Gli interventi di "Riforme istituzionali"
http://www.mclink.it/assoc/malcolm/riforme/interventi/indice.htm


N 153 - 14/06/98
Da il manifesto Antonio Cantaro (CRS)

I veri limiti della Bicamerale.

Dopo il fallimento, non servono processi ma domande sui peccati d'origine del processo riformatore. Un intervento del presidente del Crs

Ha ragione Rossana Rossanda (nel suo "Note a margine" di mercoledì 10 giugno) a denunciare il "silenzio dei riformatori della Costituzione" dopo la caduta della Bicamerale. Ha, viceversa, torto quando accomuna e confonde l'analisi e le riflessioni del Centro per la Riforma dello Stato con quelle di altre e "opposte" sponde (siano essi Miglio o gli apologeti dell'ingegneria elettorale e istituzionale). Non abbiamo nessun imbarazzo a parlare della grave battuta d'arresto subita dal processo costituente. Non abbiamo taciuto né ieri né l'altro ieri - lo testimonia la nostra copiosa produzione seminariale ed editoriale - né abbiamo intenzione di farlo oggi. Stiamo preparando per lunedì 22 giugno un'ampia e densa iniziativa dal significativo titolo "Per una nuova fase politica ed istituzionale". In quella occasione faremo pubblicamente un bilancio complessivo, ragionato e critico, della transizione italiana e dei suoi prevedibili sviluppi politici, sociali, istituzionali. Gli amici de il manifesto sono invitati a partecipare e ad intervenire.

Non sono, tuttavia, semplicemente ragioni di difesa d'ufficio che mi spingono a prendere carta e penna e a chiedere ospitalità al vostro giornale. In verità io trovo inadeguate e insufficienti le spiegazioni correnti del fallimento della Bicamerale: tenere buona l'opposizione sino al raggiungimento dell'Euro, assicurare l'impunità a Berlusconi... E mi stupisce che la Rossanda conceda a tali spiegazioni un così largo ed ingiustificato credito.

Altre sono le ragioni di precarietà del processo riformatore. Almeno quelle di fondo e strutturali. Le ho personalmente denunciate in tempi non sospetti, ma forse vale la pena riassumerle brevemente:

a) l'idea liberale e giacobina della Costituzione e del costituzionalismo come tecnologie istituzionali: le norme della Carta fondamentale ridotte a mere "regole del gioco" e la loro riforma ad una attività ingegneristica. Ma l'assetto istituzionale di una collettività non costituisce una variabile indipendente rispetto ai suoi valori e ai suoi principi. La "costituzione sociale", la "costituzione dei diritti" e la "costituzione politica" non sono capitoli separati e intercambiabili; è proprio sul loro coerente rapporto, al contrario, che si fonda l'equilibrio complessivo.

b) l'idea che anche per la Costituzione valga il cosiddetto primato della politica - nel senso del primato dei ceti politici - e non il primato della sovranità popolare, della democrazia e del parlamento: da qui un alto tasso di autoreferenzialità del processo riformatore e l'instaurazione di un rapporto meramente propagandistico con l'opinione pubblica (errore che ancora oggi viene perpetuato sventolando come santini questioni assai serie come la Costituente e le procedure di revisione dell'art. 138);

c) un'idea statica della riforma costituzionale come mera normalizzazione e stabilizzazione della transizione e non come occasione per prefigurare anche un diverso assetto di valori e di poteri oltre le "compatibilità" (politiche, sociali, istituzionali) del presente. Così, ad esempio, per ciò che concerne il federalismo diffusa è stata la sensazione che le scelte compiute dalla bicamerale rappresentassero, assai spesso, un omaggio solo formale alle ragioni dell'autogoverno e non fossero il frutto di un confronto serrato con le specificità territoriali, sociali e "antropologiche" delle diverse parti del Paese, dal Nord-est al Mezzogiorno.

d) un'idea agnostica delle politiche e delle scelte istituzionali, una sorta di "notte in cui tutte le vacche sono nere": il premierato uguale al presidenzialismo, il federalismo cooperativo e solidale uguale al federalismo competitivo, il garantismo uguale al giustizialismo, e così via. Si è, cioè, dimenticato che il compromesso tra le forze politiche non è un fine , ma un mezzo. E' sicuramente il mezzo migliore, anzi è l'unico mezzo legittimo per mettere mano alla costituzione, ma la sua bontà deve comunque essere valutata sempre in base ai risultati che riesce a realizzare.

In questo clima (politico, culturale, ideale) era nell'ordine delle cose essere alla mercé un giorno dei capricci della Lega, un altro dei calcoli di palazzo di Cossiga e un altro ancora di quelli di bottega di Berlusconi.

D'Alema con determinazione ci ha provato lo stesso. Ha sopravvalutato la forza evocativa della "grande occasione" e sottovalutato le "grandi incognite" di un processo di riforma distante dalle domande sociali e dalle istanze di partecipazione diffusa che, sia pur in forme diverse dal passato, continuano ad agitare la democrazia italiana. Non servono processi. Serve riformulare le domande dall'inizio; quale idea di Europa, di Nord e di Sud, quale rapporto fra società e istituzioni la sinistra intende veicolare con la riforma costituzionale?

Sono ancora queste le domande essenziali dalle quali ripartire. Altrimenti andremo incontro a divisioni sterili tra chi non crede al 138, chi lo vuole utilizzare per emendamenti parziali, chi lo vuole per travasarvi ciò che nemmeno la procedura blindata della Bicamerale è riuscita a digerire.

Vogliamo, amici e compagni de il manifesto, aprire una discussione senza pregiudizi e senza anatemi sui limiti di tutti i protagonisti - "conservatori" e "innovatori" - della lunga transizione italiana?

C'è, credo, un'urgenza politica e democratica, se non vogliamo lasciare di nuovo tutto nelle mani del protagonismo referendario in materia elettorale e condannare la sinistra al commento e alla testimonianza, nobile ma impotente.

 


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