Gli interventi di "Riforme istituzionali"
http://www.mclink.it/assoc/malcolm/riforme/interventi/indice.htm


N 154 - 23/06/98
Da il manifesto I. D.

SINISTRA dopo la Bicamerale.

Che cosa si è chiuso, che cosa si apre - Il fallimento della "grande riforma", i limiti del successo dell'euro, i rapporti fra partiti e coalizione. Un seminario Crs

Dopo la fine (o meglio, il congelamento) della bicamerale e dopo l'ingresso nell'euro, si apre quella che si può chiamare "una nuova fase politica e istituzionale"? L'auspicio, posto a titolo di un seminario del Centro per la riforma dello stato svoltosi ieri a Roma, suona alquanto aleatorio alla vigilia del voto di oggi sulla Nato, che più che una nuova fase rischia di aprire una stagione di incertezza. Ma intanto, è opportuno discutere della stagione che si è chiusa, tanto più in un luogo come il Crs che della riforma costituzionale ha fatto negli ultimi anni uno dei suoi campi d'intervento più costanti. Si impongono dunque alcune domande: sulle ragioni del fallimento della "grande riforma"; sulla scommessa - il "compimento" della transizione - e sui limiti genetici del progetto della bicamerale; sul cambiamento in corso d'opera di alcuni dei suoi protagonisti - Forza Italia in primo luogo, passata dal ruolo di levatrice della seconda repubblica a quello di erede della prima; sullo stato di salute del circuito democratico in un paese in cui alla separatezza del ceto politico fanno riscontro preoccupanti passività della società civile; infine, sul "che fare" per riannodare i fili di una politica costituzionale di fronte alle due ipotesi procedurali del 138 e dell'assemblea costituente - sovente presentate come opzioni equivalenti ma che tali non sono, la seconda essendo illegittima oltre che, allo stato, impraticabile.

Difetto di spirito costituente (Pietro Ciarlo), eccesso di ambizione riformatrice (Ugo Spagnoli, Riccardo Terzi), autoreferenzialità nella legittimazione della classe dirigente (Ersilia Salvato), incapacità di mobilitazione della sfera pubblica (Mimmo Carrieri), oscillazione e agnosticismo istituzionale (Antonio Cantaro) sono alcune delle cause individuate del fallimento della bicamerale. Sovrastate tuttavia, secondo Paolo Leon, da un altro e paradossale fattore, il successo dell'ingresso nell'euro, che una volta ratificato ha consentito lo "scatenamento" della destra, fin'allora in qualche modo agganciata all'obiettivo europeo. Ma il saldo della bicamerale non è tutto negativo: se Leopoldo Elia mette al passivo la cattiva miscela di pretesa di riforma organica e ideologie nuoviste che ne ha accompagnato i lavori, Peppino Cotturri mette all'attivo il fatto che la bicamerale ha comunque sedimentato una spinta riformatrice nella "lunga transizione", pur in colpevole assenza di alcuni cruciali soggetti, come il sindacato, che non sono riusciti a farsi "costituenti".

Quanto al che fare, prevale (Spagnoli, Terzi, Ciarlo, Salvato, Grandi) la via del 138, ma senza grandi illusioni, con la cautela di non ricominciare dai punti di maggior attrito come la forma di governo (Cantaro propone di rilanciare il premierato) ma da altri considerati a torto o a ragione più maturi come il federalismo, e in un'ottica graduale ma di coerenza progettuale. Non così Cotturri, che considera il 138 "una cruna troppo stretta" e rilancia l'ipotesi di un'assemblea di revisione costituzionale con rigidi vincoli di mandato; mentre Elia invoca "calma e palla al centro, abbiamo subìto un goal e dobbiamo riflettere".

Risponde Pietro Folena che sì, però c'è il rischio "che i minuti passino e la partita finisca". Soprattutto, mentre i minuti passano vengono avanti nuove emergenze, come la cronaca dimostra. Ragionando sulle oscillazioni dello scenario politico, Mario Tronti invoca un di più di politica per ricostruire un'idea e una forma di partito: il dato empirico di una crescente identificazione nella coalizione a scapito di quella nel partito va rovesciato, se non vogliamo che il bipolarismo divenga un dispositivo di copertura della crescente passivizzazione di un cittadino sempre più perimetrato nella sfera privata. Più in radice, dice Tronti, per uscire dalla "palude" della transizione occorre riaprire il discorso, a sinistra, "sui fondamenti delle idee e delle pratiche di libertà e di democrazia". Ne è convinto anche Folena, che invita a sua volta a riprendere questa ricerca all'altezza del nuovo scenario europeo radicalizzando, e non abbassando, la sfida riformatrice, contro le viscere conservatrici e tecnocratiche della società italiana. Senza questa scommessa, senza una nuova cura dei soggetti della rappresentanza, senza un rilancio di cultura politica, in tempi di profonda delegittimazione della cosa pubblica "rischiamo di essere una sinistra fragile, brava nella manovra ma non all'altezza della costruzione di una nuova democrazia".

 


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