Gli interventi di "Riforme istituzionali"
http://www.mclink.it/assoc/malcolm/riforme/interventi/indice.htm


N 152 - 10/06/98
Da il manifesto Rossana Rossanda

Alcuni piccoli princìpi laici

Da quando la bicamerale è caduta cerco invano sui giornali la gragnuola di commenti che aspettavo. Non le notizie sul come l'hanno presa i due principali artefici dell'accordo votato in commissione, e poi da uno dei due smentito, ma le prese di posizione di coloro che da due anni affermavano l'urgenza delle riforme: se non vi si fosse messo subito mano avremmo avuto una costituzione desueta e una paralisi della transizione.

E invece silenzio. Tacciono i più illustri commissari, tacciono i riformatori non commissari di sponde opposte, dal Centro di studi per la riforma dello stato al senatore Miglio. La questione si è spenta come una stella filante, o uno zampirone, in una notte d'estate. Né discussioni, né allarmi, neppure un necrologio impegnato. Soltanto chiacchere sulla costituente, che presupporrebbe un colpo di stato visto che la Costituzione del 1948 non prevede di farsi riscrivere ma soltanto emendare, e accenni a qualche emendamento via art. 138, per il quale peraltro non si vede la maggioranza.

Quelli di noi che, con i comitati Dossetti, preferivano tenere fermo il testo del 1948 temendone lo stravolgimento, e per questo venivano sbertucciati come conservatori, sono stupefatti come chi regge un capo della fune quando il forzuto dall'altra parte di colpo molla. Dunque si faceva per giocare? Federalismo o unità dello stato, presidenzialismo e parlamentarismo, giustizia da riformare oppure no, tutto rimandabilissimo, tutto riducibilissimo? Neppure uno statement che indichi con apprensione il vuoto che si sarebbe creato. O è stato colmato da quell'altro vuoto - mirabile funzione dei vuoti - costituito dall'assenza di un'Europa politica che tuttavia modifica i poteri e le funzioni degli stati nonché la costituzione materiale del paese?

Secondo Eugenio Scalfari, il solo che vi rifletta su La Repubblica di domenica, la Bicamerale non aveva altra funzione che di obbligare opposizione e maggioranza a non sommuovere le acque finché il governo non avesse raggiunto l'euro. Modesta ambizione. Più deplorevole ancora il sospetto che a Silvio Berlusconi premesse solo assicurarsi un'impunità sia attraverso la rispettabile immagine di costituente sia modificando i poteri delle procure. Ben umiliante per Massimo D'Alema e tutti i sostenitori della Bicamerale. Avrebbero riscritto le regole fondamentali della repubblica con un signore così inguaiato e così poco affidabile?

Non ci si risponda: ma con chi lo si doveva fare, Forza Italia aveva i voti. Se è per questo, a repubblica di Weimar agonizzante si sarebbe dovuto proporre una costituente a Hitler, che ne aveva di più. Berlusconi non è Hitler, non per questo ha le fattezze d'un decente padre della patria. Bisognerà pure che una democrazia si regga su qualcosa che va oltre i numeri.

C'è un altro principio che non si aggira senza danno. Esso riguarda il rapporto fra stato e chiesa o chiese. Una democrazia compiuta le riconosce tutte, non ne fa sua né ne alimenta nessuna.

Perciò, come il parlamento o il governo italiano non si sognerebbero di intervenire sul dogma dell'Immacolata Concezione, così vescovi, cardinali e Santo Padre non dovrebbero sognarsi di intervenire sulle leggi dello stato. Che abbiano ricominciato a farlo, dimostra che questo papato tende a sfondare la divisione libera chiesa in libero stato. E che intendono imperversare dovunque le leggi intersecano una qualche dimensione etica della persona o della convivenza, cioè, fuori di qualche procedura tecnica, quasi tutto.

E' una tentazione ricorrente della chiesa cattolica. Quel che sorprende è che il primo governo dove stanno le sinistre si dimostri più disponibile di quanto sia stata la Democrazia cristiana nei suoi molti decenni di potere pressoché indiscusso. Non è da poco che il ministro Berlinguer decida di accomunare diritti e finanziamenti della scuola di stato, che fa asse sulla libertà di insegnamento, con quella privata, che fa asse su una unicità, confessionale o ideologica, dell'insegnamento. Ed è mortificante che si violi lo spirito della Costituzione, che lo vieta, opponendo a questo, che è un cardine degli stati aconfessionali, l'articolo che consente a ciascuno di scegliersi la scuola propria - come se la libertà di scelta privata implicasse di per sé un rimborso pubblico. Perché il comune di Roma non mi paga il taxi se per andare alla stazione lo preferisco al filobus? La visita dal luminare svizzero invece che nel policlinico dei dintorni? Come in certe fragili intese, infatti cadute della bicamerale, c'è qui un mortificante ricorso all'elusione, per aggirare una cultura che non si ha il coraggio né di difendere né di abbattere.

Il fatto è che, da quando si è deciso che ogni cultura è favola o ideologia e delle ideologie bisogna liberarsi, ogni parola in tema di eticità, privata o collettiva, è delegata alle religioni. In particolare a quella cattolica. Non apre bocca Giovanni Paolo II che non ci si inchini alla sua autorità morale; perfino uomini di altra credenza, quando di lui parlano, cominciano con il rendere omaggio all'altissima natura del suo approccio. E non che sia obbligatorio in un paese a maggioranza cattolica: è cattolica anche la Francia, ma nessuno dei suoi presidenti della repubblica o del consiglio dimentica, quando parla con Giovanni Paolo II, di accompagnare il rispetto con un distinguo. Così in nessun paese, salvo la Polonia, cardinali e vescovi sono tanto presenti sulla scena pubblica e sui teleschermi come consiglieri di morale e del vivere corretto. Accanto a un disimpegno sciatto e generico - dire cinismo sarebbe un complimento - il discorso politico e mediatico pratica la devoluzione alla chiesa di ogni criterio di valore.

Ora si può essere allergici al tema dei valori, come capita anche alla sottoscritta, ma è certo che sulla base di pochi ma sicuramente valori, che poggia una qualsiasi convivenza comune o progetto di cambiamento - se Marx non avesse creduto che gli uomini nascono liberi e uguali, che è un giudizio esclusivamente di valore, non lo avrebbe scaldato gran ché il fatto che diventino merci. E così, dalla pena di morte in giù, è sulle condotte e i loro limiti che si legifera. In nome di che ci si è ritirati dall'assumere una responsabilità laica, pubblica, republicana, di classe, e si affida al Vaticano di detenere l'autorità morale?

Bisognerebbe, con il dovuto rispetto, restituire a ciascuno il suo. Un'autorità intellettuale e morale poggia su una parola che la chiesa definirebbe sapienziale - quella che ci interpella da cultura a cultura - o sulla funzione che il ruolo o il rito le assegna. La parola di Giovanni Paolo II non sembra davvero andare oltre a questo secondo aspetto, povera nelle cose mondane e conservatrice sotto il profilo teologico. Perché sono tutti incantati e reverenti di fronte a un pontefice dei nostri tempi che non manca di recarsi da tutte le parti del pianeta e commenta ogni domenica, ma anche nei giorni feriali, gli avvenimenti del mondo secondo i canoni più consueti e prudenti?

Karol Wojtyla è convinto di una missione, è questo che regge i suoi passi tremanti e le parole lette con difficoltà. Umanamente non se ne può avere che rispetto e pena. Ma gli si attribuiscono meriti dei quali si può dubitare. E' da dubitare che abbia assestato un colpo decisivo al comunismo; questa opera meritoria è stata perseguita, come è logico, da tutti i pontefici fuorché da Giovanni XXIII, e talvolta, come nel caso di Pio XII, anche con alleanze dubbie. Ma la caduta del comunismo ha altre radici, perfino in Polonia, dove questo pontificato è stato decisivo soltanto nell'imporre la cappa del cattolicesimo più retrivo d'Europa. Così non si vede perché stupirci che Giovanni Paolo II compianga le sofferenze dei poveri e talvolta ammonisca i potenti, la chiesa lo ha sempre fatto, sempre evitando di dare un nome agli uni e agli altri, e tanto meno al sistema di governo e di gestione della proprietà (comunismo a parte). Di etica del capitale parla del resto più chiaramente anche Cesare Romiti. Quanto all'ultimo catechismo - che gli amici credenti evitano di leggere - comanda di ubbidire non solo ai genitori ma ai superiori e al datore di lavoro.

Le parole di Giovanni Paolo II che tutti lodano non sono le stesse di alcuni uomini della chiesa, come Martini o Bettazzi, e ancor meno della teologia della liberazione. Perché godono di maggior reverenza presso i laici? Perché si tace di certe arretratezze come il discorso sul diavolo, sulla pioggia di miracoli, miracolati e miracolanti, che il Vaticano beatifica con una velocità sconosciuta nei tempi passati? Perché si accondiscende alla discriminazione della donna nella chiesa, e non si fa parola dei disastri della sessuofobia dei cattolici? E' blasfemo parlare di qualcosa che molti grandi cristiani chiamerebbero idolatria nell'ostensione della sindone, assieme prendendone qualche distanza e chiamando folle immense a vedere in essa la propria angoscia elevata a chissà quale sacralità? Perché si considerano trascendenti i pubblici meeting, affidati o no ai tecnici della comunicazione, e attorniati da ingenti mercificazioni, come il più recente a Roma, del quale ha detto come meglio non si poteva Asor Rosa? Intanto con questo pontefice gli ordini declinano e, inchiodate al celibato e alle obbedienze d'una delle comunità più autoritarie del mondo, cedono le vocazioni.

Tutto questo riguarda i fedeli, se la vedano i cattolici con il Vaticano. Sarebbe perfino indebito parlarne se non assistessimo a un'invadenza così illimitata nella cosa pubblica nella piena riverenza dei non credenti.

 


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