Gli interventi di "Riforme istituzionali"

N 94 - 04/05/97
Franco Ragusa

Prime considerazioni sul semipresidenzialismo

A differenza che nel caso del Premier eletto direttamente, o anche soltanto indicato, nel sistema semipresidenziale lo strumento dello scioglimento assume caratteristiche diverse.
Lo scioglimento, infatti, affidato nelle mani di un Presidente che rimane, può con più facilità essere usato per ricondurre a più miti consigli la maggioranza di governo. E in riferimento a questa maggioranza, le distinzioni fatte in sede Bicamerale sono state sostanzialmente due: maggioranza di governo in linea con il Presidente; maggioranza di governo non in linea con il Presidente, la cosiddetta coabitazione.
Io mi permetto di partire da un'ulteriore distinzione: una maggioranza di governo soltanto in parte in linea con il Presidente.
Il Presidente potrebbe infatti essere costretto a nominare un Premier non proprio di suo gradimento (che so, Balladur al posto di Juppé) ma più consono agli orientamenti della maggioranza parlamentare; oppure, forte del potere di scioglimento, potrebbe cercare di far digerire alla maggioranza, subito o in un secondo tempo, un Premier più consono alle sue scelte.
L'ipotesi è meno astratta di quanto possa sembrare a prima vista e potrebbe facilmente verificarsi nel caso vi siano frizioni nell'ambito della stessa maggioranza, se non, addirittura, nello stesso partito (di certo Chirac non avrebbe reso la vita facile ad un eventuale Governo Balladur).
Come risolvere, ai fini della stabilità e l'efficienza dell'azione di governo, una simile crisi interna alla stessa maggioranza? Ma soprattutto, come risolvere i problemi relativi all'individuazione della titolarità, e quindi la responsabilità, dell'azione di governo?
Riguardo a questi problemi, in sede di Bicamerale si è discusso sull'opportunità di assegnare al Premier la controfirma dell'atto presidenziale di scioglimento.
Di fronte a questa ipotesi, i sostenitori della soluzione presidenzialista hanno parlato di uno snaturamento del sistema francese, tale da non consentire di fare previsioni in ordine alle caratteristiche di funzionalità che questo sistema, così modificato, potrebbe assumere. E riguardo alla titolarità, nell'esprimere i suoi timori l'On. Calderisi non ha avuto dubbi, è il Presidente che risponde agli elettori:
"... Il problema non riguarda il premier di coabitazione; se avesse la controfirma il premier non di coabitazione, mi chiedo quale conflitto e quale situazione si verrebbero a creare, laddove è stato eletto il Presidente della repubblica; è lui che risponde agli elettori, questo premier indicato e scelto da lui potrebbe, con la controfirma, perseguire indirizzi politici diversi, andarsi a cercare maggioranze diverse, caso per caso."

Messa così, viene allora da chiedersi per quale diavolo di motivo si voti anche per un Parlamento. Di più: per quale motivo un Premier dovrebbe assumersi la responsabilità di una politica di governo che non condivide sino in fondo? E per quale motivo la maggioranza dovrebbe correre il rischio di perdere le successive elezioni dando corso ad un programma di governo che non condivide sino in fondo?
E' una situazione a dir poco paradossale: da un lato il Presidente che non rischia nulla per i sette anni del suo mandato; dall'altro lato la maggioranza parlamentare che si espone nel sostegno dato al governo e che deve farsi riconfermare sulla base della politica del "suo" Presidente.
Si dirà: se cambia la maggioranza parlamentare è vero che il Presidente rimane al suo posto, ma è anche vero che nel caso della coabitazione non governa più. Ma l'obiezione non cambia la sostanza dei problemi, anzi li aggrava.
Sotto il profilo dell'individuazione delle responsabilità dirette il sistema non dà degli effetti immediati coerenti: il Presidente "governante" rimane al suo posto mentre la sua maggioranza viene punita.
Sotto il profilo della stabilità e della legittimità dei poteri, la presenza di un Presidente punito dagli elettori, attraverso il cambio della maggioranza parlamentare ma non direttamente, fa sì che rimanga in piedi un fattore di instabilità che in ogni istante potrebbe cercare d'intervenire a danno delle prerogative del Parlamento.
Dal lato dell'efficienza, la maggioranza che sostiene il Premier in parziale disaccordo con il Presidente potrebbe sì essere costretta ad un rapporto subordinato per evitare lo scioglimento, ma di sicuro lavorerebbe mettendo quanti più ostacoli all'attività di governo. Ed è infatti soltanto grazie al ricorso agli strumenti di stabilizzazione (voto bloccato, ghigliottina) se i governi del Presidente possono governare, sancendo così definitivamente l'inutilità di un Parlamento che però viene giudicato dagli elettori per ciò che è stato deciso altrove.
Ora, considerata la natura della crisi politica italiana, forse con troppa facilità definita crisi istituzionale, fondata per l'appunto sulla profonda instabilità delle compagini di maggioranza, viene da chiedersi come possa il sistema semipresidenziale introdurre degli elementi di stabilità ed efficienza piuttosto che spunti per nuove lacerazioni o ... nuove "contrattazioni".

Dovendo invece accennare al sistema presidenziale in presenza della famigerata coabitazione, va subito detto che in Francia questa eventualità si è verificata soltanto due volte, per non più di 4 anni, e sempre sotto lo stesso Presidente, Mitterrand.
Sono sufficienti 2 casi o 4 anni per dare un giudizio sull'affidabilità del modello coabitativo? E se al posto di Mitterrand ci fosse stato Cossiga? E se all'indomani di provvedimenti di governo impopolari ed una campagna di stampa ben orchestrata il Presidente ne approfittasse per sciogliere il Parlamento, impedendo così alla maggioranza parlamentare di realizzare i frutti di una più articolata azione di governo?
Su questi punti, a parte un insolito ottimismo sulle capacità della classe politica, dai sostenitori del sistema semipresidenziale non sono venute grandi certezze.

Infine, uno spunto di riflessione che ci offre l'attualità francese: le elezioni anticipate provocate, per l'appunto, dalla decisione di Chirac di sciogliere il Parlamento.
Su questa decisione l'opinione comune è che si tratti di un appello rivolto agli elettori per chiedere di confermare un determinato programma di governo.
Con ogni probabilità, però, dietro questa decisione c'è dell'altro.
Chirac sa benissimo che per prendere decisioni da "lacrime e sangue" è meglio trovarsi all'inizio della legislatura, ed avere così tutto il tempo per poter realizzare sino in fondo il proprio programma, piuttosto che a fine legislatura, con il rischio di non essere da subito riconfermati.
E non è neanche vero che gli elettori verranno chiamati per confermare un determinato programma, comprensivo anche delle future "lacrime e sangue". Il bello dei governi, infatti, è che fanno sempre di più di quanto dichiarato in campagna elettorale.
Riguardo a ciò basta guardare al programma dell'Ulivo relativamente alle pensioni: tutti dicono di seguire quanto detto in campagna elettorale ... e tutti dicono una cosa diversa.
Non è colpa di nessuno, sia ben chiaro: con formule tanto vaghe come quella che afferma di "ridisegnare lo stato sociale" ci può entrare tutto e il contrario di tutto, volendo anche il programma del Polo delle libertà.
Quindi, ritornando a Chirac, uno scioglimento tattico per evitare di far affrontare le elezioni alla propria maggioranza in presenza di ulteriori e più concrete responsabilità di governo.


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