Gli interventi di "Riforme istituzionali"

N 107 - 14/06/97
Da il manifesto: IDA DOMINIJANNI

RIFORME: Come limitare i danni. I limiti della bicamerale in un convegno del Crs


IL DILEMMA, a questo punto, per Pietro Ingrao si pone ed è "amaro": vista la deriva della bicamerale e gli esiti all'orizzonte, forse sarebbe stato davvero "più utile" dar vita all'assemblea costituente. Il dilemma per la verità non è di oggi: già un paio d'anni fa, quando la riforma della Costituzione cominciò a configurarsi come la posta in gioco più alta della transizione, Ingrao disse senza mezzi termini di preferire il processo rischioso ma aperto al paese dell'assemblea costituente a quello a porte chiuse della commissione. Una opzione controversa, sulla quale lo stesso Centro per la riforma dello Stato, da Ingrao presieduto fino a pochi anni prima, discusse tutt'altro che univocamente.
Adesso - nel corso di un convegno sulle riforme organizzato dallo stesso Crs - Ingrao rilancia, sulla base di quella che lui stesso definisce "una critica radicale" del processo che si sta consumando in bicamerale. All'orizzonte c'è "il grave pericolo di una sconfitta storica": l'ossessione per il leader che domina il dibattito sulle riforme sancisce la crisi di quella politica diffusa e partecipata che in questo secolo si è espressa con i partiti e i sindacati, divenuti ormai, nel senso comune, "un passato di cui liberarsi". Ma se questo è vero, continua Ingrao, serve a poco attestarsi, rispetto alle soluzioni che si vanno delineando, su una linea di "riduzione del danno": occorre "riaprire il discorso sui fondamenti della democrazia", trovare "una proiezione politica" nelle forme e nei luoghi nuovi in cui la soggettività può tornare a esprimersi. Né risparmia, Ingrao, rimproveri diretti. Al sindacato: "il suo silenzio è stupefacente". Alla sinistra del Pds e a Rifondazione, presenti al convegno con diversi esponenti: l'analisi che fate qui, dice Ingrao, nella Sala della Regina è fuori campo, dunque bisogna trarne le conseguenze e spingere più a fondo l'acceleratore della critica.
Di critiche, in realtà, il convegno è tutt'altro che avaro. All'origine dell'impasse della bicamerale non ci sono solo errori tattici, dice il direttore del Crs Cantaro, ma una cultura politica e istituzionale per cui "tutte le vacche sono nere" e tutte le formule - semipresidenzialismo o premierato, federalismo competitivo o cooperativo - interscambiabili. Più ruvidamente, sostiene Aldo Tortorella che la sinistra è arrivata alla riforma "in modo impreciso, confuso e sostanzialmente sbagliato", senza un'idea-forza e con una pratica troppo compromissoria della mediazione e delle alleanze. Ma a questi errori di partenza, sottolinea Ersilia Salvato, se ne sono aggiunti altri di regìa della bicamerale, e "nelle prossime due settimane può succedere di tutto, sotto una conduzione nervosa che ci farà portare in aula soluzioni impresentabili sotto il profilo tecnico e politico".
La linea del "danno minore" si impone dunque per forza, se sulle soluzioni si vuole intervenire in qualche modo. E ridurre il danno comporta in primo luogo tre scelte. Sulla forma di stato (di Claudio De Fiores un'analisi accurata della bozza D'Onofrio), occorre riaffermare il vincolo dell'uguaglianza dei diritti in tutto il territorio nazionale: l'unità di uno stato federale, sottolinea Luigi Ferrajoli in polemica con Pietro Barcellona, si realizza così, non incarnandola nella persona di un presidente eletto dal popolo. Quanto alla forma di governo, si tratta di ancorare la legittimazione diretta dell'esecutivo sancita col voto sul semipresidenzialismo alla tradizione del parlamentarismo italiano. Non basta dunque correggere il semipresidenzialismo con la legge elettorale: occorre limitare i poteri del presidente, affiancandogli un premier legato alla maggioranza parlamentare, con controllo reciproco fra presidente e premier sullo scioglimento delle camere e con una legge elettorale a doppio turno di coalizione. La direzione indicata da Cantaro, Tortorella, Ferrajoli è dunque quella del "bimotore" di cui in questi giorni si discute: purché "ogni motore abbia la sua specifica funzione, altrimenti è la paralisi istituzionale e il trasformismo politico" (Cantaro).
Restano i danni già fatti, tra i quali (Ugo Spagnoli) la "dimenticanza" della centralità dei diritti sociali nell'impianto costituzionale del '48, e altri danni da sventare, come la costituzionalizzazione dei trattati internazionali e dei parametri dell'unificazione europea (Allegretti, Crucianelli). E resta aperta una domanda di fondo: se il limite di partenza della riforma sia stato, come sostiene Ferrajoli, l'errata convinzione di poter risolvere la crisi della politica con la riscrittura delle regole, o viceversa, come sostiene Cotturri, la ritrosia della sinistra a infilare con determinazione la strada dell'innovazione costituzionale. Davanti, adesso, c'è un anno e mezzo di discussione parlamentare, quanto basta per portare finalmente il processo costituente a portata dell'opinione pubblica e del paese reale.


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