Gli interventi di "Riforme istituzionali"

N 120 - 16/07/97
Da il manifesto: più firme *

Diritti costituzionali, diritti sindacali.

Democrazia e rappresentanza. Non solo è legittimo ma è anche utile che nel sindacato si discuta della Commissione bicamerale

Come era facile immaginare la discussione aperta, con coraggio e senso di responsabilità da un gruppo di sindacalisti autorevoli della Cgil, sta producendo gli effetti che in molti si auguravano: aprire una forte discussione senza reti e con il privilegio di poter esprimere le proprie opinioni indipendentemente dalle appartenenze politiche.

L'Unità dell'8 luglio scorso riporta un articolo a doppia firma (Magno e Terzi), che esprime sì la disponibilità all'auspicata discussione, ma la nega repentinamente, individuando sia nel metodo (prima ancora che nel merito) la volontà del gruppo di sindacalisti di unirsi alla "confusa campagna di attacco pregiudiziale" contro i lavori della commissione bicamerale, intimando di tenere fuori da "manovre politiche" il sindacato. Lo spirito censorio aleggia fortemente. Non è accettabile ricorrere alla logica del giudizio di incompetenza o comunque di ignoranza del testo della bicamerale. Riteniamo legittime anche le diverse opinioni o interpretazioni, riconoscendo la libertà di schieramento anche dentro il sindacato e tra i sindacalisti.

Nel merito, Michele Magno e Riccardo Terzi sostengono che non si può andare a spanne, per impressioni e pregiudizi sul lavoro svolto dalla bicamerale, e affermano che non c'è alcuna spinta liberista. Come interpretare allora l'art. 56 del testo della bicamerale dove si afferma che "le funzioni che non possono essere più adeguatamente svolte dall'autonomia dei privati sono ripartite tra comunità locali, organizzate in Comuni e Province e le Regioni e lo Stato, in base al principio di sussidiarietà e di differenziazione nel rispetto della autonomie funzionali riconosciute dalla legge"? E' o no un attacco ai diritti di cittadinanza così come sono stati intesi con la Costituzione repubblicana? La centralità dell'autonomia dei privati sempre sancita dallo stesso articolo non è culturalmente una concessione al liberismo sfrenato e vincente, e quindi un arretramento della democrazia sociale?

Ci pare che sul piano del merito il documento dei sindacalisti abbia centrato la questione della democrazia sociale e del diritto del lavoro, quindi concordiamo che non si possa sottacere la continua riduzione dei margini di rappresentanza delle soggettività sociali più deboli, già coinvolti nei processi di ristrutturazione produttiva e tecnologica del sistema capitalistico.

Del resto come si fa a non rimanere sconcertati di fronte all'art. 55 del nuovo testo che sanziona il passaggio dalla Repubblica parlamentare a quella dei territori, mutando il concetto di rappresentanza con criteri quasi "feudali"!

Nell'art. 56 le funzioni dello Stato, anzi della Repubblica, divengono di pura sussidiarietà alla "autonomia dei privati", "sussidiarietà e differenziazione" sono le nuovi basi del vivere collettivo, all'interesse generale si sostituisce "l'adeguatezza del privato". Ma chi sono i soggetti del privato se non impresa e famiglia? Del resto le donne non denunciano da tempo la restaurazione del "familismo" come negazione dei diritti delle persone? Così alla "autonomia dei soggetti, delle donne e degli uomini" si contrappone quella dei "privati"?

Questo significa, lo sappiamo, la negazione appunto dei diritti universali e della centralità del lavoro, ma anche la cancellazione dello stesso stato sociale, realizzato dalle lotte operaie e delle donne, a stato residuale e mercato, una merce come altre che il privato può benissimo fornire, magari con il contributo finanziario della "seconda Repubblica", un fattore di disparità anziché di uguaglianza in una società sempre più diseguale. E ciò non dovrebbe riguardare direttamente il sindacato e il lavoro?

Giustamente il documento dei dirigenti della Cgil pone un allarme sulla caduta di ruolo del parlamento, e sulle conseguenze che ciò comporta sul conflitto sociale e persino sull'autonomia del sindacato.

Noi pensiamo che su questo punto la critica vada fatta più a fondo e il dissenso vada reso molto esplicito, perché investe i principi generali della democrazia e in particolare quello fondamentale del diritto della cittadina e del cittadino di scegliersi i propri rappresentanti sulla base della regola di una testa un voto. Purtroppo nel passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario e nelle varie proposte di riforma delle leggi elettorali, il voto del cittadino viene progressivamente ridimensionato (come diritto di scelta dei rappresentanti) a quasi il 50%; nello stesso tempo il ruolo di rappresentanza delle varie espressioni della società reale negli organi dello stato e in particolare nel parlamento, viene ulteriormente sacrificato al binomio "stabilità-governabilità".

Noi siamo decisamente contrari a questi tentativi di ridurre gli spazi di proporzionalità delle istituzioni e chiediamo che il sindacato, che è un soggetto di rappresentanza per eccellenza, si mobiliti contro queste proposte. Noi sosteniamo una Repubblica parlamentare e un sistema elettorale esclusivamente proporzionalista. Come compagne e compagni della Cgil riteniamo importante il contributo degli estensori del documento di aver rotto il silenzio su questioni così vitali per la nostra funzione di "sindacato generale delle lavoratrici e dei lavoratori": sindacato dei diritti, si era anche detto. Ma proprio per questo chiediamo loro un impegno perché queste utili prese di posizione non cadano nel vuoto e diventino iniziativa, anche sindacale.

Cari compagni perché non promuovere a settembre e nei tempi della discussione parlamentare una forte iniziativa di informazione, dibattito e di presa di posizione che coinvolga tutto il mondo del lavoro?

Una grande assemblea nazionale di lavoratrici/ori, rappresentanti del mondo del lavoro, giuristi, intellettuali, studenti, movimento delle donne e politici, per dar luogo nei territori, nei posti di lavoro, nelle fabbriche e nelle scuole a un grande dibattito e confronto che coinvolga la società nel suo insieme, affinché questa discussione non rimanga solo appannaggio dei ceti politici e sindacali.

Noi siamo disponibili fin da ora. Ma pensiamo che tutto ciò debba essere fatto anche riprendendo con forza il tema della democrazia sindacale (i progetti di legge giacciono da oltre due anni), come grande terreno di rilancio della priorità della democrazia rappresentativa, quella che privilegia i diritti dei soggetti e la partecipazione.

* Nicola Nicolosi, Graziella Galli, Giovanna Giorgetti, Paola Agnello, Gabriele Zappaterra, Enzo Sobrino, Giacinto Botti, Bruno Manganaro, Filippo Ottone, Angelo Mazzieri, Antonio Lareno, Giuseppe Turudda, Domenico Bonometti, Andrea Montagni, Sergio Tosini, Luigi Servo, Carmine Miglino


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