Gli interventi di "Riforme istituzionali"

N 142 - 30/01/98
Da il manifesto: Ugo Spagnoli *

Non affogate la Consulta.

CHE SI VUOL FARE della Corte costituzionale? Quale sarà la sua sorte, se le regole riservatele dalla Bicamerale incontreranno il consenso di una maggioranza in Parlamento?

Sono domande che cominciano a rimbalzare nei corridoi della Consulta e nei convegni dei costituzionalisti, e ad ispirare interventi nella stampa. Le risposte sono intrise di preoccupazione, e anche di pessimismo. Le preoccupazioni sono certamente fondate, il pessimismo, forse, è prematuro.

La vicenda della riforma della Corte costituzionale durante il cammino della Bicamerale rasenta davvero il paradosso. Agli inizi emerge un atteggiamento ostile nei confronti della Corte: se ne vogliono ridurre i poteri, vietando il ricorso a tipi di sentenze che, quasi da sempre, costituiscono un essenziale strumento per una efficace e flessibile amministrazione della giustizia costituzionale. A questo approccio, che non riesce a ottenere seguito, subentra una repentina proliferazione di attribuzioni alla Corte di nuove, impegnative competenze, poi in parte ridotte, ma comunque tali da accrescere a dismisura il lavoro della Corte. Così, mentre si riconoscevano quasi all'unanimità i meriti acquisiti della Consulta e se ne affermava il ruolo di indispensabile contrappeso in una democrazia maggioritaria, si creavano le premesse di un suo inevitabile declino per soffocamento, sotto il peso di valanghe di procedimenti, ricorsi, conflitti di diversa natura.

In altri termini, lo sconvolgimento di un istituto essenziale del nostro sistema istituzionale, che finirebbe di travolgere anche la tutela di quei diritti fondamentali e autonomie che richiede necessariamente interventi rapidi.

Mai di corsa

La Corte costituzionale è un organismo complesso e delicato, chiamato ad assumere, alla luce della Costituzione, decisioni importanti, spesso cariche di serie conseguenze. La Corte deve prendere decisioni plausibili e di alto livello qualitativo: in ciò si fonda la sua stessa legittimazione. Per questo non può correre, a comando, ma deve conoscere e discutere prima di decidere. La Corte, così responsabilmente impegnata, non sempre riesce a tenere il passo e a smaltire il lavoro che le proviene dalle competenze attribuitele dalle vigenti leggi.

Negli ultimi tempi si è infatti formato un sensibile arretrato, per superare il quale la Corte dovrà compiere un notevole sforzo. A questo organismo che ha questi problemi, la Bicamerale intende affidare una serie di nuove competenze, alcune delle quali suscettibili di provocare una straordinaria quantità di ricorsi. Così, già subito dopo l'approvazione delle modifiche della Costituzione, 8 mila comuni, le province, le regioni potranno impugnare leggi che - contro la Costituzione - invadono le loro competenze, mentre saranno nuovo oggetto di impugnazione i numerosi regolamenti che disciplinano l'amministrazione statale: e ciò senza considerare altre competenze contemporaneamente affidate alla Corte. Dopo l'approvazione di successive leggi costituzionali, graveranno poi sulla Corte i conflitti di attribuzione di cui sono parte comuni e province; i ricorsi delle minoranze parlamentari contro leggi, appena approvate e ritenute lesive di diritti fondamentali, nonché i ricorsi diretti del cittadino contro la violazione di diritti fondamentali. Già soltanto quest'ultima strada di accesso alla giustizia costituzionale, secondo l'esperienza di altri paesi, comporterebbe un afflusso di migliaia di ricorsi, quand'anche si adottassero rimedi quali l'istituzione di più sezioni o un sistema di filtri per eliminare i ricorsi inammissibili.

Contro natura

Questa essendo la situazione, le preoccupazioni sono davvero fondate, anche perché le segnalazioni fatte da alcuni commissari della Bicamerale non hanno ricevuto idonee risposte.

Viene fatto di chiedersi come sia stato possibile addossare sulla Corte un così pesante e insostenibile fardello senza neppure accertare quali fossero i margini entro i quali la Corte è in grado di assumere altre incombenze. Vien fatto di chiedersi se e come sia stato valutato il rischio di snaturare la Corte, riducendola a una fabbrica per la vertiginosa produzione di sentenze. Certamente vi sono, tra le competenze affidate alla Corte, situazioni che meritano considerazione, ma non si può pensare di addossare tutto, senza indispensabili scelte.

Occorre trovare la strada giusta, e non pensare di risolvere le questioni rimettendole a una futura legge costituzionale per le modalità di attuazione. O tanto meno di contare sulla possibilità o capacità della Corte di trovare una via d'uscita, di "arrangiarsi".No, ciò che è indispensabile è che il Parlamento faccia delle scelte che tengano conto della potenzialità di lavoro della Corte, sviluppato il più possibile, ma non certo con l'accrescimento del numero dei giudizi.

Occorre che il Parlamento sappia e si renda responsabile del fatto che la conferma sostanziale del progetto della Bicamerale significa paralisi, in tempi brevi, della Corte costituzionale: e quindi di un indispensabile organo di garanzia. Quel che non è accettabile è che si disegnino progetti non solo irrealizzabili, ma pregiudizievoli per lo stesso impianto della riforma e che si pretenda, senza una adeguata, profonda e realistica revisione, che tutto ciò possa entrare in Costituzione.

* ex vicepresidente della Corte costituzionale


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