Gli interventi di "Riforme istituzionali"

N 124 - 28/10/97
Da il manifesto: Elena Paciotti

Divide et impera.

E' ALL'ESAME della Commissione bicamerale la questione della divisione del Consiglio superiore della magistratura in due diverse sezioni, i cui componenti sarebbero eletti separatamente (oltre che dal parlamento) dai pubblici ministeri e dai giudici, per amministrare le rispettive carriere.

L'Associazione nazionale magistrati ritiene sbagliata e dannosa questa divisione del corpo della magistratura in due settori separati, per molte ragioni di cui cerco di spiegare la principale.

E' stata scartata dalla Bicamerale la iniziale proposta di Forza Italia di subordinare a controllo politico il pubblico ministero e di rendere discrezionale l'azione penale, secondo uno schema di tipo anglosassone, che non può essere importato da noi per le diverse caratteristiche della nostra democrazia (basti pensare all'influenza delle mafie e della criminalità organizzata su alcuni settori della vita pubblica). In quello schema certamente il pubblico ministero avrebbe dovuto essere separato dalla magistratura giudicante.

Ma non è più così una volta che si sceglie di mantenere, a garanzia dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l'azione penale obbligatoria, che quindi deve essere esercitata da un magistrato indipendente. In questo caso esigenze di garanzia suggeriscono che il delicato potere di iniziativa penale e di controllo dell'operato della polizia giudiziaria sia affidato a magistrati non solo esperti di indagini ma anche formati nella cultura delle garanzie, nell'abitudine al contraddittorio e all'ascolto delle ragioni di tutti, e dei quali sia prevista la soggezione soltanto alla legge.

DI PIU', è sommamente opportuno che la funzione di accusa non sia esercitata permanentemente dagli stessi magistrati (la cui carriera dura mediamente quarant'anni) per evitare che si radichino rapporti condizionanti con gli organi di polizia e che maturino nel tempo deformazioni professionali che, nella durezza del confronto con una criminalità agguerrita, facciano cogliere soltanto le ragioni della repressione e meno quelle della garanzia dei diritti.

Di qui l'esigenza che i magistrati siano addetti all'ufficio del pubblico ministero per un periodo determinato e che, prima e dopo, siano assegnati ad altre funzioni giudiziarie. Secondo le etichette correnti questa sembra una posizione "garantista". "Giustizialista" (cioè tale che privilegia le esigenze della repressione rispetto alle garanzie) sembra piuttosto la posizione di chi vorrebbe il pubblico ministero formato da accusatori in servizio permanente effettivo per tutta la propria quarantennale carriera, indipendenti sì da ogni potere, ma dei quali non sia prevista la soggezione soltanto alla legge (assoggettabili dunque a qualcos'altro o a qualcun altro).

PERCHE' allora i settori dai quali provengono quotidiane invettive contro pretesi abusi delle Procure della repubblica più impegnate nella repressione della criminalità mafiosa e della corruzione auspicano, in nome del garantismo, la separazione delle carriere? Gli argomenti palesi non sono persuasivi. Si dice che non dà garanzie un magistrato che passi a fare il giudice penale nello stesso ambiente in cui ha fatto il pm. Ma questo è un problema che si risolve agevolmente: quel magistrato potrà fare il giudice civile, o altro dei molti mestieri del giudice, ovvero cambiare ambiente. E' quella che si chiama "separazione delle funzioni", cui l'Associazione magistrati è favorevole.

SI DICE che un giudice non controllerebbe con sufficiente rigore l'operato di un pubblico ministero che sia suo collega. L'argomento è infondato, perché allora bisognerebbe piuttosto separare le carriere dei giudici di appello da quelle dei giudici di primo grado, se nel processo valesse il criterio che i controllori non debbono essere colleghi dei controllati. La verità è, e i fatti lo dimostrano, che magistrati indipendenti riesaminano i casi giudiziari in piena autonomia: se riescono a non farsi condizionare dal potere, dal danaro, dalle minacce, dalle campagne di stampa, non si piegano certo, di fronte ai diritti e ai delitti, alle ragioni della colleganza.

E a proposito di attacchi ripetuti ai magistrati più impegnati a fare il loro dovere, merita particolare apprezzamento l'intervento del presidente del consiglio dei ministri a loro difesa. E' infatti inaccettabile che un settore particolarmente esposto delle istituzioni sia oggetto di costanti virulenti attacchi, generici e immotivati, senza che nessuno intervenga. Né va dimenticato quanto di positivo hanno fatto quei magistrati anche per la difesa delle condizioni di una ordinata vita democratica e dello stesso sviluppo economico del paese.

Basta ricordare la drastica riduzione dei costi degli appalti pubblici quale conseguenza della repressione giudiziaria della corruzione. Sarebbe allora opportuno che si spendessero più parole e si impiegassero maggiori iniziative politiche contro la criminalità mafiosa e la corruzione, piuttosto che contro i magistrati che le contrastano.


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