Gli interventi di "Riforme istituzionali"

N 123 - 24/10/97
Da il manifesto: Ida Dominijanni

Liberi riformatori.

HA PROPRIO RAGIONE Massimo D'Alema, sbagliano i giornali a vedere "spaccature" della maggioranza e dell'opposizione in bicamerale: non s'era detto che le riforme vanno fatte senza vincoli di schieramento, che la Costituzione è di tutti e di ciascuno? E sulle riforme non s'erano temuti, durante la crisi di governo, scambi sottobanco all'interno della maggioranza, che invece il voto sul semipresidenzialismo dimostra inventati e inesistenti? In bicamerale si gioca liberi, dice il presidente.

Magari fosse. Peccato invece che questa (peraltro relativa) imprevedibilità del gioco non si debba affatto a una nobile competizione di liberi spiriti costituenti, bensì alle oscillazioni di un gioco politico tutt'altro che stabile nel volere - paradossi della storia - disegnare un'Italia finalmente stabile e normale. Un gioco che ha per posta non tanto la qualità e la coerenza delle riforme, quanto la gara a chi arriverà con più bandierine al traguardo della seconda repubblica: gara per la legittimazione, all'interno della destra del '94, fra la "nuova" Forza Italia e la "vecchia" Alleanza nazionale; gara per il valore assoluto dell'innovazione, fra la destra e il Pds; gara per la conquista di posizioni di rendita e di ago della bilancia, per le forze minori (che non sono solo i partiti minori ma anche le lobby interne ai partiti e agli schieramenti maggiori).

Al traguardo, almeno quello intermedio della discussione parlamentare, ci arriveranno tutti, ciascuno rivendicando l'impresa per la novella classe dirigente nel suo insieme: già c'è la data per l'inizio del dibattito in aula, il 24 novembre, e la bicamerale non "salterà" neanche sulla giustizia, come l'incauto Berlusconi aveva continuato a minacciare durante la crisi di governo. Ma i prezzi del compromesso rischiano di diventare intanto più pesanti per la sinistra nel suo insieme, e i profili della riforma regressivi.

S'è visto col voto sulla forma di governo. Sul quale si può anche sostenere, come chiede D'Alema, che la notizia non sta nella dissociazione parziale bensì nella convergenza sostanziale dei popolari sul semipresidenzialismo. Ma resta il fatto che gli ultimi cambiamenti introdotti (e più che il potere del presidente di imporre al premier la verifica della maggioranza, l'obbligo del premier di dimettersi all'insediamento del presidente) configurano uno sbilanciamento del delicato dosaggio delineato a giugno fra presidenzialismo e parlamentarismo, a favore del primo ingrediente e a scapito del secondo. E sul piano politico, sanciscono eclatantemente non solo la vittoria di Gianfranco Fini, ma anche la subalternità del Pds ai suoi cespugli liberal (alla Passigli, per intenderci).

Quanto alla giustizia, si vedrà presto. Ma il rischio sotto gli occhi di tutti è che il prezzo pagato sulla forma di governo non servirà a contenere i danni sulla magistratura: il "gioco libero" sperimentato sulla forma di governo legittima i popolari - in materia di giustizia da sempre più vicini al Polo che al Pds, ancorché divisi al proprio interno - a sganciarsi tranquillamente dai vincoli di maggioranza e a tendere la mano a Berlusconi; mentre Fini non mollerà il suo scomodo alleato per rendere al Pds la cortesia di rinsaldare l'asse appena inaugurato.

Chi vince e chi perde, nel gioco libero, lo capisce a questo punto anche un bambino. Certo, i pre-giudizi che davano per fatta, all'inizio della bicamerale, la santa alleanza innovatrice fra D'Alema e Berlusconi sono stati spiazzati in corso d'opera dal testa a testa fra i due leader del Polo. Ma una seconda repubblica che nascesse sotto la duplice insegna dell'erede di Almirante e della Dc di Giuseppe Gargani, ce lo consentano i nostri riformatori, non sarebbe precisamente un salto nel futuro europeo.


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