamento.
Non vi sfiora assolutamente, neanche in
questo dibattito, il dubbio che, dopo reiterate sconfitte (ne avete già
collezionate quattro; domenica avete avuto «l'antipasto» di
una futura sconfitta che subirete il prossimo aprile, se il leader del
Governo manterrà la promessa di votare il 9 aprile), state perseverando
su una linea sbagliata?
È una legislatura che sarà
ricordata per le vostre leggi sulla giustizia, per questo pasticcio sulla
Costituzione, per la legge elettorale che avete finalizzato esclusivamente
ad un vostro interesse politico del momento.
Il grande successo di partecipazione che
si è verificato domenica, in occasione delle elezioni primarie da
noi indette, e che voi avete anche provato all'inizio a minimizzare, vi
ha fatto accorgere poi della grande contraddizione tra quanto dicevate
(e cioè che si trattava solo di un trucco) e le immagini trasmesse
da tutte le televisioni, che mostravano file enormi di cittadini, uomini,
donne, giovani e vecchi che si recavano a votare. A quel punto avete cambiato
versione: avete detto che in realtà le elezioni vere saranno un'altra
cosa e che, quando voterà anche il centrodestra, Prodi non prenderà
il 75 per cento dei voti...! Noi non pensiamo di raccogliere il 75 per
cento alle prossime elezioni; siamo convinti però di ottenere la
maggioranza sufficiente a mandarvi a casa! Dunque, tutti voi dovreste riflettere
nei pochi mesi che restano, e anche qui, nel voto di oggi e in quello che
vi sarà al Senato.
A conclusione del dibattito sulla legge
elettorale vi abbiamo detto: attenti ché il popolo finirà
per travolgervi! Sembrava un'affermazione eccessiva: mancavano pochi giorni,
poi è arrivata la domenica e il popolo in realtà ha detto
di avere tutta l'intenzione di travolgervi!
Penso che il prossimo 9 aprile, se non
volete finire come un esercito in rotta e se volete essere sconfitti con
dignità (perché si può essere sconfitti anche con
dignità!), forse dovreste dimostrare di far tesoro dei messaggi
inequivocabili che vi stanno giungendo dal popolo italiano ancora in queste
ore e in questi giorni: a tale proposito, vi consiglio di rinforzare i
vostri ormeggi, perché, se quello di domenica era il segnale di
una meteorologia che vi è contraria, con probabilità il prossimo
aprile sarete travolti da un uragano del tipo di quello verificatosi negli
Stati Uniti.
Attenti a non perseverare, dunque, poiché
in Italia è necessario che la dialettica tra maggioranza e opposizione
prosegua anche nella prossima legislatura, ovviamente noi come maggioranza
e voi come opposizione (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici
di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo)!
DOMENICO BENEDETTI VALENTINI. Grazie della
concessione!
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pisapia. Ne ha facoltà.
GIULIANO PISAPIA. Signor Presidente,
un popolo che non riconosce i diritti dell'uomo e non attua la divisione
dei poteri non ha Costituzione: queste parole, scolpite nella Dichiarazione
universale dei diritti dell'uomo e dei cittadini, dovrebbero essere la
base di ogni ordinamento democratico e la casa comune in cui si può
e si deve riconoscere la grande maggioranza dei cittadini.
La Costituzione dovrebbe essere il testo
condiviso che deriva dal confronto di culture, storie ed esperienze diverse
e che, in un rapporto dialettico ma sempre teso al massimo di condivisioni,
affermi, tuteli e garantisca princìpi, diritti e doveri validi per
tutti e di cui la divisione dei poteri, il rispetto delle reciproche competenze
in un rapporto di leale collaborazione tra poteri dello Stato, come ha
ribadito in più occasioni, anche recentemente, la Corte costituzionale,
l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, un sistema di pesi e contrappesi
che trovano il loro fulcro negli organi di garanzia, debbono essere nel
contempo i presupposti e i punti fondanti.
Dopo la sconfitta della dittatura e il
superamento della monarchia, la Costituzione in senso moderno ha il compito
di limitare i poteri e di garantire i diritti. Oggi, la maggioranza parlamentare,
che non è più maggioranza nel paese, invece di cercare quelle
convergenze necessarie affinché i princìpi base di un ordinamento
democratico siano sentiti e recepiti come princìpi di tutti, o quantomeno
di una larga maggioranza di cittadini, sta per l'ennesima volta stravolgendo
le basi di una moderna democrazia, quali l'equilibrio e la divisione dei
poteri, l'universalità dei diritti, l'eguaglianza dei cittadini,
il pluralismo istituzionale.
Si sono indeboliti con la controriforma
del centrodestra quegli organi di garanzia la cui finalità è
il controllo sull'esercizio del potere e il cui scopo è garantire
le libertà individuali ed assicurare un equilibrato pluralismo istituzionale,
in un contesto di uguaglianza tra i cittadini nonché tra le diverse
regioni e le diverse zone del paese; si sono modificati e in parte stravolti
non solo oltre 40 articoli della nostra Carta costituzionale, tra le più
belle, le più attuali ed apprezzate del mondo, ma si è anche
inciso sulla Prima parte della Costituzione, che tutela i diritti soggettivi
e regola i rapporti politici, economici e sociali di tutti noi.
L'indignazione, in Parlamento e nel paese,
è sempre più forte perché si vogliono imporre regole
che non tutelano i diritti ed i principi di una moderna democrazia, diritti
e principi in cui la maggioranza di centrodestra non si riconosce. Non
mi è possibile ripercorrere i vari e fondati motivi della nostra
forte opposizione a questa controriforma costituzionale, in quanto anche
il tempo è tiranno, come lo è stato questo modo di scardinare
i principi fondanti della nostra Repubblica. Lo hanno fatto, però,
con un'incisività pari all'efficacia, ragionevolezza e fondatezza
dei motivi della nostra profonda critica, l'onorevole Mascia e gli altri
parlamentari del gruppo di Rifondazione comunista e di tutta l'attuale
opposizione.
La maggioranza di centrodestra ha fatto
prevalere, ancora una volta, la forza dei numeri - e anzi, più propriamente
in questo caso, la tirannia dei numeri - su ogni ragione e su qualsiasi
ragionevolezza; non posso quindi non ricordare come non sia certo stato
un caso il fatto che, nella ricerca spasmodica di un testo condiviso, l'Assemblea
costituente, il 22 dicembre 1947, a scrutinio segreto, approvò il
testo della Costituzione con un'ampia maggioranza: 453 voti favorevoli
su 515 presenti. Inoltre, in quei giorni, ha rappresentato la riprova della
ricerca di una Casa comune - riconoscibile anche da chi aveva e poteva
avere, su alcuni temi e su alcuni articoli, posizioni diverse - il fatto
che, prima della votazione finale della Carta costituzionale, l'onorevole
La Pira, che aveva partecipato ai lavori della prima sottocommissione della
Commissione dei 75 (presieduta dall'onorevole Muccio Ruini), dapprima chiese
che fosse messo ai voti un preambolo che faceva un richiamo alle radici
religiose della Carta costituzionale; poi, dopo un confronto che raggiunse
livelli altissimi di reciproco rispetto tra posizioni diverse, ritirò
- dopo un invito del presidente Terracini, teso a non incrinare quel nobile
equilibrio raggiunto dai padri costituenti - la proposta proprio per non
creare divisioni in un momento così importante per il nostro paese.
Del resto, un legislatore saggio avrebbe
dovuto innanzitutto - e prima di stravolgerlo - rendere realtà concreta
quel testo: dal ripudio della guerra, troppo spesso violato, alla libertà
religiosa, all'articolo 2, che «riconosce e garantisce» i diritti
fondamentali dell'uomo, alla «pari dignità sociale»,
prevista dall'articolo 3 della Costituzione, al diritto al lavoro, al diritto
di asilo per lo straniero «al quale sia impedito (...) l'effettivo
esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione».
Questa maggioranza invece si è premurata solo di scardinare i principi
costituzionali e non ha voluto comprendere - o, peggio, non è stata
in grado di comprendere - gli insegnamenti di chi a quel testo aveva dato
un contributo determinante, tesi a ricordare sempre che, per preparare
il testo di una nuova Costituzione democratica, non solo è più
opportuno ma è addirittura più prudente muovere dal punto
di vista delle minoranze e soprattutto rispettarne il punto di vista. Come
non ricordare il saggio e forte ammonimento di Piero Calamandrei: «Cerchiamo
di esaminare i problemi costituzionali con spirito lungimirante. Quel senso
storico che abbiamo imparato da Benedetto Croce non si deve trasformare
in un gretto compromesso di partito che restringa il nostro campo visivo
alle previsioni elettorali o elettoralistiche dell'immediato domani».
Nulla di tutto ciò è stato
compiuto; questo insegnamento è rimasto carta straccia. Il centrodestra
si è limitato ad un vergognoso, ignobile, inaccettabile - «gretto»,
avrebbe detto Piero Calamandrei - compromesso di alcuni partiti, anzi di
poche persone che si sono autodefinite «saggi» di quella che
oggi non possiamo non definire la casa delle «illiberalità».
Tutto ciò, oltretutto, in aperta violazione di una delle norme cardine
del nostro ordinamento costituzionale, quell'articolo 138 che indica gli
strumenti e le modalità delle riforme costituzionali; una norma,
peraltro, che dovrebbe essere utilizzata con ancora maggiore prudenza in
un sistema maggioritario e di cui invece è stato violato, apertamente,
lo spirito.
Ancora, Piero Calamandrei, riprendendo
i concetti espressi da un altro padre costituente, Costantino Mortati,
aveva chiarito come non tutte le norme della Costituzione fossero rivedibili
e come non si potessero modificare più norme che trattano temi tra
loro completamente differenti, come, nel caso specifico, quelle relative
al federalismo, agli organi di garanzia ed ai rapporti tra poteri dello
Stato.
Il referendum confermativo, infatti, per
essere effettivamente un modo per dare l'ultima parola ai cittadini, deve
proporre un quesito su una materia omogenea e ben individuata. Le modifiche
ammissibili, hanno sostenuto i padri costituenti, debbono essere puntuali,
specifiche ed attinenti a un determinato istituto o ad un singolo tema.
Così non è, così
non è stato. Gli italiani, tuttavia, sapranno cancellare questo
ripetuto tradimento della Carta costituzionale, nata dalla Resistenza e
dalla volontà democratica di chi si era opposto alla dittatura ed
aveva sconfitto il regime che aveva cancellato, nel nostro paese, le libertà
fondamentali.
Nella Costituzione, come ha ricordato
il Presidente Scálfaro nel suo libro La mia Costituzione, vi sono
le regole perché un popolo possa convivere nella pace e nella serenità;
vi sono le regole affinché un popolo possa vivere in modo costruttivo,
collaborativo e solidale; vi sono le regole per vivere liberi, lavorando
e lottando per la giustizia; vi sono, nella nostra Carta costituzionale,
le regole per mantenere viva la pace, sia al proprio interno, sia nei rapporti
con gli altri popoli.
Nella Carta costituzionale votata dai
nostri padri costituenti, vi sono tutte le regole scritte della nostra
democrazia. L'abbiamo studiata, l'abbiamo amata e l'amiamo ancora. La difenderemo
con le armi della democrazia: il referendum, strumento di alta democrazia,
cancellerà la controriforma che il paese non vuole e non può
accettare (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista,
dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, Misto-SDI-Unità
Socialista e Misto-Comunisti italiani - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. Ha chiesto
di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Zeller. Ne ha facoltà.
KARL ZELLER. Signor Presidente,
onorevoli colleghi, il provvedimento in esame contiene non solo aspetti
indubbiamente positivi, ma anche parecchie ombre. La Südtiroler Volkspartei,
infatti, avrebbe voluto e sostenuto una riforma più coraggiosa,
per introdurre un sistema federale avanzato, paragonabile a quello vigente
nella Svizzera, nel Belgio o nella Germania.
Il nuovo Senato, in verità, ha
poco di federale, poiché i senatori non sono espressione dei consigli
o delle giunte regionali, ma saranno, come avviene dal 1948 ad oggi, eletti
direttamente, e manca un collegamento vero con il territorio. Vorrei altresì
osservare che anche il procedimento legislativo appare assai farraginoso.
Non apprezziamo, inoltre, le modifiche che hanno concentrato troppi poteri
nelle mani del premier.
Vorrei rilevare che anche nel nuovo articolo
117 della Costituzione si notano alcuni passi indietro rispetto al testo
vigente. Vi è solo da sperare che tale tendenza possa essere controbilanciata
dalla cosiddetta devolution, in forza della quale alle regioni vengono
trasferite competenze esclusive in materia di assistenza e di organizzazione
sanitaria e scolastica.
Sebbene il nostro giudizio sui punti sopraelencati
non sia positivo, non nascondiamo comunque la nostra soddisfazione per
l'introduzione di una clausola di salvaguardia per le regioni a statuto
speciale, che dovrebbe garantire contro ingerenze statali compiute in nome
dell'interesse nazionale. Ringraziamo il ministro Calderoli per i chiarimenti
forniti in occasione dell'esame del provvedimento da parte del Senato della
Repubblica, confermati anche dal presidente Pastore, in ordine alla portata
della predetta clausola di salvaguardia. Infatti, condividiamo pienamente
la lettura data, con cui si esclude l'applicabilità, sulla base
dell'interesse nazionale, dell'annullamento degli atti delle regioni a
statuto speciale.
A nostro avviso, costituisce indubbiamente
un notevole passo in avanti la scelta per cui, in futuro, la modifica degli
statuti speciali sarà possibile solo previa intesa con le stesse
regioni e le province autonome. Il novellato testo dell'articolo 117 della
Costituzione...
PRESIDENTE. Onorevole Zeller, concluda.
KARL ZELLER. ... costituzionalizza infatti,
per la prima volta nella storia della Repubblica, il carattere pattizio
delle regioni a statuto speciale.
Pertanto, per i motivi sopra illustrati,
preannunzio l'astensione dal voto dei deputati appartenenti alla Südtiroler
Volkspartei (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Minoranze linguistiche).
PRESIDENTE. Ha
chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lo Presti. Ne
ha facoltà.
ANTONINO LO PRESTI. Signor Presidente,
onorevoli colleghi, vorrei svolgere un breve intervento per sottolineare
un aspetto della riforma in esame sfuggito ai più, ma che dimostra
come bene abbia fatto il centrodestra a modificare la Costituzione per
restituire ad essa l'autentico ruolo di garanzia dell'equità delle
leggi e della loro corretta e coerente applicazione a difesa dell'interesse
della collettività.
Si tratta di un ruolo che un'improvvida
e pasticciata riforma varata dal centrosinistra, con soli quattro voti
di scarto, aveva formalmente messo in discussione. Vengo subito alla questione,
concernente uno dei tanti vizi cui oggi, come già detto, porremo
rimedio.
Il testo ancora vigente dell'articolo
117 della Costituzione - quello da voi, colleghi della sinistra, modificato
- attribuisce alle regioni italiane la potestà legislativa concorrente
in materia di professioni, senza distinzioni tra intellettuali e no. In
pratica, i legislatori di sinistra, con tale riforma costituzionale, avevano
aperto la porta ad una reale e pericolosissima secessione normativa, che
avrebbe potuto stravolgere un intero sistema, quale, ad esempio, quello
degli ordini, modulato a difesa di interessi generali rilevanti, attribuendo
alle regioni competenze a legiferare a piacimento, in modo concorrente
o, addirittura, contrapposto con lo Stato.
Comprenderete sicuramente, cari colleghi
della sinistra, ma lo hanno già compreso i milioni di professionisti
italiani che continuate a prendere in giro, quali conseguenze quel sistema
che voi avete creato avrebbe potuto comportare. Ad esempio, la regione
Lombardia avrebbe potuto prevedere un sistema di organizzazione territoriale
regionale degli ordini diverso dalla Sicilia o un sistema di tariffe diverso
da quello della Campania o del Veneto. Immaginate, quindi, quale guazzabuglio!
Per la verità, le regioni, soprattutto
quelle amministrate dalla sinistra, ci avevano provato ad andare per la
lo